BASTA MENZOGNE: LA VICENDA DEI GAZEBO NON E’ DOVUTA AL FATO! Le azioni dei Vigili Urbani neanche ……. la tempistica degli interventi tanto meno!

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centro Unesco e Buffer zone: tutte le strade e le piazze incluse nel rosso e nel giallo sono beni culturali

I Napoletani amano, guardano e conoscono la loro città: lo dimostra Treccagnoli proponendo il riconoscimento di anche una sola finestra o di un angolo di muro, lo dimostra l’attenzione con cui segnalano ogni luogo filmato nei Bastardi di Pizzofalcone contestandone la collocazione, lo dimostrano le migliaia e migliaia di foto postate su facebook !

I napoletani non parlano solo se non vogliono! Ma tutti vedono TUTTO!

E, quindi tutti vedono via Partenope , identica a piazzetta Rodinò, piazza San Domenico, piazza Vanvitelli , piazza Amedeo e piazza Carlo III o via Verdi e via Santa Brigida!

Ogni tanto qualche Consigliere Comunale ha interrogato il Consiglio sul Vomero, ma invitato poi a considerare tutta la città, ha preferito tacere!1111

Ogni tanto qualcuno si è chiesto come mai a via Partenope potevano svolazzare plastiche trasparenti….ma poi ha preferito tacere!cronache

Ogni tanto qualcuno si sarà domandato il motivo per cui, notte tempo, camerieri maschi (le donne non possono essere assunte perché non hanno la forza di sollevare ombrelloni giganteschi) stanchissimi, trascinano dentro gli ombrelloni…..ma ha preferito tacere!

Gli architetti, gli ambientalisti e i non intellettuali, i cittadini attivi e gli avvocati e soprattutto i giornalisti……tutti vedono, ma preferiscono tacere.

La verità è che, per motivi oscuri e certamente estranei ad ogni interesse della Città tanto amata, del cittadini, degli operatori e dei turisti e dei lavoratori e delle lavoratrici, nel Comune si volevano sostenere le seguenti tesi:

  • Concedere l’occupazione suolo ad un “gazebo” era concorso in abuso edilizio

  • Aggravato dalla realizzazione in zona paesaggistica

  • Aggravato dalla realizzazione su monumento/bene culturale

  • Chi aveva commesso questo reato doveva essere condannato, aveva leso l’immagine del Comune e doveva risarcire i danni ed essere sospeso dal servizio.

Queste cose dovevano essere dimostrate attraverso una sfilata di testimoni disposti a mentire dicendo che:

  • Occorreva la concessione edilizia/permesso a costruire

  • Occorreva l’autorizzazione ex art. 20 e 21 del Codice Urbani perché i marciapiedi erano tutti beni culturali ai sensi dell’ art. 10, c. 4, lettera g) e lettera f) del D.Lgs 42/2004 e s.m.i, Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

  • Occorreva l’autorizzazione ex art. 106 del Codice Urbani

  • Occorreva l’autorizzazione ex art. 146 del Codice Urbani

Nel frattempo gli Uffici dovevano approvare l Regolamento per i de hors e i testimoni falsi dovevano trovare conferme puntuali alle loro dichiarazioni per cui nel Regolamento tutte queste cose dovevano essere ribadite…….!

A nulla è valso spiegare che se parlavano di Permesso a costruire, già nel Piano Regolatore della Città avrebbero trovato un divieto assoluto a rilasciarlo su suolo pubblico concesso solo temporaneamente e che per rilasciare il Permesso a costruire sarà necessaria anche l’autorizzazione “antisismica”

A nulla è valso spiegare che il vincolo culturale non c’era e che gli artt. 20 e 21 e 106 non erano applicabili

A nulla è valso trasmettere Regolamenti di Firenze (perciò poi lo citano) e spiegare il senso della tutela paesaggistica

A nulla è valso trasmettere a TUTTI studi accurati ed avvertire che si preparava un DISASTRO

A nulla è valso contestare e protestare!

Così si sono scritti un Regolamento che chiede l’impossibile e comprendendo che era inapplicabile hanno deciso poi che non …..partiva….. finché non si stabilivano gli AMBITI e nel frattempo davano solo sedie e ombrelloni a pianta centrale per 4 mesi e da nascondere ogni sera!

Gli AMBITI non si sa cosa sono; poiché sono stati definiti anni dopo e sono molti, ora bisogna fare i progetti d’ambito puntuali e neanche si sa bene cosa sono e, quindi, chissà se e quando saranno pronti e condivisi dai privati!

Gli uffici stanno a posto perché rilasciano per 4 mesi solo tavolini e ombrelloni con il palo al centro.

Gli operatori sono criminali che usano gli ombrelloni con il palo laterale, si coprono di plastiche, sistemano pedane senza concessione edilizia, organizzano divisori, fioriere, transenne…….

E, a questo punto, illegittimità per illegittimità, rimangono oltre i 4 mesi e non rispettano la quadratura!!!!

I “criminali”, accettando il “progetto d’ambito” e la necessità del “permesso a costruire” giuridicamente impossibili e inconcepibili, si preparano alle successive tragedie……….. ma come si può pretendere che si rendano conto della strada segnata a monte?

A loro si può riconoscere la buona fede e l’inconsapevolezza…………………………..

Ma non si può riconoscere ai vertici dell’Amministrazione che hanno ricevuto lettere, studi e note di chiarimento.

Non si può riconoscere agli Uffici che sono stati tempestati di chiarimenti e accessi mirati!

Non si può riconoscere ad architetti ed avvocati che erano e sono perfettamente in grado di comprendere a cosa si va incontro partendo da assunti falsi e inapplicabili…….. ma …. Preferiscono tacere!

Non si può riconoscere alla Soprintendenza che, invece di studiare l’art. 106 e le modalità di applicazione del Codice Urbani parte II e invece di organizzare l’entrata in vigore dell’art. 146 che, nonostante le testimonianze false, entra in vigore il 1 gennaio 2010, progetta il rilascio di ombrelloni a pianta centrale con ritiro notturno per 4 mesi, ben sapendo che la tecnica durerà per anni ed anni, per l’impossibilità di procedere oltre!

Non si può riconoscere alla Soprintendenza che, poi, dinanzi alle richieste di village natalizi, n’Albero, occupazioni “particolari”…. soffre di strane dimenticanze!

Non si può riconoscere ai funzionari della Soprintendenza che poi per gli amici personali non chiedono autorizzazioni, ambiti, permessi a costruire, condoni e gli consentono di lavorare tranquilli ancora nell’estate 2016 o arrivano addirittura ad approvare il 4.12.2015 in zona vincolatissima, sottoposta a progetto d’ambito, una struttura così descritta: “struttura prefabbricata e smontabile in ogni momento, impiantata in verticale su n. 10 pali da cm 9×9 e di altezza ml 2,50, appoggiati al piano di posa su piastre di sostegno, la sezione verticale è sostenuta da una doppia trave di cm 6×15 bullonata ai lati della parte finale superiore dei pilastrini in numero di tre coppi disposte sull’asse longitudinale della pianta e su cui appoggiano n. 12 arcarecci trasversali di sostegno di dimensioni in sezione di cm 4,5×11,7. Al disopra della struttura descritta, è posizionato il telo scorrevole di copertura in PVC telato e rinforzato, opportunamente ancorato alla struttura stessa”.

Inutile dire, che, coerentemente con il rilascio dell’autorizzazione su monumento, si chiede poi comunque, a questo fortunato ristoratore, di affidare i lavori (per realizzare il de hors) a “ditte specializzate nel restauro monumentale con idonea corrispondente certificazione e adeguato curriculum” (firmato: la testimone falsa del processo penale a mio carico!)

Non si può riconoscere alla Polizia Amministrativa che, stupita dinanzi alla richiesta di ditte specializzate nel Restauro dei MONUMENTI per un prefabbricato smontabile, finalmente scrive quello che avrebbe dovuto chiarire all’Avvocatura Municipale o testimoniare nel processo: ”I’intervento è realizzato su suolo pubblico e non su immobile gravato da vincolo di tutela”!

Ma dimentica di aver scritto su indirizzo dell’ineffabile PANINI e con PISCOPO cui non interessa quello che fanno i colleghi e gli Uffici , e si badi non con riferimento a Piazza San Domenico, ma con riferimento anche a corso San Giovanni a Teduccio etc etc per l’approvazione in Consiglio Comunale,: “sono “beni culturali”, ai sensi degli art. 10, c. 4, lettera g) e lettera f) del D.Lgs 42/2004 e s.m.i, Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, le aree del Centro Storico (art.2 lettera m delibera consiliare n71/2014.)

Si dimentica di aver poi poi individuato una zona definita “Area A: coincidente con l’area classificata Patrimonio Mondiale UNESCO (WORLD HERITAGE) e con l’area BUFFER ZONE” (art. 4 della medesima delibera consiliare) non coincidente con il Centro storico del Piano Regolatore vigente, per sottoporre anche la stessa al vincolo di tutela culturale diretta.C:Usersprog1DesktopnapoliBase_2011_Clarification_MODELLO Mo

Si dimentica di aver ribadito il vincolo dell’intera città a “monumento” nel piano delle edicole (che infatti è inapplicabile), nel Piano Generale degli Impianti Pubblicitari, che però non è stato ancora approvato e, ovviamente, per il commercio su suolo pubblico!

Non so se ha curato che venisse istituito un capitolo di bilancio vincolato su cui far confluire le entrate da occupazione di suolo pubblico, per fare in modo che le stesse siano rigorosamente ed inderogabilmente utilizzate per la valorizzazione dei Monumenti , quando la stessa non viene delegata al presunto Sponsor!

E come mai nessuno delle migliaia e migliaia di persone interessate al problema si è ribellata?

Perché RIBELLARSI sarebbe giusto…..ma non è produttivo!

Perché tutto quello che è scritto non trova alcun riscontro reale nella città, perché i mezzi per continuare a fare quello che si vuole si trovano più facilmente nei rapporti “personali” , perché quando il FATO individua poi qualche vittima predestinata, è troppo tardi!sigilli-a-piazzetta-rodinc3b2sigilli-a-piazzetta-rodino

Perché anche gli avvocati che hanno dimostrato che il gazebo non commetteva reati…………. non hanno ritenuto di proseguire il lavoro …. arrivando fino al fondo della questione.

E che non lo si faccia per amore della Giustizia….. ci può anche stare!

Ma lo si dovrebbe fare per amore della Città perché, come ho scritto in una nota che mi è costata un ulteriore procedimento disciplinare,  “bisognerebbe lavorare tutti insieme per trovare il il giusto equilibrio tra la tutela delle attività produttive che si svolgono nel centro storico, lo rendono vivo e danno sviluppo economico e sociale alla città e la necessità di fare in modo che le attività produttive non alterino il quadro percettivo della città!”

Che è lavoro complesso, da affrontare con cultura e non schierando contrapposti interessi!

