

Basta guerra tra turisti e residenti, giovani e anziani, residenti dei quartieri bene e presunti “invasori” provenienti dalla Periferie, proprietari di cani che “non puliscono” e mamme di bambini privati dei giardinetti, residenti dei luoghi della movida e giovani della Notte….. tutto dipende dall’ASSENZA di gestione della città, di cultura del territorio e di responsabilità delle scelte.
I cittadini napoletani sono al limite della sopportazione, hanno una sensibilità acuta ed una pronta capacità di mobilitazione , ma , purtroppo si percepiscono e si rappresentano come “utenti”, rivendicano, servizi e rispetto delle regole: la loro voce parla solo per loro, per il qui, per ciò che sarebbe loro diritto avere.
E ciò è pienamente legittimo ma, purtroppo, la loro voce non viene ascoltata.
E pensano, perciò, che l’unica strada sia il disprezzo, l’astensione, l’indifferenza o lo sbeffeggiamento contro il Sindaco.
Così non si risolve niente e non si individuano le responsabilità, le colpe e gli errori.
La politica se vuole recuperare autorevolezza e tornare a fare la regia dei processi di trasformazione urbana deve formulare con chiarezza il proprio obiettivo e deve preparare il proprio obiettivo ascoltando TUTTI i bisogni e contemperandoli.
Città metropolitana non significa “grande città” bensì, città madre: l’idea che si possa creare per volontà demiurgica del decisore (politico o tecnico è quasi lo stesso), è semplicemente delirante.
La costruzione del bene comune ( città o ancor di più città metropolitana) ha bisogno di un processo di scelta “partecipato” che si accompagni alla realizzazione e alla gestione dei progetti.
Saper leggere, descrivere, interpretare, orientare e governare le trasformazioni radicali della città, del territorio e dell’ambiente, all’interno dell’obiettivo di fondo di uno sviluppo che garantisca equità, sostenibilità, diritti è il compito e la sfida che potrebbe consentire alla politica di riacquistare il proprio ruolo.
L’approccio, quindi, è chiaro: nessuna decisione a tavolino, ma “ascolto”dei territori.
Ascoltando il territorio non si sarebbe ridotto il trasporto pubblico ad un simulacro, il verde pubblico a luogo di rifiuti e degrado, la città tutta ad una paralisi di traffico, la sicurezza dei cittadini a qualcosa da scaricare di volta in colta sugli uni o sugli altri, con un sistema di scaricabarile ( altrimenti detto ping pong)!
Ed ascoltando il territorio anche questioni come quella che sembra irrisolvibile della guerra dei residenti contro la movida, acquistano prospettive diverse.
Perché il popolo della Movida e i gestori delle attività economiche sanno che i residenti hanno il diritto di dormire, e i residenti sanno che gli spazi di relazione e quelli dell’abitare sono entrambi essenziali e che la qualità urbana dipende dalla qualità di entrambi.
Certo le “città” senza spazi pubblici o che distruggono lo spazio pubblico non sono città: in esse i “non-luoghi” divengono gli unici simulacri della città, come non sono città le “città” senza abitanti (scomparsa possibile di Venezia per la sua trasformazione in “città senza abitanti”)
Certo le tentazioni di valutare solo un lato del problema esistono da una parte e dall’altra, ma tutti sono consapevoli che la monocultura si converte sempre in distruzione: il dominio pieno e incontrollato su tutte le attività di una monocultura, avida di risorse e insostenibile come tutte le monoculture, insaziabile nel divorare spazi e persone, impedisce la convivenza civile e l’essenza stessa della Città come luogo deputato a soddisfare le esigenze di turismo ma anche quelle della residenza, quelle dei giovani, ma anche degli anziani e dei neonati, quelle dei venditori ambulanti e quelle dei fautori del decoro urbano, quelle pubbliche, ma anche quelle dei privati imprenditori o operatori che siano….
E’ una grande sofferenza assistere alla polemica sulla movida notturna vissuta come contrapposizione irrisolvibile tra lo sviluppo economico, le esigenze dei giovani e l’atteggiamento dei “residenti” che intendono conservare la loro quiete!
Così impostata risulta quasi una questione di scelta ad personam e si contesta la presunta ordinanza del Sindaco solo per non aver incluso una strada piuttosto che l’altra, o per gli orari di chiusura, senza rendersi conto dell’abisso di illegalità ed ignoranza che dietro tutto ciò si cela.