IAV

Quali vincoli ci sono a piazzetta Rodinò? Chi riferisce a Viviana Lanza? Gli ombrelloni alla zuava non piacciono più?

Non sembra possibile che gli errori e gli orrori di  uffici incompetenti e Soprintendenze  fuori controllo possano portare danni di tale portata alle aziende napoletane. La magistratura è decisa a comprendere il problema, oppure  intende ancora avallare questo attacco scomposto e occasionale?

IAV

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Il Giallo delle Commissioni continua

Frattasi, Fucito in qualità di Presidente del Consiglio Comunale e la Bismuto ci allietano ancora con notizie assolutamente esilaranti (ovviamente quelli che hanno condoni e pratiche edilizie pendenti ridono poco!)

Il primo descrive un iter approvativo di una delibera di giunta di proposta al Consiglio assolutamente inverosimile perché le delibere arrivano in giunta munite di TUTTI i pareri necessari e non possono essere diversamente approvate…… quindi, l’idea che si stiano raccogliendo pareri è assolutamente infondata!

La delibera, se esiste, è già all’attenzione del Consiglio e della competente Commissione e non si capisce come e perché la Bismuto debba auspicare che venga trasmessa alla Commissione Urbanistica……………………!

Fucito, poi, sembra giustificare i ritardi con tre motivazioni che rasentano l’incredibile:

  1. siamo in ritardo di alcuni mesi perché eravamo in ritardo di tre anni e mezzo (che, poi, ad un corretto calcolo sono 5 anni e mezzo se il riferimento è all’ultima circolare regionale del 2 agosto 2011!): ma non è stato lui l’Assessore al ramo?

  2. non era chiaro il quadro normativo: ma a chi? Ai suoi Uffici, a quelli di Piscopo che ieri negava ogni ritardo e specificava che gli uffici non segnalavano particolari disagi?

  3. Non era possibile in assenza delle normative emanare il bando per le nomine: ma chi lo riferisce a Fucito? Quegli stessi uffici che dal 2011 non erano riusciti a fare chiarezza del quadro normativo?

La cosa più divertente è che questo “quadro normativo” di così complessa interpretazione NON ESISTE perché la Regione Campania non ha ritenuto di apportare modifiche di alcun genere alla normativa in materia di deleghe ai Comuni in materia paesaggistica e di Commissione, limitandosi ad inviare note e circolari prive di rilevanza normativa, con le quali (da ultimo il 2 agosto 2011) si è limitata a confermare il regime della delega già conferita ai Comuni della Regione Campania ed a ribadire le modalità organizzative dell’organo consultivo alle quali i Comuni, nell’esercizio della sub-delega in materia di beni ambientali di cui all’art. 1 l. r. 1 settembre 1981 n. 65, sono tenuti a conformarsi.

Ha altresì ribadito la necessità che i cinque componenti siano nominati dal Consiglio comunale tra esperti di Beni Ambientali, Storia dell’Arte, discipline agricolo forestale, Naturalistica, Storiche, Pittoriche, Arti figurative e Legislazione Beni Culturali.

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La Commissione edilizia, essendo organo interno dell’amministrazione, potrà essere costituita da 12 componenti e quella del paesaggio da 5, come prima per l’integrazione, lasciando invariato il numero di 17 persone preposte alla valutazione dei progetti!

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I motivi della necessità di una delibera consiliare per confermare un iter che la Regione ha ritenuto di comunicare con una semplice circolare amministrativa ( sempre che Piscopo non abbia di recente ricevuto una Direttiva dal contenuto ignoto come sembrava ieri) non si ravvisano…… ed anzi pare improbabile che un Consiglio Comunale e la Commissione consiliare urbanistica possano, in questi giorni, deliberare in materia edilizia, paesaggistica e di Regolamento Edilizio, prescindendo dalla attuazione prevista dalla legge statale per il 2017 dell’intero complesso normativo di semplificazione Madia e dal Regolamento edilizio Unificato approvato!

La delibera approvata in Giunta il 30 dicembre avrebbe, ad esempio, già recepito le norme che innovano totalmente l’autorizzazione paesaggistica e i procedimenti edilizi entrate in vigore e già immediatamente operative, da ultimo l’11 dicembre 2016?

Strano…. considerato che si tratta di norme abbastanza complesse sulle quali si sono autorevolmente espressi la Conferenza Unificata Stato Regioni, il Consiglio di Stato e la Corte Costituzionale e si può dire ancora in corso l’iter definitorio!

Strano, soprattutto per Uffici che avrebbero impiegato circa 13 anni per applicare l’art. 148 del Codice Urbani e che hanno riferito a Fucito che le normative non erano chiare!

Ma, infine, come sarebbero arrivati i curriculum degli aspiranti componenti la Commissione edilizia se l’intera materia è stata disciplinata in giunta, se è vero, il 30 dicembre e deve essere sottoposta all’esame del Consiglio Comunale?

E, veramente, Piscopo tutte queste cose non le sa?

Ma torno a chiedere: i cittadini sono stati avvertiti che devono recarsi alla Regione Campania o la “procedura speciale” è stata riservata a N’Albero? Mentre nel frattempo Allocca cerca di raccogliere soldi da chi ha i “condoni” pendenti?

IAV

Piscopo lo sa che molti cittadini hanno ricevuto una lettera di Napoli Servizi di requisizione dei propri immobili sottoposti ancora a definizione di condono e che il Partito Democratico di Pianura ha organizzato per oggi pomeriggio lunedì 9 Gennaio alle 18 e 30 un punto con esperti professionisti per assistere i cittadini disorientati?

A proposito del BLOG di stamattina………………… quelli che ricevono le richieste di fitti arretrati, le minacce di requisizione etc. etc. sono i titolari delle 26.000 pratiche di condono da rivisitare!

Il disagio non lo vivono gli Uffici di Piscopo ma…………. migliaia di famiglie!

Se queste famiglie non fossero impotenti e indifese e vittime di chi le ritiene solo “disorientate”, forse qualche disagio lo  potrebbero creare a Piscopo e ai suoi Uffici!

Ma sono i deboli, i dimenticati, quelli che non devono attendere “nomine”, quelli di cui nessuno si interessa realmente, se non per strumentalizzarli!

Perchè il PD non cerca di assistere uffici e assessori “disorientati”????? perché non attrezza i consiglieri comunali del PD a contrastare con violenza queste porcherie?

I cittadini sono schifati e incazzati, non sono disorientati, perché hanno capito benissimo  le manovre  messe in campo ai loro danni: qualche abbattimento mirato, qualche immobile salvato per “pubblico interesse”, raccolta di soldi attraverso la Napoli Servizi, necessità di tornare da avvocati, architetti, consulenti, geometri e vari “esperti” per tentare di difendersi, necessità di appoggiarsi ai partiti che fanno loro “lezioni” e percorsi di orientamento e di trovare  protezioni politiche da ricambiare con voti!

IAV

 

 

 

Commissioni ferme inevase migliaia di pratiche edilizie! Prendo il giornale e leggo che…………………….

pratiche-inevaseApro il giornale e leggo che………………………………………………..ma “le persone serie, con le idee più chiare, le han mandate in ferie!” ( Celentano nel lontanissimo 1966!)

L’idea di divertirsi sull’articolo di Frattasi  su Il Mattino e le dichiarazioni degli intervistati  solletica, ma ……….., considerato che la posta in gioco  è ben più seria dei tendaggi ricordati da Frattasi, questo articolo richiede invece domande a raffica, sulle quali Gaetano Brancaccio, Lucio Mauro, Gaetano Troncone, Ugo Carughi, i ministri Madia e Franceschini e quel che resta dei Partiti dovrebbero pretendere risposte!

E su alcune domande…… dovrebbe intervenire la Magistratura!

Si può tollerare che un Assessore all’Urbanistica, proveniente tra l’altro dal mondo universitario e, quindi, esperto in materia, possa  continuare  queste evidenti simulazioni???

Può veramente affermare di aver ricevuto ignote Direttive dalla Regione e di aver dovuto bloccare la nomina delle Commissioni Edilizie? L’obbligo della Commissione edilizia per il paesaggio risale al 2008 e nel Comune è stato assolto con la riconferma dell’integrata sia nel 2008 che negli anni  2011-2016. Non pare ci siano innovazioni legislative mirate e , quindi?

Invece quel che è vero è che in questi mesi l’intero Governo Renzi/Gentiloni, i ministri Madia e Franceschini, il Consiglio di Stato, la Corte Costituzionale, la Conferenza Unificata Stato Regioni hanno prodotto e stanno producendo  numerose norme completamente innovative e, soprattutto, hanno approvato il Regolamento Edilizio Unico valido per tutte le città italiane con l’obbligo per Regioni e Comuni di adeguare le loro normative entro  l’ottobre 2017!

Ora è vero che il Comune di Napoli non segue le norme statali e che il Consiglio Comunale si è sostituito al Ministero dei beni culturali per vincolare come MONUMENTO l’intera città, ma sembra veramente possibile andare in consiglio comunale con una parziale riforma di regolamento edilizio, mentre è scattato un iter così complesso per l’unificazione dei Regolamenti e di 42 definizioni  edilizie?

Certo in un Consiglio Comunale che ha deliberato di far abbattere una quarantina di  case e di salvarne una decina senza neanche chiedersi  da dove siano venuti fuori gli elenchi sottoposti al Consiglio Comunale e se la delibera  sia di adempimento di tutte le sentenze passate in giudicato sugli abbattimenti, tutto è possibile……… ma ………….!pratiche-inevase

Partendo dall’idea stravagante che si possa realmente attendere mesi e mesi per riformare il regolamento Edilizio, posto che il Consiglio Comunale si presti per l’ennesima volta a prescindere dalla legge dello Stato Italiano, ci vengono poi propinate una serie di notizie assolutamente difformi e contraddittorie tra di loro!

Secondo il giornalista è tutto bloccato e le pratiche si accumulano e le domande sono:

  1. dove si accumulano?
  2. chi è responsabile della tempistica, come legittima il blocco? non esiste silenzio assenso? non esiste ordine cronologico?
  3. i lidi balneari in attesa dei permessi edilizi come hanno lavorato? Sono ancora aperti con i permessi dell’estate 2008 prorogati per un decennio senza firme di dirigenti? E’ stata interpellata l’Avvocatura Municipale in proposito?
  4. sono stati avvertiti i cittadini che devono rivolgersi alla Regione Campania o ne è venuta a conoscenza solo la ditta che doveva costruire N’Albero?
  5. e se invece l’istanza di N’Albero l’ha trasmessa il Comune alla Regione (perché dalle parole di Piscopo non è chiaro il soggetto che avrebbe a ciò provveduto) come mai il Comune non ha trasmesso alla Regione TUTTE le pratiche, rispettandone l’ordine cronologico cosicché l’imprenditore con l’edificio industriale in zona vincolata avrebbe avuto la priorità su N’Albero, consentendo alle maestranze di lavorare prima degli assunti per quattro mesi che hanno allietato  i napoletani e i turisti su via Caracciolo? 