E che si ripete puntualmente su corni, alberi metallici, la Belen, l’utilizzazione di piazza Plebiscito e, scandalo, gli immigrati e gli ambulanti che vendono merce contraffatta in mezzo alle enormi frotte di turisti che si aggirano per la città nella fantasia di chi, forse, della città, frequenta solo alcune limitatissime zone turistiche!
I nodi sono ben altri e derivano dall’assoluta inettitudine di questa Amministrazione Comunale.
Incapaci assolutamente i politici di stabilire indirizzi e percorsi, incapaci fino all’idiozia dirigenti e funzionari che dovrebbero assistere e coadiuvare cittadini ed imprenditori nel rispetto della legalità ed invece hanno organizzato un sistema di truffe e raggiri per consentire tutte le illegalità senza firmare.
Il tema è che, sia dal punto di vista urbanistico che da quello della tutela del patrimonio culturale, l’obiettivo è quello di evitare che la tutela sia limitata all’integrità della consistenza materica delle “cose” che hanno interesse culturale, e di far sì che possa invece estendersi all’”organismo” storico-urbanistico nel suo insieme, cioè nel complesso sistema di relazioni sociali ed economiche, che gli conferiscono identità culturale.
E’ di estrema complessità trovare il giusto equilibrio tra la tutela delle attività produttive che si svolgono nel centro storico, lo rendono vivo e danno sviluppo economico e sociale alla città, e la necessità di fare in modo che le attività produttive non alterino il quadro percettivo della città, svuotando i centri storici della loro più profonda identità sociale e culturale per omologarli a un regime comune universale, che sostituisce alla forte identità storica l’anonimato di tutti i luoghi senza storia.

E’ di estrema complessità trovare il giusto equilibrio tra gli interessi privati alla quiete e al decoro e gli interessi privati dei gestori delle attività economiche se non si è in grado di enucleare, invece l’interesse pubblico.
Per la movida è inutile affrontare, quindi, il tema del crimine che è competenza del questore e di polizia e carabinieri e non può essere acriticamente collegato alla presenza di giovani nella movida notturna né il tema delle relazioni sentimentali dell’Assessore alla Polizia Urbana perché il problema è molto, molto più grave e la presunta ordinanza del Sindaco sulla Movida ne è il clamoroso e ridicolo epilogo.
Il tema è che né Marco Esposito né Panini hanno elaborato uno straccio di pianificazione delle attività produttive, il tema è che Crocetta è stato il responsabile della Commissione Consiliare delle attività produttive, il tema è che una consigliera comunale già vice Sindaco della città metropolitana, a distanza di sei anni da un mandato pubblico si permetta di affermare:” la Città di Firenze ci ha offerto una lezione parziale: il regolamento del commercio è stato scritto tenendo presente che eiste un centro storico di infinita bellezza e, quindi, ponendo dei paletti all’invasione commerciale”(La Repubblica 17.11.2017)


Per cui tra poco forse dovremo imitare Nardella ed espellere i venditori abusivi di merce contraffatta o annaffiare le scale delle chiese per non far sedere le persone, a ciò aizzati da una consigliera di Rifondazione Comunista! Ma a Milano da decenni cura inserimenti di qualità!
Il tema è che, nella presunta foga di cancellare le pianificazioni esistenti e di immaginare una pianificazione per “ambiti” senza essere neanche capaci di spiegare cosa siano gli ambiti né tantomeno tirarne fuori una idea, costoro hanno determinato un clima di anarchia, di irresponsabilità, di idiozia sempre crescente nel quale l’unica cosa importante per i funzionari pubblici è diventata il NON FIRMARE, il rifiuto di ogni forma di lavoro e di responsabilità.
E’ perciò che la Galleria, oltre i fatti già tristemente noti, è ridotta così al netto della questione MaDonald.
Poiché tutto è demandato ai privati che autodichiarano, autocertificano, auto decidono, è diventato semplice “liberalizzare” tutto e limitarsi ad intervenire “ a campione” impedendo o ostacolando solo alcuni precisi soggetti individuati ad personam!

E perciò i baretti delle strade della movida sono per la maggior parte “abusivi” e sicuramente potrebbero essere chiusi immediatamente con revoca della licenza in via di autotutela perché la loro apertura è fondata su “dichiarazioni false” dei privati NON CONTROLLATE E VERIFICATE dagli Uffici! I baretti abusivi vanno chiusi e i gestori devono essere invitati a delocalizzare le loro attività in luoghi più idonei e meno invasivi per la popolazione residente.
E sono i medesimi Uffici che pensano di poter ritenere Napoli esente dalla legge nazionale abilitando la Soprintendenza ad intervenire sul tema dei de hors, che sequestrano o sanzionano a caso un bar circondato da decine di altri che espongono i medesimi arredi ( orrendi ed indecorosi teli di plastica rotti e svolazzanti per accontentare Panini che prima fino al 30 ottobre ed ora fino al giugno 2018 autorizza arredi leggeri senza specificare chi deve “pesare” questi arredi e quanto dovrebbero “pesare”, con l’eccezione di alcuni “amici” che sarebbero riusciti ad ottenere in variante al piano Urbanistico dei permessi a costruire nuovi volumi in piazze prestigiose della città …..a firma di PULLI (?????)), che credono fermamente che tutta l’area Unesco sia un “MONUMENTO” perché lo ha deciso Panini mentre supermercati alimentari di dubbio gusto possono essere autorizzati in pienissimo Centro Storico di Pregio a 10 metri dalla Chiesa di Santa Maria dell’Incoronata del 1364!

Come si può sperare che persone che dovrebbero approvare e seguire un Piano di gestione, obbligatorio per legge, del Centro Storico Unesco sotto la vigilanza della medesima consigliera Elena Coccia che ignora, evidentemente, che tra i documenti approvati dall’Unesco per la Tutela del centro Storico Patrimonio dell’Umanità esiste una articolata pianificazione delle attività produttive ed una cartografia che individua, come zona di massima tutela, una zona rossa definita “Centro Storico” per lo Strumento d’Intervento per l’Apparato Distributivo e che questa pianificazione forma parte integrante del Nuovo Piano Regolatore della Città, unitamente ad altri piani per le attività produttive (apparato distribuzione carburanti, impianti pubblicitari etc.) inviati all’Unesco per documentare la tutela del Centro Storico.

E da questo 2012, passiamo a 2013 e 2016:
Così come dal 2011
passiamo agli anni successivi:
mentre tutti combattono con le plastiche “abusive”:

L’attività di adeguamento degli strumenti urbanistici alle esigenze di programmazione delle attività commerciali, distributive e produttive nella città ha visto il Comune di Napoli in un ruolo d’avanguardia e il nostro Piano delle attività commerciali è stato utilizzato dall’ANCI come schema guida per tutti i Comuni d’Italia: la Coccia, perciò, non può fare l’Osservatorio Unesco e prendere parziali lezioni da Firenze!!!
I baretti e molto, molto altro sono il frutto di una presunta “ liberalizzazione” che si è attuata senza l’intervento del Comune di Napoli, senza indirizzo politico, senza responsabili interventi della dirigenza, senza applicare neanche principi di fondo del diritto e costituzionali in base ai quali non si può fare una norma per una stradina e per l’altra no senza adeguatamente motivare la specificità e derogando alla generalità ed astrattezza della norma giuridica che sono il fondamento della democrazia e dello Stato di diritto!
Non vi è alcun dubbio che il commercio ed il turismo debbano essere il volano della ripresa economica della città.
Napoli, con il suo centro storico tutelato dall’Unesco e le sue periferie, con le sue migliaia di chiese, musei, monumenti, con le sue stratificazioni di civiltà, culture, tradizioni millenarie, conformazioni urbanistico e territoriali, con la sua profonda “diversità” , non può e non deve competere con le città industriali o con i poli tecnologici, ma deve conservare, curare, difendere le sue coste, le sue strade, i monumenti e le mille pietre, oggi sconosciute, che illustrano le sue millenarie tradizioni, il suo mare e la sua economia che, per il commercio è economia del vicolo, di antichi e piccoli negozi inconcepibili in altre realtà economiche, botteghe artigiane di pastori, di ceramica, di legatoria ed edizioni, di dolci, pastiere e babà, casatielli e pizze! E’ economia delle grandi sartorie ( Sarli, Gildo Cristian, Rubinacci , Marinella, Cilenti che non possono e non devono fare posto alle grandi marche internazionali relegandosi in posizioni di minor prestigio o scomparendo). E’ economia di bar, ristoranti, lidi balneari, caffè, tavolini e sedie fuori anche d’inverno perché non c’è l’inverno. E’ economia di bancarelle, mobili di antiquariato venduti su suolo pubblico, bancarelle di pastori, e di frutta, di “vestiti” e corredi, bancarelle del pesce, delle spezie, e di merce la più varia …….. opera del proprio ingegno! E’ economia di orafi, creatori di gioielli, disegnatori di monili che certamente non avrebbero nulla da invidiare a Dodò …………….semmai al contrario!