Secondo Piscopo le pratiche non sono bloccate, gli Uffici lavorano regolarmente e non hanno espresso nessun disagio e non c’è nulla di accumulato:

  1. ora è vero che  abbiamo un Assessore, professore di Urbanistica, che ha delegato a Panini e agli esperti di commercio  la gestione dei vincoli culturali e paesaggistici e che non sa bene quali pareri e autorizzazioni si debbano chiedere alla Soprintendenza e che, non essendo un insigne giurista ignora i principi di legittimità, buon andamento, imparzialità e trasparenza che, per Costituzione, devono ispirare l’azione amministrativa, ma  come può ritenere che non ci sia nulla di accumulato?
  2. sa Piscopo che se gli uffici esprimono qualche disagio e lamentano qualche “scarica barile” (ping pong) rischiano di perdere in parte o tutto lo stipendio? sa che, essendo scelti intuitu personae e senza alcun criterio di trasparenza e competenza, non possono rischiare di esprimere un disagio?
  3. ma Piscopo non vede che gli Uffici non avevano espresso nessun disagio neanche su Monumentando, mentre Cantone ne ha espresso qualcuno?
  4. ma sa Piscopo che gli Uffici non sanno come chiedere/ottenere la sicurezza sismica e che il Genio Civile ha dato il parere su N’Albero lasciando inevase tutte le istanze di soggetti privati meno accreditati e degli Uffici Comunali che chiedono “lumi”?
  5. ma Piscopo non è a conoscenza delle pratiche  “da rivisitare” per il condono e dei numeri noti  all’ex Presidente della sua Commissione edilizia?
  6. e mentre Castagnaro, ex presidente della Commissione edilizia, può giustamente  affermare di aver evaso tutto quello che  è stato trasmesso dagli Uffici, Piscopo non sa che su 26.000 pratiche di condono ancora da “rivisitare” (sic!),  dal 2011 al 2016 ne sono state trasmesse a Castagnaro solo 100?
  7. anche qui attende che gli Uffici esprimano un disagio?? o qualcuno che, magari obtorto collo, lo ha espresso ormai è on the road come me?
  8. ma Piscopo non era quello  molto soddisfatto del grande lavoro politico (finalmente non cita gli Uffici) e amministrativo, fatto per dare un segnale agli abusivisti scegliendo 46 case, salvandone 14 e prevedendo i fondi per abbatterne 32?  In questo “grande lavoro” nessuno gli ha dato il numero delle sentenze di abbattimento trasmesse per adempimenti di legge al Comune di Napoli e delle pratiche di condono inevase? e perchè non ha chiamato il Presidente della Commissione Edilizia per consultarlo in proposito?
  9. E, infine, Piscopo sa che la competenza a valutare i requisiti da richiedere/possedere nelle Commissioni del Paesaggio  è UNA COMPETENZA ESCLUSIVA NON DELEGABILE  della REGIONE CAMPANIA, e che non può essere il Sindaco, l’Assessore nè tanto meno gli Uffici a valutare questi aspetti? Chi gli ha riferito che è sufficiente rivolgersi agli Ordini Professionali? Non sa che in quasi tutte le Regioni Italiane , richiedendo la legge una pluriennale esperienza nella tutela dello specifico paesaggio locale, sono stati previsti componenti provenienti dal mondo accademico o dalla pubblica amministrazione e requisiti specifici personali? 

 

Castagnaro si mantiene un po’ neutrale, non può avallare  completamente Piscopo (perchè smentirebbe la funzione svolta da se stesso e dalla sua Commissione), ma tenta di non usare i toni drammatici di Frattasi, preoccupandosi sostanzialmente di valorizzare il lavoro svolto nell’ultimo quinquennio. Merita però anche lui qualche domanda:

  1.  Non si è accorto dello stato confusionale degli Uffici?
  2. Non ritiene opportuno intervenire con Piscopo per chiarirgli le idee sulla modalità di formazione della Commissione edilizia facoltativa ed interna e della Commissione per il paesaggio abilitata ai rapporti con lo Stato e controllata dalla Regione? O per chiarirgli che tra le pratiche edilizie e quelle paesaggistiche è vietata la commistione e l’identità di dirigenza?
  3. Non ritiene opportuno chiarire a Piscopo che dall’11 dicembre 2016 tutto il lavoro sarà completamente modificato e che la legge ha, praticamente, impedito i rigetti con opzione zero, pretendendo che , sopratutto con riferimento alle situazioni già esistenti, si diano al cittadino le indicazioni necessarie per elaborare  progetti di intervento assentibili? 
  4. Non ritiene necessario evidenziare che occorreranno specifiche professionalità assolutamente assenti negli Uffici?
  5. O anche per i componenti delle Commissioni è poco salutare esprimere qualche disagio?

Ma, infine, mi domando tra palazzo San Giacomo e via Verdi c’è qualcuno che sa di cosa stiamo parlando? c’è qualcuno che ha studiato la materia? O continua solo il gioco delle “nomine”?

IAV

Dibattito a più voci su gazebo e dehors e la vera storia di piazzetta Rodinò Dal Gazebo all’ombrellone alla zuava

“Il primo segreto di una buona città sta nell’offrire alla gente la possibilità di assumersi la responsabilità dei propri atti in una società storicamente imprevedibile”(Zygmunt Bauman Dentro la globalizzazione : Editori Laterza Bari 2003)

La prima voce ……………..c’era una volta un Gazebo!

Un illustre penalista napoletano, voleva narrare una storia: C’era una volta un gazebo…… , ma venne prontamente interrotto dal Giudice che, sorridendo, proferì assoluzioni perché il fatto non sussisteva !

Eppure se “C’era una volta un gazebo, che non cubava” – come ha scritto l’ avv. Enrico Tuccillo – ci sono oggi centinaia di finti ombrelloni con teli di plastica svolazzanti, malamente allestiti, porcherie di ogni genere, pedane e sopraelevazioni e chioschi e fantasiose strutture.

Cosa è successo?

La domanda andrebbe rivolta a Cozzolino e Garella della Soprintendenza ai monumenti, a Raffa, Esposito e Panini, assessori al ramo ed al Sindaco di Napoli , ma soprattutto, alla Polizia Municipale che sembra saperne molto più di tutti gli altri, pur non avendo precise indicazioni da chi dovrebbe sapere, ma non sa !

Come mai ?

Le ipotesi sono due ma entrambe improbabili: la prima è che la guerra ai gazebo rientri nella normale attività di controllo del Territorio, contro gli abusi edilizi che lo devastano, ma non sembra probabile dato l’abbandono in cui versa la città.

La seconda è che si voglia impedire a cittadini e turisti di sorseggiare una bevanda o consumare una pizza in piena comodità, ma anche questo non è probabile visto che l’Amministrazione Comunale dichiara di volere l’incremento della ricettività turistica nel settore della ristorazione, contribuendo così ad allargare l’occupazione, nonché ad ampliare la diffusione dei nostri prodotti DOC noti nel mondo !

E allora ?

Non può essere un capriccio isterico, perché trattandosi di Pubblica Amministrazione, si deve dedurre che la negazione sia conseguente alla tutela di un altro interesse pubblico, ritenuto prevalente rispetto all’incremento di posti di lavoro, alla diffusione dei prodotti DOC, all’aumento delle entrate per le casse comunali in relazione all’occupazione di suolo pubblico. Un esempio di un tale interesse pubblico prevalente potrebbe essere quello di garantire il passaggio pedonale, sia ai normodotati che ai diversamente abili, laddove questo non sia in alcun modo conciliabile con l’installazione di “gazebo” o di altri elementi simili: ma anche questo non è quasi mai il motivo dei rigetti!

Quali i reali motivi ?

Un fantasma si aggira per Napoli: il gazebo ! forse qualcuno soffre di claustrofobia e vuole tutti all’ aperto …… salvo alcuni “eletti” cui tutto è consentito !!!!!! Quel che si sa è che, salvo che gli “eletti” (o elettori?), tutti gli altri potrebbero ottenere, al momento, solo tavolini, sedie e ombrelloni a sostegno centrale!

La seconda voce: disavventure di Piazzetta Rodinò

E,  dunque,  raccontiamo la vera storia di Piazzetta Rodinò! scelta come luogo emblematico dello scempio

Esisteva un tempo Largo Garofalo (all’angolo tra via Filangieri e vicolo Cavallerizza), così chiamato per via del palazzotto gentilizio dell’omonima famiglia.

Divenne, nel dopoguerra, piazzetta Rodinò e credevamo fosse stata intestata a Leopoldo Rodinò che a Napoli, nel 1861, fu il fondatore dell’Opera per la Mendicità a sostegno dei mendicanti e, successivamente, di altre opere di beneficenza ed in particolare dell’Istituto Strachan Rodinò dedicato all’assistenza dei minorati di vista con particolare riguardo alle giovani cieche costrette a mendicare .

Vediamo che, invece, è intestata a Giulio Rodinò che fu tra i fondatori del Partito Popolare Italiano (1919-1926) e della Democrazia Cristiana (1942).

Non sembra avere la piazzetta alcun particolare rilievo finchè il Bar Cimmino e qualche altro locale non chiedono di occupare spazi antistanti i loro esercizi e rendono, di fatto, la piazzetta un luogo di incontro e di svago, l’avvio alla zona che i giovani napoletani chiamano dei “baretti”!

E, così, nell’ALLEGATO B Aggiornamento dell’Elenco Annuale dei Lavori Pubblici 2003.

(Legge 109/94 e s.m.i. – Art. 1 – comma 11) Adottato con Delibera di Giunta Comunale n. 2888 del 29/07/2003 ed approvato con Delibera di Consiglio Comunale n. 182 del 31/07/2003 si apprende che il Comune ha previsto una spesa di mezzo milione di euro per realizzare, sotto la direzione dei lavori del dirigente Antonio Cirillo, la riqualificazione Urbana e l’arredo Urbano di via Cavallerizza a Chiaia e di piazzetta Rodinò!

La realizzazione di questo intervento, entra nell’elenco dei risultati ottenuti da Fabio Chiosi per il programma elettorale dello stesso e del PdL , ma ancora nulla fa pensare ad un altro valore storico, artistico e culturale della piazzetta.

A seguito della riqualificazione della Piazzetta, consistente probabilmente nella pavimentazione, ed avendo curato il progetto pubblico per il Comune di Napoli, l’architetto Massimo Rosi, con suo figlio Riccardo, elaborò un ambizioso progetto di arredo urbano e restauro ambientale per tutta l’area di Chiaia, in collaborazione e d’intesa con l’architetto Benedetto Gravagnuolo. «Avevamo progettato di valorizzare al massimo la storia di questa antica zona di Napoli – spiega Massimo Rosi – in particolare il fatto che proprio il largo Rodinò rappresentava l’ingresso della bimillenaria via Puteolana. Si era pensato anche ai gazebo per inserirli nello scenario della piazzetta, un’insenatura naturale tra Cavallerizza a Chiaia e via Filangieri. Un modo omogeneo ed unitario di concepire l’arredo urbano, naturalmente tenendo conto degli esercizi commerciali esistenti.