E’ economia che deve imparare ad andare in Italia, deve imparare ad andare in Europa e poi in Cina, India ed America, ma che deve trovare nella propria terra ogni tutela e cura ….marchi come Scaturchio, il Bar Riviera, il Gambrinus, la pizzeria Trianon e da Michele, Ciro a santa Brigida, Napoli mia e lo Chalet Ciro e ancora, tanti altri sono “BENE COMUNE” da tutelare e proteggere, da incentivare ed aiutare e non si può assistere passivamente al loro progressivo sfaldarsi fino al fallimento o addirittura aiutarne l’estinzione : si dovrebbero studiare pezzi di città per incentivarne e valorizzarne la presenza e la capacità di accoglienza e attrazione del turismo, non perseguitarli per i tavolini e le sedie, pedonalizzare le strade senza prima dare un senso alla pedonalizzazione, disegnare davanti a loro strisce blu invece di creare per loro pedane ed aree, aiuole e spazi per rendere la città e i locali più famosi motivo di attrazione turistica. E ciò senza respingere il nuovo: nell’Eataly che Farinetti avrebbe volentieri collocato nel Terminal dei crocieristi, il Servizio Commercio al dettaglio, pur non appellandosi “Made in Naeples” aveva “trattato” per l’inserimento di punti vendita, corner, chioschi da dare obbligatoriamente ai “napoletani” che fungessero da invito ed incentivo per il turista a recarsi nei decumani e sulla riviera di chiaia, a via dei Mille e dietro il Tribunale per “vedere” le eccellenze napoletane di cui il Terminal aveva offerto una fugace visione!
La liberalizzazione voluta dall’Europa e definitivamente sancita da Monti è evidentemente legge del più forte, privilegia ed agevola le grandi catene, i grandi gruppi internazionali, riempie le città di mac Donalds e di Auchan, dei negozi standardizzati di Grandi Stazioni, porta al progressivo sfaldarsi delle tradizioni, alla scomparsa delle salumerie piene di prodotti di sorrento e gragnano, colorate, circondate da pasta di ogni genere e tipo, da sughi, dolci, specialità della costiera, porterà a vendere il nostro mare e le coste ai grandi capitali internazionali, non riuscendo a competere i tradizionali lidi balneari con le “offerte” che verranno proposte dai gruppi tedeschi, inglesi e francesi cui non sembrerà vero di potersi vendere il mare di mare chiaro e posillipo e la “linea di costa” di bagnoli.
Il Comune di Napoli avrebbe il dovere di approvare in consiglio un piano del commercio e delle attività produttive, scevro da vincoli e norme rigide e non più sostenibili, scevro di aspetti burocratici formali, ma capace di fissare livelli di qualità che saranno commisurati alla capacità di portare innovazione, occupazione, investimenti, nel contempo tutelando e preservando la qualità della vita dei residenti e le tradizioni culturali e artigianali della città.
La regione Campania avrebbe il dovere di imporlo….. ma …..
Le necessità reali sarebbero, quindi ben altre e richiederebbero adeguate competenze per aggiornare il lavoro di programmazione del primo decennio di applicazione delle riforme Bersani e potenziare ulteriormente:
- La non interferenza del Comune su scelte di progettazione, realizzazione e costi dei privati: la pretesa ricorrente ma assolutamente falsa di progettare con precisione i panchetti dei librai di Port’alba, i chioschi del lungomare, o piuttosto le insegne di alcune strade che, ancora ancora poteva essere credibile, ha dato pessimi risultati, ma, invece di eliminare questa forzatura, Panini pretenderebbe di far progettare, ovviamente in tempi biblici tutti i chioschi, le edicole, i de hors della città di Napoli. L’idiozia non meriterebbe commenti se non si convertisse in sprechi di pubblico denaro e danni incalcolabili per gli imprenditori la cui pazienza, dopo dieci anni di attesa, è al limite……!
- Il privilegiare il recupero edilizio dei contenitori dismessi, luoghi della città sottoutilizzati e da valorizzare, spazi pubblici e privati in cui consentire senza disagi, la sperimentazione di attività diurne e notturne poco compatibili con la sicurezza e la quiete dei luoghi residenziali, valorizzando e incentivando le iniziative dei privati (TUTTI).
- Il sostituire l’obbligo dei parcheggi con precise quadrature e cubature di rapporto con l’obbligo di creazione di aree attrezzate per il verde e l’accoglienza dei cittadini e dei turisti, revocando licenze per autorimesse rilasciate senza i debiti controlli di sicurezza e sostenibilità.