Il progetto però, nonostante fosse stato giudicato affascinante, non ebbe tuttavia il placet della Soprintendenza»

Ecco che scatta l’interesse della Soprintendenza e , probabilmente profittando del credito offerto dagli Assessori Raffa e Scotti ad alcuni funzionari della Soprintendenza stessa, iniziano denunce e richieste di intervento alla Procura della repubblica.

il 10 ottobre del 2008 su La Repubblica si legge: Chiaia, chiusi i gazebo fuorilegge

Via i tavolini e le sedie, via i dehors, che danneggiano il decoro urbano. Chiusi i gazebo di quattro notissimi bar della movida di Chiaia: Gran caffè Cimmino, Orange, Coco Loco e Gran bar Riviera. E ora le strutture dovranno essere rimosse. La Procura convalida il sequestro e scattano i sigilli, tra piazzetta Rodinò e la Riviera di Chiaia. Linea dura. I magistrati prescrivono un dispositivo aggiuntivo: nonostante i locali siano in possesso di regolare autorizzazione per l’ occupazione di suolo, devono rimuovere tavolini e sedie. Il nuovo match Comune – Soprintendenza, finisce con uno zero a uno. Palazzo Reale fa sentire la sua voce a suon di sequestri.

Cristina Zagaria intervista qualcuno e scrive :«Le strutture sono in una piazzetta storica e lungo la Riviera di Chiaia – spiega la Soprintendenza, che ha dato il via all’ inchiesta – due luoghi considerati dalla legge come beni storico-artistici e quindi tutelati da rigidi vincoli».

Da Altri giornali si apprende: «Il gazebo che ad agosto abbiamo rifatto — spiega Luciano Tricarico, direttore di Cimmino — è costato 45mila euro che non sono certo una sciocchezza». Ma c’è di più. L’architetto Valentina Ruggiero che per conto delle aziende di piazzetta Rodinò ha seguito l’installazione dei gazebo, carte alla mano, sostiene che non esiste alcun vincolo. Ora però è tutto nelle mani della magistratura che dovrà pronunciarsi in merito al sequestro nelle prossime ore.

I VINCOLI, OVVIAMENTE, NON ESISTEVANO perchè il valore della piazzetta era stato dato dagli “ombrelloni” e, quindi, si pensò bene di apporre i sigilli per violazione delle norme del codice dell’edilizia, trattando i gazebo, le pedane i tavolini, come opere edilizie abusive!

Per questo motivo nonostante il placet dato dalla Soprintendenza nel dicembre del 2008 al progetto di arredo dell’architetto Valentina Ruggiero, gli spazi ottengono dissequestri provvisori per la sola rimozione delle opere edilizie abusive

La stampa cittadina che non comprende o non vuole ammettere che la Sovrintendenza non aveva ruolo, osserva “ Erano poi seguiti tanti colpi di scena: prima il nulla osta della Soprintendenza ai Beni Architettonici, una decisione che aveva aperto il cuore alla speranza dei commercianti, poi il parere negativo dei magistrati inquirenti e ora il dispostivo di dissequestro temporaneo dei gip. “ (DECORO: gazebo di piazzetta Rodinò : abbattere per ricominciare. (Asprone 30/12/2008 il mattino).

Ed inizia il 2009. Pare assodato che sulla piazzetta non esistano vincoli paesaggistici, ma la stessa è un bene culturale?

Il Comune ha deciso di si, e se piazzetta Rodinò non era un monumento, si provvederà a classificarla come tale!

E poi ormai ci si è convinti che occorre il permesso a costruire! E quindi, la CE, la Commissione edilizia integrata, i dirigenti, i funzionari e i segretari della CEI hanno la loro “voce in capitolo”

E poi la Soprintendenza deve dare TRE PARERI o 4 o 5 (art.20,21,106 e 46 del Codice Urbani), ma forse è meglio anche fare l’Alta Sorveglianza!

E poi c’è Pulli…….che, essendo in cielo, in terra ed in ogni luogo,ha il compito di trasmettere le pratiche uscite dalla CEI alla Soprintendenza

E poi ci sono gli ambiti!

E poi ormai la Soprintendenza vuole decidere anche i colori!

E perchè no? I materiali da utilizzare….

E poi ormai sarebbe opportuno che lavorassero le archistar per il progetto e che il tutto venisse rappresentato con i rendering…

E poi non sarebbe meglio che i dehors venissero realizzati da imprese accreditate in restauro architettonico, trattandosi in fin dei conti, di operare su monumenti ? (i marciapiedi napoletani TUTTI anche quelli in buffer zone!)

E poi servono 12,16,14 copie e decine e decine di pareri

E poi la ASL vuole la realizzazione di altri bagni per soddisfare le esigenze di coloro che sono seduti fuori….

E poi Esposito vuole Napoli semplice e l’occupazione suolo pagata in NAPO!?!

E, poi, per il momento ( 2010-2020 ??????) si possono avere subito solo ombrelloni a sostegno centrale per 4 mesi ……. come mai li vediamo da anni?

perchè….si devono fare gli “ambiti” (bisogna chiedere a marco polo anche una ricerca sugli ambiti? O è opportuno rivolgersi ad uno psicoanalista considerato che, a quanto sembra, il concetto è ben nascosto nella “mente” di qualcuno?????

E, poi,

facesse ognuno ciò che vuole ….tanto ci penserà la polizia Municipale a decidere chi abusa e chi…..non abusa!!!!!! e sempre la Polizia Municipale conosce i tempi ( non elettorali) e i modi ……per colpire!!!!!!

La vera regola è: chiedere il permesso quadrimestrale, attendere una novantina di giorni, pregare che il permesso rilasciato non venga revocato per sopravvenute esigenze di pubblico interesse, sistemare i tavoli la mattina e ritirarli al coprifuoco……. altrimenti si va dall’olio di ricino alla definitiva chiusura del Pubblico Esercizio……

E in tutto ciò Garella ha deciso che non gradisce la situazione e che …..occorre “rifare” il Regolamento?????? ma forse non sa che per rifare quello della Vernì del 2000 (15 righi con i criteri, senza permesso a costruire, ambiti etc etc etc! Per un rilascio contestuale all’istanza e con durata anno solare rinnovabile!), gli Uffici, la task force, i plotoni di esecuzione hanno lavorato dal 2008 al 2014 e che, nelle more, i ristoratori napoletani hanno steso un drappo nero per tutto il lungomare “liberato, il Comune di Napoli non ha più ottenuto entrate da occupazione di suolo pubblico, qualche tecnico ha guadagnato un po’ di soldi, ma decine di bar e ristoranti hanno chiuso o hanno licenziato il personale che era addetto al pubblico seduto all’esterno….

E certo oggi lo spettacolo finale è veramente POCO EDIFICANTE!

Ma attenzione, perchè ogni intervento si risolve in altri progetti, altri rendering, altri pareri altre autorizzazioni, altri “interventi”…….e tutto ha un costo …….meglio licenziare e rinunciare!

La terza voce……………….Dal Gazebo all’ ombrellone alla zuava

Marco Polo, durante i suoi viaggi, approdò anche a Napoli nel lontano 2009 ed aggiunse una postilla al suo più famoso “Milione”. In via preliminare per individuare elementi condivisi al fine di una corretta comunicazione tra coloro che partecipano alla discussione, va analizzato il termine “gazebo”.

La definizione di gazebo, ricavata da Il dizionario della lingua italiana di De Mauro, è: “chiosco da giardino, costituito da un piccolo padiglione in muratura o in ferro battuto, a volte ricoperto di piante rampicanti” – Sinonimi: chiosco, padiglione. Pare che la parola sia una creazione linguistica scherzosa generata da un incrocio tra l’inglese ed il latino. A partire dall’ inglese “to gaze” (guardare, ammirare) si è formato un verbo latino inesistente, gazere, da coniugare al futuro con la desinenza latina -ebo: “guarderò, ammirerò”. Il nome è attestabile già dal XVIII secolo, ed è riferito al gazebo come luogo dove fermarsi ad osservare un panorama.

Il gazebo è una struttura architettonica coperta, ma aperta verso l’ esterno; di fattura leggera, si ritrova soprattutto in parchi e giardini. Difatti, il gazebo è una costruzione di carattere decisamente ludico e decorativo, anche se questa particolarità si è accentuata soprattutto a partire dai primi anni del XX secolo. La voce correlata più prossima sembra essere “chiosco”. Il chiosco, tuttavia, nella accezione corrente è un piccolo esercizio commerciale che in luoghi pubblici somministra alimenti, vende giornali ed altro.

Dalla lettura di quanto sopra appare evidente che il “gazebo” non ha nulla a che vedere con le strutture poste all’ esterno di bar e di ristoranti per aumentarne la superficie di vendita e per rendere più godibile il pranzo o la cena. Ad un viaggiatore attento, che abbia visitato le principali città europee, è noto che simili strutture sono diffusissime a Barcellona lungo le “Ramblas, a Parigi lungo i Boulevard, a Roma in Via Veneto, emblema di quella “dolce vita” attraverso la quale si cercava di allontanare dalle città i fantasmi della guerra – ancora presenti nel neorealismo – nel tentativo di ricostruire una continuità storica con la città dell’ottocento. Ed in nome di quella capitale che fu Napoli nell’ottocento, si è del parere che, per affrontare il problema, il termine più corretto da utilizzare sia dehors, ovvero uno “spazio esterno di un pubblico esercizio” (Sabatini Coletti Dizionario della Lingua Italiana).

Salvo che a volersi complicare l’esistenza con strumentali ed inutili bizantinismi, il buon senso fornisce una chiarissima ed esaustiva lettura del regolamento. Eppure è nato il problema. La genesi di questo problema, tuttavia, non è nei dehors, bensì nella mente di oscuri funzionari e politici, i quali individuano le ragioni di un “no” nella presunta difesa di una improbabile legalità e del pubblico interesse, laddove si tratta di garantire esclusivamente la loro certa stupidità e conseguente perdurante cecità.

Così si può assistere, volendo anche senza biglietto, a gustose riunioni in cui la decisione è procrastinata all’infinito, ritenendo di porre in essere quello che impropriamente viene chiamato “monitoraggio” ed è proprio qui, paradossalmente, che la città diventa, agli occhi di chi monitora e governa, invisibile. Filosofiche interpretazioni del concetto di temporaneo, di volume infisso o meno al suolo, di valori estetici dell’opera rispetto alla tutela del paesaggio, nascono da inverosimili interpretazioni autentiche, che, funzionari o politici, operano di se stessi.