- Il valorizzare il commercio ambulante disciplinandolo e legandolo al commercio in sede fissa, imponendo alla grande distribuzione l’incentivazione di questo settore, senza rendere gli ambulanti ostaggio delle Associazioni che adottano luoghi, strade e a poco, a poco la città tutta.
Si consideri che alla pianificazione qualitativa ed urbanistica del commercio nel 1998-1999 l’Italia non era preparata e che la riforma Bersani sconvolgeva tutti i canoni quantitativi e di tabelle merceologiche che avevano caratterizzato per decenni i piani commerciali, mentre oggi, a distanza di un ventennio, con importanti urbanisti che hanno verificato i modelli europei di sviluppo del commercio e delle attività produttive nei contesti territoriali, dimostrando il ruolo urbanistico delle attività produttive inserite nel territorio, la cultura di pianificazione delle attività produttive è estremamente più evoluta.
Nel primo decennio della riforma Bersani, l’Italia ebbe difficoltà a recepire il concetto di obbligatorio adeguamento degli strumenti urbanistici, ma ora, invece, è abbastanza scontato che il commercio non è uno zoning urbanistico e che è una funzione diffusa e presente su tutto il territorio ed in tutte le zone e sottozone dei piani regolatori, sicchè risulta più semplice e di immediata comprensione quel che, con una accorta pianificazione urbanistica, un Comune può ottenere, anche evitando di far ricorso a vincoli, divieti e limitazioni ormai improponibili.
Certo, dovendo concedere il suolo pubblico il Comune deve puntare alla tutela dei pubblici interessi (tutela del paesaggio, tutela dei beni culturali e garanzia di giuste entrate per il Comune di Napoli mediante regolare percezione dei canoni da occupazione di suolo pubblico), ma non può farlo in dispregio di ugualmente rilevanti interessi dei privati, ad un procedimento caratterizzato da correttezza e lealtà della Pubblica Amministrazione, economia del procedimento, rispetto della legge, doverosità di evitare disparità di trattamento, interessi economici degli operatori, che non sono solo quelli di sfruttare “appieno” le opportunità che deriveranno dagli eventi internazionali, ma sono quelli, più banali ma quotidiani, di prendere in locazione uno spazio aperto nelle vicinanze del proprio esercizio per garantire un servizio ai turisti, ma anche ai cittadini e per trarne un lecito guadagno, anche attraverso l’assunzione di ulteriori dipendenti e l’investimento di capitali per le loro aziende.
L’importanza di arredi di qualità, di decoro e pulizia nella scelta delle modalità dell’occupazione, la necessità di incentivare lo sviluppo economico anche in funzione della tutela del paesaggio e dei beni culturali, dovrebbe indurre IN PRIMO LUOGO a dare agli operatori certezza di tempi e modi, in quanto i costi per dehors qualitativamente di pregio e degni di una città come Napoli non possono che essere ammortizzati in un decennio e certo non sono affrontabili per occupazioni al massimo quadrimestrali e dalla natura assolutamente incerta, come quelle che vengono generosamente accordate da ormai 6 anni dal Comune di Napoli.
Spero che i gestori non vadano ad accettare questa gentile concessione di proroga e si ribellino, chiedendo il risarcimento dei danni materiali e morali perché le azioni che faranno i cittadini napoletani dovranno avere la funzione di sfatare non “i luoghi comuni” sulla città, ormai tanto triti e ritriti da essere sfatati per ciò stesso, ma questa ideologia profondamente incardinata in Italia e nel Mondo intero di una città in cui alle indiscutibili bellezze e all’indubitabile cultura, si contrappongono miserie, contraddizioni, illegalità e lassismo.
Napoli deve far emergere solo il “positivo assoluto” che è dato dalla sua capacità di adeguamento e resistenza:una capacità che deriva dalla lunga storia della Magna Grecia, dall’articolarsi nei secoli, dalla necessità di evolversi unita alla conservazione di valori e tradizioni, di cultura umanistica, di cultura giuridica, in una parola di “cultura”!
E questa cultura armonica non appartiene ai nomi sempre citati tra i grandi napoletani, ma appartiene al popolo napoletano tutto, permea di sé anche le fasce di popolazione meno colte, caratterizza tutti, dal venditore ambulante al salotto ”raffinato” e, probabilmente, lungi dall’essere il “ massimo dramma” della Città è la sua massima fortuna.
IAV
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