Ma siamo onesti, si può ritenere che temporaneo equivalga, nella fattispecie dei dehors, ad una sorta di struttura che “si installa la mattina e si rimuove la sera”ovvero che la ristorazione, poiché esterna, diventi una funzione temporanea come se fosse il carrettino del brodo di polpo, o il paninaro con il camper in fondo alla piazza ? E ritenere, pertanto, perseguibile in tutte le sedi, penale ed amministrativa, chi temporaneo non è ? Non è più agevole ipotizzare, una volta pagata la tassa per occupazione di suolo pubblico, che la temporaneità e, di conseguenza anche la forma e le caratteristiche strutturali di elementi di arredo urbano, dipendano da un fatto naturale come il clima, ovvero dalle condizioni atmosferiche e dalla stagione di riferimento ? Vale a dire che d’estate avremo bisogno solo di ripararci dal sole e di favorire la ventilazione, mentre d’inverno provvedere a coprirci per la pioggia e per il vento. Tutto qua. Sole, o vento, o pioggia: un processo naturale e, di fatto, temporaneo !

Marco Polo, incuriosito dalla vicenda, è tornato a Napoli dopo sette anni per sincerarsi che la Città non fosse stata distrutta dagli ombrelloni. È utile convenire sul significato del termine “ombrellone” analizzandolo sotto diversi aspetti, atteso che esso appartiene a quell’ insieme di parole della lingua italiana il cui significato è determinato dalla realtà in cui si colloca.

Inizialmente e per faciltà di esposizione ci attestiamo sul significato immediato di “grande ombrello” la cui etimologia è in tutta evidenza connessa alla parola “ombrello” comunemente intesa e così come definita nel dizionario della lingua italiana (Treccani) : “Arnese usato per ripararsi dalla pioggia o anche dal sole, costituito essenzialmente da un’ asta con impugnatura di vario materiale e variamente conformata secondo l’uso e la moda, e da una copertura di stoffa – formata da triangoli riuniti in modo da assumere, all’ apertura, forma di calotta sferica – la quale, per mezzo di stecche (o bacchette) fissate ad un anello che scorre lungo l’asta, può essere tenuta aperta e distesa o essere ripiegata e avvolta intorno all’ asta stessa” Una definizione in cui c’è tutto quanto: forma, funzioni, origine !

Il primo “ombrellone” si ritrova in Natura ed è quello formato dal fogliame di grandi alberi che, strutturato dai rami disposti, proprio come si suol dire ad ombrello, forniscono ombra e frescura per riparo dal sole. Sempre dalla Natura deriva il generico sistema strutturale composto essenzialmente da elementi portanti e da diversi elementi “riempitivi” . La articolazione di questi due elementi principali deriva dalla funzione da assolvere, la quale ne definisce la forma, senza, tuttavia, che ne venga modificata l’ essenza strutturale e strutturante fornita dall’equilibrio di forze contrastanti, regola madre a cui si ispira la Natura.

Sempre dalla Natura l’ uomo ha mutuato, in base ai propri bisogni, l’ arte del “costruire” e dunque l’Architettura, la cui evoluzione è conseguenza del progresso e dello sviluppo tecnologico. A partire dal primo manufatto per copertura (nato dalla tessitura delle stoffe, allorquando al pari dei fili si intrecciarono canne che, con l’ ausilio di grosso fogliame secco, formarono il tetto) fino alle tensostrutture che l’ architetto Otto Frei utilizzò per lo Stadio alle Olimpiadi di Monaco nel ’72, sono state realizzate forme anche molto differenti, restando tuttavia identiche sia la funzione del “coprire o riparare” che l’ essenza della struttura composta sempre da elementi portanti e da membrane ! In riferimento a ciò, l’esempio più significativo in Architettura resta, a mio avviso, quello delle grandi cattedrali gotiche nelle quali il “segno” costitutivo ed elemento minimo di base è rappresentato dalla “volta” tra le cui differenti configurazioni vi è quella detta proprio “ad ombrello” che è composta dalle nervature strutturali a raggiera e dagli “spicchi” (vele) di raccordo e copertura senza funzione portante.

Ciò detto e rientrando nel tema, appare evidente che la volta gotica non verrà mai designata con il termine “ombrellone” ma, al massimo, verrà associata ad esso per analogia: non si dirà, entrando in una di queste cattedrali, “camminate sotto gli ombrelloni” ma verrà detto “camminate lungo la navata, sotto le volte” Parimenti su una spiaggia una mamma non griderà a propri bimbi “ora mettetevi un poco sotto la “volta” ma dirà “sotto l’ ombrellone” e, analogamente ma con significato differente, un cameriere al bar chiederà al cliente se preferisce un tavolo dentro oppure fuori “sotto l’ombrellone” in qual caso il cliente non immaginerà, uscendo all’ aperto, di trovarsi su una spiaggia della costa adriatica!

Il motivo di questo variegato rapporto tra la parola ed il suo riferimento concettuale è conseguenza della specificità della stessa parola “ombrellone” il cui “significato” – come detto all’inizio – è determinato dalla realtà in cui si colloca, laddove non è la parola ad identificare il luogo, ma, al contrario, è il contesto che fornisce il senso alla parola. Oltre quello semantico, vi è un altro motivo di pari importanza che è di natura dimensionale. Il rapporto tra la dimensione di un uomo ed una volta gotica è tale che essa lo contenga e lo avvolga: in un insieme di volte a navata si entra ed immediatamente si percepisce lo spazio come “chiuso” e dunque capace di modificare la realtà sensoriale e di sollecitare sensazioni del tutto differenti di gradevolezza o meno.

Un ombrellone, ahimè, non solo non avvolge l’ uomo in un “chiuso” ma certamente non solleciterà sensazioni mistiche, al massimo, infatti, potrà ripararlo dal sole, ma fino a quando egli sarà capace di rimanervi sotto con la sdraio, inseguendo l’ andamento del sole stesso. Un solo ombrellone inoltre non modifica il contesto in cui viene “infisso” salvo che non si faccia riferimento ad azioni artistiche e ad un linguaggio fatto di immagini, finalizzate, per esempio, ad indicare solitudine o l’approssimarsi della stagione estiva. Una moltitudine di ombrelloni invece, affiancati ed ordinati in linea fino a coprire l’intero spazio della spiaggia, modifica il paesaggio e restituisce immagini iconografiche tipiche degli anni ’60 da “tutti al mare”

Vi è poi un altro “ombrellone” che parimenti assurge a simbolo non solo di un’ epoca, ma soprattutto di un vero e proprio stile di vita in evoluzione: esso è il “grande ombrello” che i bar o i ristoranti posizionano di fronte ai propri ingressi. Un’ antica abitudine di utilizzare lo spazio esterno antistante al locale chiuso, comune sia alle vecchie trattorie di campagna con il rustico pergolato, che ai lussuosi bar di città con i grandi ombrelli “tirati” dall’ alto a mezzo di un sostegno laterale. Nelle città in particolare, ciò è dovuto non tanto alla pur legittima esigenza di allargare in comodità lo spazio di vendita, quanto principalmente ai frequentatori che, oltre al piacere dello stare all’ aperto, amavano, ed amano, mirare e farsi mirare, come su una sorta di “red carpet” della mondanità, celebrata nei luoghi urbani riconosciuti e riconoscibili, nonché particolarmente significativi e rappresentativi

Finita la seconda guerra mondiale, grande spartiacque tra due epoche completamente diverse, occorreva ricostruire edifici e coscienze ed il Cinema fa la sua parte, dapprima con il neorealismo rappresentando la cruda “realtà” e poi iniziando a sognare con il grande “regista del sogno” Federico Fellini. Dopo i temi a carattere neorealistico come “I vitelloni” Fellini comincia a rappresentare le componenti morali della società in trasformazione e realizza “La dolce vita” – uno dei suoi capolavori – per approdare poi alla autenticità del sogno e di quanto perduto. Ed è proprio ne “La dolce vita” che i “grandi ombrelli” fanno la loro apparizione e, unitamente ai veri protagonisti dello “spettacolo” rappresentato e da rappresentare, assurgono, quale insieme complesso e vociante, a simbolo delle serate, caotiche allegre e scintillanti, in via Veneto e di quel mondo che andava a passeggio lungo i suoi marciapiedi.

Via Veneto ed il Lungomare di Napoli sono due esempi, e se ne potrebbero citare a migliaia, la cui riconoscibilità nel mondo li ha inseriti di diritto in quell’ immaginario collettivo, più autorevolmente detto “spirito del tempo” costituito di immagini, mitologie e simboli, divenuti patrimonio genetico di un sistema sociale e culturale: un patrimonio che si riconosce, riconoscendoli, in “luoghi” specifici e nei relativi modi di esprimersi e rappresentarsi.

A differenza dei “grandi ombrelli” di Fellini, la parola “ombrellone” nell’immaginario collettivo corrisponde all’ idea delle spiagge affollate e dell’estate al mare, delle sdraio all’ombra, dalle quali godersi, a seconda della fila conquistata rispetto al bagnasciuga, la vista del mare con la “rotonda” in lontananza: l’ombrellone dunque è, per antonomasia, quello che evoca il mare e l’estate, non già Via Veneto o il Lungomare di Napoli.

Nel paesaggio di Napoli, dunque, il famoso “ombrellone” non rileva in alcun modo: né sul piano semantico, né su quello iconografico, né su quello, per così dire, dimensionale !

L’ analisi, pertanto, del rapporto tra paesaggio napoletano e “ombrellone” si sposta alla scala di luogo urbano, concentrato in alcune centinaia metri, in cui il senso del termine “grande ombrello” è proprio quello indicato per Via Veneto a Roma. E’ soltanto alla scala di questa contenuta dimensione cittadina che il “grande ombrello” diventa inscindibile elemento di un insieme complesso, il quale è il solo che possa assurgere a rango di “simbolo” ed evocare quell’immaginario collettivo – o spirito del tempo – caro ai napoletani e famoso nel mondo.

La forma del grande ombrello scaturisce da queste considerazioni e circostanze ed è veramente risibile, grottesco e pacchiano, dedurre differenze in funzione della collocazione dell’ asta di sostegno rispetto alla “cupola” di protezione, così come pare faccia la Sovrintendenza ai Beni Culturali di Napoli, nella assurda, anacronistica ed errata valutazione per cui l’ asta centrale sia ammissibile e non in contrasto con la “tutela del paesaggio” mentre quella laterale no ! In verità è vero esattamente il contrario, visto che l’asta centrale è propria dell’ ombrellone da spiaggia che, appartenendo ad un contesto completamente diverso, risulterebbe incongruo e fuori luogo. Ritenere poi che l’ asta centrale sia “più provvisoria” di una laterale è una piccineria da “basso impero” ! L’ attuale “spirito del tempo” purtroppo, è proprio quello da “basso impero” dove è l’ignoranza che regola la vita quotidiana e determina la forma urbana da “lungomare liberato” laddove il litorale marino della città di Napoli, uno tra i più belli del mondo, meriterebbe un Progetto, nel vero e pieno senso della parola, capace di esaltarne la bellezza e la funzionalità, per trasformarlo in risorsa culturale e, in definitiva, in ricchezza comune, economica e collettiva: un Progetto in cui collocare armonicamente ogni componente ed ogni elemento, “ombrellone” compreso ! Ma questa è un’ altra storia.
(Marco Polo)

…………………………..

“Il primo segreto di una buona città sta nell’offrire alla gente la possibilità di assumersi la responsabilità dei propri atti in una società storicamente imprevedibile”, ma allora non siamo in una buona città!

AA.VV.

La galleria Umberto I di Napoli nel più assoluto abbandono! Perché non interviene il MIBACT?

Sono passati pochi anni da quando Ugo Carughi, soprintendente e vero conoscitore delle esperienze architettoniche italiane e napoletane, riferendo le impressioni dello scrittore americano John Horne Burns, dichiarava che le stesse “restituiscono il senso multiforme e complesso di uno spazio architettonico a dimensione urbana, di un luogo ambiguamente in bilico tra la dinamica di un “esterno” e la conchiusa e appartata dimensione di un “interno” tra i richiami alla conformità dello stile e le suggestioni del progresso tecnologico, per concludere che “il complesso …….fu espressione di una delle più importanti imprese architettoniche e urbanistiche italiane di fine Ottocento” ( Ugo Carughi La galleria Umberto I Architettura del ferro a Napoli, Editore Di Franco Mauro, 2001)

Ed infatti per oltre un secolo la Soprintendenza, il Comune di Napoli, il Ministero hanno tutelato e considerato la Galleria uno dei Monumenti Napoletani.scooter-in-galleria2

Ma di recente, resi con delibera consiliare, “beni culturali” tutti i luoghi del centro storico e della buffer zone di Napoli, come per incanto, invece la Galleria Umberto I è diventata un edificio di proprietà privata su cui il Comune non ha potere di intervento!

C’è stato un tempo in cui la Soprintendenza voleva sindacare i materiali utilizzati per i tavolini dai bar, i colori degli ombrelloni posizionati in Galleria, e perfino i tacchi delle scarpe dei danzatori di tango argentino che volevano animare per qualche serata la galleria………..

C’è stato un tempo in cui l’Albero di natale cui venivano affidati i post.it con i desideri dei napoletani si realizzava con consistenza lignea e di verde, in Galleria……………….

C’è stato un tempo in cui famosi artigiani napoletani nella Galleria posizionavano il presepe

Oggi, per merito di Panini e Piscopo sono vincolate tutte le strade e i vicoli di Napoli anche assolutamente prive di pregio e per merito della Soprintendenza e della stampa cittadina la galleria Umberto I sembra aver perso ogni pubblico interesse…. tanto che, ci si può perfino scorrazzare con i motorini!

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I motivi di tutto ciò sono a tutti chiarissimi, ma richiedono ovviamente una Soprintendenza completamente asservita al potere politico comunale e regionale, una Soprintendenza senza Soprintendente, una Soprintendenza senza cultura e senza personale dotato di un minimo di competenze.

E pensare che avevo scritto una lettera per l’architetto Giorgio Cozzolino, sollevando delle critiche! (1)…….

Certo non avrei mai immaginato che Luciano Garella potesse arrivare a tanto.

Invece:

a) avvertito che l’art. 106 del Codice Urbani nella sua Soprintendenza non trova applicazione, non si è minimamente curato di intervenire

b) avvertito che il lavoro dei suoi funzionari non era improntato ai principi di legalità, parità di trattamento e trasparenza che dovrebbe caratterizzare tutto il lavoro della Pubblica Amministrazione, non se ne è curato

c) visto che Panini e, poi di conseguenza il Consiglio Comunale aveva indebitamente interferito nelle competenze ministeriali, non se ne è curato, anzi ha preso tacitamente atto dell’operato di Panini avallato da Piscopo, senza peraltro affrontarne le debite conseguenze giuridichevia-ferrigni

d) per non rischiare di parlare della natura pubblica e culturale della Galleria Umberto I ha preferito abbandonarla allo scempio!

e) ha avallato le finte sponsorizzazioni del Comune di Napoli

f) esprime parere favorevole su qualsiasi istanza provenga da Piscopo, senza neanche accertarsi circa la natura dell’istanza stessa

g) invitato a prendere in considerazione i campi di senza tetto di via Gianturco e Brecce S.Erasmo già sequestrati per motivi igienico sanitari…..tace….perché non crede che via brecce a S. Erasmo possa essere un monumento per delibera consiliare!campo-della-vergogna11

h) ma poi, invece, ci crede, se si parla dei marciapiedi della riviera di Chiaia, di piazzetta Rodinò o di piazza dei Martiri

i) non ci crede più se sugli stessi marciapiedi spuntano come funghi i verdeblu……….(perchè li mette il Comune tramite Napoli Servizi) o se al centro di piazza San Domenico sempre il Comune, per il tramite dell’Asia, piazza cassonetti in batteria o i suoi funzionari di Soprintendenza approvano progetti di dehors necessitanti permessi a costruire su suolo pubblico; ci crede se istallano cartelli pubblicitari le ditte napoletane, ma non ci crede più se si tratta delle pensiline degli autobus dell’ANM!san-domenico

Il problema è che dovrebbe sollevare conflitto di attribuzione con il Comune di Napoli, decidere cosa e come fare per la ricognizione del patrimonio culturale pubblico napoletano, applicare e far applicare agli enti delegati e subdelegati l’art.106, fare meno “pareri” per i privati e interessarsi più seriamente della tutela della galleria Umberto I …………ma nessuno ha il coraggio di dirglielo e molti hanno interesse a tacere!

Ida Alessio Vernì

Nota: Giorgio Cozzolino va via e definisce Napoli “una città difficile” guadagnandosi il titolo di “signor no” Lettera aperta per la tutela del paesaggio e dell’ambiente inviata nel marzo del 2015

 Al di là del moto di solidarietà che sempre spunta quando un singolo si trova “costretto”, in qualunque modo avvenga, a “gettare la spugna” perché travolto dal “potere”, mi sarebbe piaciuto di più se avesse riservato i suoi “no” alle vere distruzioni dell’ambiente, del paesaggio e dei beni culturali, invece di concentrarsi su eventi, feste, illuminazioni e giostre che, obiettivamente, valorizzano la Città e non certamente la deturpano.  Avrei voluto il suo NO all’abbandono del parco della Marinella a sversatoio di rifiuti, mentre Pulli pubblica meravigliosi progetti sul sito web del Comune e dichiara investite ingenti somme (beni comuni) per poi lasciare l’area nel degrado più totale! Il suo NO al campetto di baracche abusive nato, tra rifiuti e topi, dopo lo sgombro del “parco della Marinella, sotto l’ultimo ponte prima dell’Uscita dell’autostrada a Napoli Ferrovia. Il suo NO all’abbandono di Bagnoli e al “silenzio” sulla colmata quando, nella mediazioni tra i fautori della rimozione e i sostenitori della necessità della bonifica in loco, il vicesindaco Sodano ha dichiarato che mezza andava via e mezza diventava terrazza sul mare! Il suo NO alla voragine di Pianura, all’abbandono dell’edilizia residenziale pubblica nel degrado più assoluto, alla finta lotta all’abusivismo edilizio fintamente realizzata eseguendo isolate sentenze di abbattimento di case di “necessità” ed incrementando il numero dei senza tetto

 Un suo NO al degrado della Galleria con la facciata che crolla distruggendo una giovane vita, un No al crollo sulla riviera di Chiaia e alla mancata possibilità di ricostruire subito la Città della Scienza.

 Un NO alla sicura perdita di tutti i fondi destinati al Centro Storico di Napoli , patrimonio dell’Umanità, determinata dalla totale, indiscutibile assenza di ogni guida e controllo sugli interventi da realizzare!

 E tanti, tanti NO al degrado urbano, alle Vele, all’abbandono dell’Area ex Corradini e della Cirio, ma anche all’assenza di progetti e prospettive per un ripensamento sulla qualità della città, sui beni comuni, sull’arredo urbano, sulla pulizia vedendo, come si vede facilmente ed anche nel Centro Storico, spazzatura da ogni parte, al di là delle percentuali più o meno alte realizzate/non realizzate!?!

 Un NO ai preziosi funzionari che lo circondavano e il cui unico interesse paesaggistico e ambientale in una città allo sfascio e con periferie nel degrado più assoluto, è quello del colore degli ombrelloni, delle sedie e dei tavolini dei bar e della cura che la notte vengano ritirati all’interno del locale!!!!!!!

 Caro Soprintendente chi scrive ritiene di aver titolo a parlare di URBANISTICA E DI TUTELA DEL PAESAGGIO E DEI BENI CULTURALI, più di altri Cultori della materia che, in ogni caso, sulla stessa basano la propria attività professionale e lavorativa, in quanto, per motivi a tutt’oggi non del tutto noti, è lontana professionalmente dal settore ed occupata in altri ambiti e, quindi, sostanzialmente e fondamentalmente disinteressata e neutrale rispetto ai cavilli e ai “preziosismi” degli addetti ai lavori!

 Chi scrive, però, ha riflettuto a lungo, ha studiato, non ha trascurato di seguire l’evoluzione legislativa dei vari aspetti del tema “organizzazione del territorio” nell’ultimo ventennio, per puro diletto!

 E chi scrive ritiene che il vero limite degli interventi degli urbanisti sia quello di ripercorrere schemi di ragionamento impostati tra gli anni 40 e il 1968 e fondati su concetti schematici e desueti che, forse già tra il 1944 e il 1968 avevano mostrato dei limiti, ma che dal 1968 ad oggi sono stati stravolti, inapplicati, ignorati, mistificati, utilizzati per detenere il potere, mistificare la realtà e discriminare i cittadini, violare i diritti umani, senza neanche tentare di pervenire allo scopo presunto dell’”organizzazione” del territorio: gestita nelle forme che abbiamo verificato negli ultimi decenni, l’urbanistica è stata strumento essa stessa di scempio delle città, dei territori e dei beni paesaggistici e culturali.

 Per elaborare un piano urbanistico occorrerebbe partire dai bisogni dei cittadini e fare in modo che gli stessi trovino soddisfazione nel migliore dei modi possibile: prescindendo dalle esigenze ed imponendo inutili vincoli, omettendo di individuare gli interventi di edilizia residenziale pubblica, gli interventi di edilizia agevolata e sociale, disconoscendo i bisogni degli abitanti, dei soggetti che nel territorio avrebbero voluto vivere ed esercitare una attività, degli stranieri che scelgono di fissare la loro residenza in Italia, dei giovani che non riescono ad accedere al mercato privato delle abitazioni ed ai mutui bancari, del popolo che avrebbe desiderato lasciare la promiscuità e l’insalubrità dei “bassi” senza essere deportato, evitare l’adattamento nei sottoscala e negli scantinati senza lasciare il proprio quartiere di origine, costruire con i necessari permessi una piccola abitazione nella propria terra senza lasciare il fondo agricolo o l’attività economica commerciale o artigianale gestita nel quartiere, si “disegnano” solo “quadri” destinati a rimanere illusorie prefigurazioni di luoghi inesistenti e che mai esisteranno!

 Bene comune sono la città, il territorio, la salubrità , l’ambiente urbano, il paesaggio e i beni culturali, il “tetto” che è un diritto, non “costituzionale” ma “naturale” per ogni uomo, per ogni donna e per ogni bambino.

 L’urbanistica deve essere la scienza per la tutela del “bene comune” e tutte le scelte riferite al territorio cittadino ed allo spazio pubblico non devono essere elaborate dall’alto, ma derivare dall’incontro e dall’intreccio partecipato di coloro che vivono sul territorio e che hanno “diritti” sul territorio e non possono tollerare, come le mamme della terra dei fuochi, che il loro territorio, gestito da altri, possa uccidere i loro figli.

 

Ida Alessio Vernì

L’albero di Natale, ovvero “eh che, so’ Pasquale io” di Enrico Martinelli

Uno dei sintomi più gravi di questi “tempi moderni” è la confusione tra l’ essere e l’ apparire. Già stigmatizzata mirabilmente dal genio di Totò nella famosa gag “eh che, so’ Pasquale io” agli inizi degli anni ’60, torna prepotentemente ai giorni nostri: la noncuranza verso gli schiaffi in faccia è riposta nella negazione della propria identità. Dopo tanti commenti su N’albero alla rotonda Diaz, credo sia opportuna qualche altra riflessione. Poiché la denominazione è il primo “segno” destinato a comunicare il significato degli oggetti di cui essa esprime una qualità essenziale, iniziamo dal nome. “N apostrofo albero con l’ articolo indeterminativo in forma contratta dinanzi ad un sostantivo maschile ” è un chiaro riferimento al dialetto napoletano; inoltre, poiché il periodo in cui esso viene “piantato” è quello delle feste natalizie, non vi è dubbio che nelle intenzioni di chi lo ha partorito vi fosse un preciso riferimento ad un l’albero di Natale a Napoli. L’ albero di Natale, tuttavia, ha origine celtica o, più in generale, nordeuropea, dove vi era l’ uso di celebrare il solstizio d’ inverno addobbando alberi “sempreverdi” (abeti o conifere in genere) con festoni o luci colorate e piccoli pacchetti di regali. Ciò accadeva, ed accade, perché l’ immagine dell’ albero è visto in quasi tutte le culture e religioni come simbolo della vita, per cui, insieme alla ben diversa tradizione napoletana del presepe, l’ albero di Natale è una delle più diffuse usanze natalizie, con tutte le connotazioni, usi e conseguenze semantiche che derivano da tale accezione. Il Natale è una festa cristiana e l’ albero di Natale rappresenta uno dei simboli evocatori, sebbene la Chiesa delle origini ne vietò l’ uso per accoglierlo solo più tardi, consacrandolo definitivamente con Giovanni Paolo II, quando si cominciò ad allestire un grande albero, un vero albero, nel cuore del Cattolicesimo mondiale, in Piazza San Pietro a Roma. Sia nelle città come riferimento per la collettività che nelle case quale decorazione della intimità familiare, l’albero di Natale è presente durante i giorni delle celebrazioni liturgiche, ma anche di laiche interpretazioni della natività e del senso di rinnovamento ad essa riconducibile. In genere viene preparato nel giorno della Immacolata concezione e rimosso poco dopo l’ Epifania. Dalle sue origini, dunque, si deducono le caratteristiche peculiari di cosa sia e di cosa rappresenti un albero di Natale per la collettività: segno e significato, riferimento culturale e religioso, rapporti dimensionali con il contesto, autenticità. In quanto “segno” un qualsiasi albero di Natale, dunque, deve comunicare, mediante la propria immagine “esterna” (ma anche attraverso la forma e la collocazione) il suo significato. Un albero di Natale, dunque, non è “penetrabile” se non attraverso il processo mediante il quale esso sia convenzionalmente assunto come rappresentazione di un’ altra cosa con cui abbia una indissolubile connessione ontologica. L’albero di Natale, infine, è da sempre – ed oggi ancor di più alla luce delle parole di Papa Francesco – riferimento ad una ritualità modesta nella forma e nell’apparire, ma ricchissima nel significato: questo per i credenti ed i laici. E veniamo al nostro “n’albero” alto circa 40 metri con un peso proprio di 400 tonnellate oltre le 30 di zavorra, è stato realizzato con il sistema dei ponteggi per l’ edilizia che, in tali dimensioni e configurazioni, richiama le strutture provvisionali a cui si fa ricorso per contenere cedimenti di edifici o elementi naturali in caso di fatiscenza o calamità naturali quali i terremoti ! Esso è illuminato da ben 1.300.000 lampade a led, il piano terra è una galleria commerciale, mentre il primo piano ospita addirittura un ristorante; al piano terra ed al primo piano si accede, ovviamente, gratis, mentre per le terrazze superiori occorre pagare un biglietto di 8 euro a persona. Una sorta, dunque, di Moloch a cui offrire in sacrificio bambini e illusi avventori affamati di “novità” i quali si inebriano nel tentativo di compensare la vacuità di una città progressivamente privata di capacità intellettuale e di contenuti. Un “albero di Natale” dunque il cui valore va verificato in termini di profitto: non c’è che dire una interessante interpretazione del rinnovamento e della rinascita: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pulite l’ esterno del bicchiere e del piatto, mentre dentro sono pieni di rapina e d’intemperanza.” (Bibbia – Matteo 23) E c’è persino l’ ascensore: non sono credente, ma mi immagino quanto avrebbe fatto comodo a Gesù un impianto elevatore nel suo cammino con la croce verso il Golgota ! Un ascensore per salire dove ? Sullo specchietto per le allodole: il panorama ! Il panorama di norma è un’ampia veduta generale di un territorio, di una città o di una parte significativa di essa. Il panorama di Napoli, quello nella sua più semplice accezione di puro riconoscimento dell’ immagine godibile alla vista, quello caro e noto a tutti, turisti e non, è composto dall’ ansa del golfo – la parte che contiene il Castel dell’Ovo e si “chiude” su di esso – e dal Vesuvio digradante verso il mare, Capri e punta Campanella in lontananza. Orbene questa veduta che la si guardi dal livello del mare o da qualche decina di metri più su, rimane la stessa per evidenti motivi di rapporto dimensionale tra lo spettatore ed il contesto. Essa varia unicamente se ci si “arrampica” – magari mediante una delle quattro funicolari – sulla collina del Vomero o di Posillipo: dal belvedere della certosa di San Martino è possibile spaziare su entrambe le anse del golfo di Napoli, da Capo Posillipo alla Punta Campanella. Ma c’è di più. La particolare configurazione territoriale che la città ha storicamente assunto, tra la parte pianeggiante e quella collinare, consente alcuni scorci mirabili semplicemente passeggiando tra le sue strade o scendendo le sue scale: da via Toledo, ad esempio, guardando verso la collina attraverso i vicoli dei famosi “quartieri spagnoli” capita di cogliere una immagine della Certosa di San Martino così grande che sembra quasi di toccarla; oppure scendendo lentamente le scale del Petraio, antico borgo che ricalca il tracciato di uno dei tanti alvei alluvionali del Vomero, tra i vecchi palazzi, il “panorama” fa capolino all’ improvviso mostrandosi diverso di volta in volta, pur essendo sempre lo stesso ! Anche questa è Napoli ed i soppalchi per “ammirare” le cime degli alberi della Villa Comunale, già martoriata per altra via, non le appartengono. L’ albero di Natale è una cosa seria, molto seria e mai può essere ricondotto ad un luna park ! Ma anche il luna park è una cosa seria. Esso è un luogo, articolato e complesso per la molteplicità e diversità delle sue componenti, dove la dinamicità del movimento produce divertimento ed emozioni, contrapponendosi alla “banalità dell’ insignificante” che è proprio della staticità dell’ apparire. Un mirabile esempio di “luna park” è l’area della Riesenradplatz a Vienna, all’ interno del grande parco del Prater, dove si trova la famosa “ruota panoramica” dalla quale, mentre si percorre l’ intera circonferenza raggiungendo 65 metri di altezza, è possibile godersi la vista della Città. Nel Prater poi vi è uno storico ristorante, lo Stadtgasthaus Eisvogel, che, sin dal 1805, offre una cucina viennese ad alto livello. Qui a Napoli per alzare il livello di un ristorante – attrezzatura mancante a Mergellina e dintorni e che offre uno dei piatti tipici della tradizione napoletana, la chianina ! – lo alziamo materialmente di livello, ponendolo a sei metri da terra ! N’albero, un ristorante, ecco cosa è: nulla contro i ristoranti, ovviamente, ma l’ importante è chiamare le cose con il loro nome. Un ristorante, dunque, rispettoso di tutta la normativa di settore, ma con la caratteristica di essere provvisorio, caratteristica specifica delle bancarelle di panini di hot-dog, con buona pace di tutta la cucina napoletana.

 

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SUI “VERDIBLU” deve intervenire la Procura della Repubblica!

A settembre del 2015 il consigliere architetto Gaetano Troncone pubblicava un BLOG

L’elenco dei palazzi e delle piazze vincolate, aggredite dai tabelloni pubblicitari

Leggi il dossier completo 

http://gaetanotroncone.blogspot.it/2015/09/cartellopoli-il-dossier-sui-tabelloni.html

deprecando l’esistenza di tabelloni Pubblicitari vicino ai Palazzi Vincolati e alle Piazze Vincolate!

Decine e decine di fotografie a colori, interrogazioni, richieste…. promesse abituali di Panini……….. SILENZIO!

A distanza di 15 mesi, nei quali è successo di tutto sui Monumenti…………

NASCONO I  “VERDIBLU”

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Solito Scalpore, solite proteste, soliti immobili vincolati (quelli del 1999)!

Ma no! Troppo semplice! 

Mi viene chiesta una opinione, un consiglio su come bloccare la installazione selvaggia, che cosa denunciare!

E’ meglio perciò elencare i motivi per cui questa operazione va bloccata immediatamente

1) quello che rilevano tutti! sono davanti ai Monumenti!

  1. A parte però che il codice dei beni culturali NON vieta l’istallazione di tabelloni pubblicitari ma dispone solo:

Art. 49. Manifesti e cartelli pubblicitari

  1. E’ vietato collocare o affiggere cartelli o altri mezzi di pubblicità sugli edifici e nelle aree tutelati come beni culturali. Il collocamento o l’affissione possono essere autorizzati dal soprintendente qualora non danneggino l’aspetto, il decoro o la pubblica fruizione di detti immobili. ………….

 

e, quindi c’è la probabilità che l’autorizzazione sia già stata data …..o che, ci sia stata una “dimenticanza” cui prontamente la Soprintendenza porrà rimedio!

E a parte che, per merito di Panini e del Consiglio Comunale TUTTI gli impianti sono su monumenti vista l’estensione della nostra zona sottoposta a vincolo culturale!

2) chi ha deciso la sostituzione degli impianti affissionali comunali?

Questa decisione compete al Comune e l’organo deputato a farla è il Consiglio Comunale per una serie complessa di motivi. A livello legislativo per una serie complessa di motivazioni lo Stato tendenzialmente intende arrivare all’abolizione degli impianti affissionali, sostenendo che gli stessi sono inutili perché sostituibili con altre e più moderne forme di comunicazione istituzionale, perché sono troppo costosi, perché erano necessari ad effettuare un servizio che era obbligatorio ma non lo sarà più e tanti altri analoghi e non deprecabili motivi. Non essendo ancora obbligatorio abbatterli o concederli con gare ai privati, i Comuni sono al momento forse liberi di tenerli o meno, sicuramente però non possono ipotizzare di provvedere a sostituire tutti gli impianti o ad affrontare spese straordinarie in tale direzione!

Si tratta di somme ingenti che è stato/sarà vietato spendere per un servizio non obbligatorio e che solo il Consiglio Comunale, valutando le entrate prodotte dalla gestione del servizio affissionale, potrebbe, ben motivando, decidere di stanziare!

  1. quale progetto è stato approvato?

Il Comune di Napoli dispone di 33.500 mq di impianti affissionali diffusi in tutta la Città e distinti in impianti 6X3 ed impianti 1X1,40. Di questi impianti alcuni sono stati concessi in locazione e dovrebbero essere stati restituiti al Comune, altri sono crollati o sono stati rimossi, altri risalgono agli anni 60/70 , altri sono stati realizzati nel periodo trentennale della concessione IGAP cessata nel 1998 , molti sono stati riparati e manutenuti tra il 2003 e il 2006 e poi ancora tra il 2007 e il 2011 con spese ingenti di milioni di euro ( fra cui una manutenzione di 440.000 euro effettuata tra il 2003-2005 mi è stata addebitata come concorso in bancarotta fraudolenta), una parte, assolutamente la migliore, è stata fornita come arredo urbano in sinallagma con l’ottenuta superficie pubblicitaria in zona rossa, senza corrispettivo in denaro dalla Clear Channel agli inizi del nuovo secolo………………………………….

Quali si stanno sostituendo? Proprio questi ultimi!

E quindi occorre che ci sia un progetto che censisca 33.500 mq, chiarisca se una parte viene abolita e una parte rimane e fra quelli che rimangono,  individua quali verranno sostituiti e come e quali solo manutenuti e con quali costi globali!

In questo progetto si sarebbe dovuto anche chiarire se se ne istallavano di nuovi come è avvenuto certamente in via Filangieri, in piazza del Gesù etc etc, se con natura commerciale o istituzionale, con quali entrate e con quali costi.

4) quali modalità sono state previste?

E’ evidente che si potrebbe anche sostenere che i verdiblu nuovissimi vanno in zona rossa e che i forniti da Clear Channel serviranno a fare le sostituzioni più in periferia. Ma se coì fosse non si dovrebbe procedere alla DISTRUZIONE degli impianti CLEAR CHANNEL.

Invece gli stessi NON VENGONO SMONTATI MA SEGATI E POI SE NE APPROPRIA LA DITTA CHE STA OPERANDO LE ISTALLAZIONI DEI VERDIBLU!!!!!

Questo fatto è gravissimo perchè, lo si ripete, stiamo parlando di impianti affissionali relativamente nuovi e di gran pregio!

La qualità e la tipologia dei nuovi da chi sono state verificate? Esiste una perizia che consenta di parlare di un miglioramento qualitativo? Chi ha deciso le colorazioni, e chi ha collaudato i singoli impianti verificando le modalità di istallazione??

Chi dirige i lavori e chi esercita il controllo analogo sulla Napoli Servizi?

Da chi il Comune ha fatto realizzare il progetto?

Chi ha progettato sa che Napoli ha avuto i primi progetti di arredo urbano pubblicitario studiati specificamente per la Città? Sa che “Napoli è la prima città italiana per la quale è stato progettato un sistema d’arredo urbano tagliato su misura per il suo clima, la sua cultura, la sua gente.”?

Sa che architetti di fama mondiale hanno disegnato e progettato gli interventi?

A chi è stata affidata la progettazione degli impianti sostitutivi?

E come è stato programmato l’innesto a pavimento dove non ci si infila nei “bicchieri” della Jolly segando i pali qualche centimetro più in alto???libro-casti

 

  1. quanto si spenderebbe per queste sostituzioni, ammesso che fossero legittime e potessero continuare?

Calcoliamo che Roma, che ha opportunamente deciso di affidare ai privati gli impianti affissionali, tra le motivazioni del provvedimento, oltre all’obbligo di legge, ricorda proprio l’onerosità della manutenzione degli impianti affissionali e la necessità di curare il decoro urbano e la tutela dei beni culturali e paesaggistici eliminando un parco impianti che, certamente, non può avere le qualità tecniche e le manutenzioni che ai privati risultano possibili.

Specificamente per il servizio affissionale e nel 2015 il Comune di Napoli avrebbe dovuto analizzare i vantaggi della gestione di tale servizio e le criticità che lo stesso presentava.

In particolare il Comune di Napoli avrebbe dovuto effettuare calcoli e perizie, non per stabilire quanto corrispondere alla Napoli servizi,  ma per valutare che il costo molto elevato di gestione poteva essere coperto solo in minima parte dagli introiti dei diritti di affissione, sempre che gli stessi continuino ad esistere, e che i risultati in termini di sicurezza per la pubblica e privata incolumità e di decoro urbano non sarebbero stati pregevoli.

Il Comune di Napoli avrebbe dovuto valutare che la vetustà della quasi totalità degli impianti (alcuni sul territorio da oltre 60 anni), con conseguente elevato costo per la manutenzione e sostituzione di oltre 30.000 mq e  avrebbe dovuto decidere di trasferire , per uso ad impianti pubblicitari, la superficie tutta o parte alle ditte pubblicitarie.

Il Comune di Napoli avrebbe dovuto comparare i costi dei nuovi mezzi di comunicazione, televisioni, web, reti civiche per la divulgazione di notizie in modo rapido e capillare con i costi dell’utilizzazione della superficie affissionale e avrebbe dovuto valutare che una serie di norme impegnano anche gli Enti Locali a disincentivare il supporto cartaceo degli atti amministrativi ed a dotarsi di tecnologie tendenti alla dematerializzazione degli atti stessi, per concludere, ancora una volta, sull’opportunità di sopprimere il servizio affissionale consentendo ai privati, ditte pubblicitarie, di poter fruire di ulteriori spazi per la propria attività.

Ma soprattutto il Comune avrebbe dovuto evidenziare che l’affissione di manifesti cartacei su impianti appositamente dedicati nella forma dei “cartelloni”, già 17 anni fa tendenzialmente eliminata nelle zone di maggior pregio della Città di Napoli il cui centro storico è patrimonio dell’Unesco, esige la presenza di manufatti impattanti sul contesto storico, architettonico e paesaggistico, e, che, il trasferimento delle superfici ai privati per i quali esistono margini economici diversi che consentono l’utilizzo di manufatti di arredo urbano, avrebbe eliminato impianti e plance affisse sui muri che costituiscono un elemento di degrado del decoro urbano, oltre che a causa della loro vetustà, anche a causa della loro essenza. Si pensi solo che sui VERDEBLU si incollerebbero ancora manifesti cartacei con la colla, cosa che nelle città europee non esiste più e forse neanche in Cina e in Brasile!

Il Comune avrebbe dovuto, infine, valutare che stanziare fondi di importo elevato appositamente dedicati alla riqualificazione/sostituzione degli impianti di pubbliche affissioni, oltre ad essere insostenibile da un punto di vista economico, non avrebbe risolto il problema in quanto mai il Comune avrebbe avuto margini per trasformare gli impianti dal formato cartellone in oggetti di arredo urbano di pregio.

A seguito di tali valutazioni avrebbe potuto decidere, sempre che la legge glielo consentisse, se proseguire il servizio di pubbliche affissioni affidandolo in house alla Napoli Servizi spa, o adottare altre decisioni in proposito.

In altri Comuni sono state assunte determinazioni che vedono destinatari di tutta o parte la superficie affissionale, gli operatori pubblicitari privati: o nella forma della gara, o con apposite specifiche convenzioni e si è fatto in modo che gli operatori pubblicitari saranno coloro che possono gestire e riqualificare, senza oneri a carico dell’Amministrazione Pubblica, gli impianti utilizzati per il servizio delle pubbliche affissioni, e ciò spesso in connessione con interventi di riqualificazione urbana e fornendo, a titolo gratuito, gli spazi per i messaggi istituzionali dei Comuni stessi.

Il Comune di Napoli ritiene, a torto o a ragione che la norma non abbia carattere cogente e sia derogabile per volontà del Comune, ma, anche a voler accettare tale assunto indimostrato, non si comprende in quale punto del provvedimento impugnato si faccia a ciò riferimento e quali siano le motivazioni del Comune di Napoli per voler necessariamente espletare un Servizio non indispensabile e non obbligatorio.

Ma perchè mai inizia distruggendo e gettando gli Impianti progettati dall’Atelier MENDINI certamente di qualità incommensurabilmente superiore ai VERDEBLU?

  1. Ed infine il Comune quanto guadagna dal Servizio affissionale?

Qui scende il più fitto mistero perchè, presumibilmente includendo canoni pubblicitari e diritti affissionali, il Comune, nei suoi alti vertici, parla di cifre annue ridicole. Non risponde ad alcuna richiesta di chiarimenti, e certamente è sotto gli occhi di tutti che, trasferiti gli operai affissatori a fare le pulizie nei bagni degli uffici, e trasferito l’ufficio affissioni in periferia, non sembra che stuoli di camioncini girino per affiggere per conto del Comune e gli impianti o sono vuoti o pubblicizzano spettacoli teatrali che, notoriamente, godono di consistenti riduzioni: Ma allora questa spesa aggiuntiva per sostituire parte o tutti gli impianti affissionali a fronte di quale previsione di entrata di sta effettuando?

  1. Chi esercita il controllo analogo?

In verità i punti da chiarire, e certo non solo ai negozianti che chiedono risarcimenti danni laddove le installazioni avvengono senza alcun criterio e autorizzazione dinanzi alle loro vetrine e senza sostituzione, sono molti……. i potenziali danneggiati numerosi, e le domande vere le dovrebbe porre la Procura della Repubblica, perchè, almeno in questa materia non si capisce se il Comune controlla la napoli Servizi o se, “dipende” dalla Napoli Servizi, interpellandola e coinvolgendola anche nei settori e sulle materie che alla Napoli Servizi NON ha trasferito ( i canoni pubblicitari, gli impianti elettorali etc etc?)

8. Ma come mai avviene tutto nel silenzio? dov’è la Soprintendenza? 

IAV