Chalet Ciro ……… senza regole…….mi manda Picone!

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I predecessori di Panini dovrebbero querelarlo per le sue affermazioni false sulla mancanza di regolamentazione delle varie materie: lui ha trovato tutto regolamentato, vorrebbe  MODIFICARE le regole ma, non essendone capaci né lui né gli Uffici di cui si avvale, si limita sempre a tentare di  abrogare le regole esistenti e rimandare a Piscopo l’adozione di nuove regole. Piscopo  e i suoi Uffici sono occupati con le Adozioni e le Assegnazioni………..

E, nel frattempo “…….. mi manda Picone”!

Ed è così che, mentre risulta teoricamente  sancita una stringente legalità per negozianti, ambulanti, lidi balneari, alberghi, attività ricettive, de hors, impianti di carburante,  chioschi, edicole,  richiedendosi requisiti di sicurezza, salubrità, perfetta conformità urbanistico edilizia etc etc, nella realtà non c’è traccia di tutto ciò, non si trova  un permesso a costruire rilasciato per le pedane nel centro storico di pregio, non si trova un certificato di agibilità né una autorizzazione di carattere sismico  né un mercato regolare, né assegnazioni a mezzo bandi, ma invece:

  • Finte discipline transitorie che, di fatto, annullano l’efficacia e la validità di tutti i finti Regolamenti
  • Strutture molto importanti e in vista in pieno centro storico e in aree protette abusive, con domande di condono rigettate o anche con domande di condono da esaminare nelle quali, intervenuto Picone, si prosegue  tranquillamente  una attività economica.  Idem per i casi in cui per pressioni “politiche” si interviene con ordinanze sindacali……
  • Migliaia di situazioni di abusivismo e illegalità  che proliferano  senza interventi degli uffici e senza controlli ufficiali del Corpo di Polizia Municipale
  • Singoli episodi di persecuzione viziati da eccesso di potere per sviamento, disparità di trattamento ,violazione di legge o concretanti abuso d’ufficio!

In questo Blog non ho voglia di scrivere per l’ennesima volta considerazioni intorno alla programmazione di carattere urbanistico delle attività produttive.

Non ho voglia di ripetere  a distanza di 18 anni dall’entrata in vigore della riforma Bersani sul Commercio, considerazioni sul significato, articolato e profondo, della normativa del 1998: i Comuni adeguano i propri strumenti urbanistici alla pianificazione delle attività produttive!

Non ho voglia  di ricordare che il compito di programmazione dei Comuni si concretava  nella necessità di adeguare i propri strumenti urbanistici, individuando le aree da destinare agli insediamenti commerciali ed in cui consentire gli insediamenti di medie e grandi strutture di vendita al dettaglio. Né ho voglia di rammentare che il Comune di Napoli è stato all’avanguardia in Italia nel chiarire, di concerto con il Ministero, che queste “ubicazioni”  non richiedevano  uno zoning  specificamente riservato, ma solo una possibilità di destinazione  anche in  aree con altra vocazione, elaborando, appunto, il concetto stesso di Urbanistica delle opportunità!

Questa modalità di pianificazione degli insediamenti produttivi,  effettuata spalmando le possibilità  su tutto il territorio ha consentito, del resto, di confermare la natura dell’attività commerciale che, per la sua funzione, non consente la localizzazione  esclusivamente in aree separate dai contesti urbani, ma, anzi, ha una vocazione specificamente integrativa con tutte le altre funzioni territoriali ed, in particolare, con la funzione residenziale ed ha consentito di pretendere i requisiti qualitativi  cui doveva puntare il Comune di Napoli:

  • ottenere un grado di attrezzatura interno ai negozi che risponda alla domanda di qualità dei consumatori locali e alla domanda turistica proveniente dall’estero
  • ottenere punti vendita di generi di alta specializzazione
  • ottenere una delocalizzazione verso zone periferiche dei supermercati e dei magazzini di grande dimensione despecializzati
  • consentire la localizzazione di centri commerciali integrati specializzati
  • pretendere insediamenti meno costosi sotto il profilo della mobilità e della congestione (presenza di vaste aree di sosta, raccordi autostradali non costituenti nodi di mobilità, sistemi di accesso idonei a non appesantire la circolazione dei veicoli etc.)

Non ho voglia  di ricordare che, avvalendosi di alte competenze professionali in materia urbanistica, guidate dagli indirizzi di Vezio De Lucia, il Comune di Napoli ha unificato e coordinato il piano degli insediamenti produttivi, commerciali, di commercio su aree pubbliche e all’ingrosso, le edicole, le attività connesse al regolamento di polizia urbana (tipo i dehors), gli impianti di carburante razionalizzati mediante la chiusura di oltre 120 piccole strutture e gli impianti pubblicitari.

E non ho voglia di ricordare  che il tutto è “recepito” nel Piano Urbanistico e costituisce parte integrante del Piano Unesco e del Programma di Gestione della valorizzazione e tutela dell’area considerata Patrimonio dell’Umanità!

Né, tantomeno, ho voglia di rammentare al Comune e a Garella che bisognerebbe  trovare il giusto equilibrio tra la tutela delle attività produttive che si svolgono nel centro storico, lo rendono vivo e danno sviluppo economico e sociale alla città, e la necessità di fare in modo che le attività produttive  non alterino il quadro percettivo della città, svuotando i centri storici della loro più profonda identità sociale e culturale per omologarli a un regime comune universale, che sostituisce alla forte identità storica l’anonimato di tutti i luoghi senza storia.

 Ho tentato di farlo ma è stato del tutto inutile perché  i rinvii agli ambiti, ai protocolli d’intesa, al futuro assetto, ai futuri bando  fanno parte di una strategia precisa  di………………….

Che ha fatto Panini? Secondo lui ha abrogato tutto l’impianto  (ma l’ha fatto con le necessarie e regolari varianti urbanistiche?)  poi ha copiato e parafrasato le norme statali e regionali sulle varie discipline ed ha rimandato agli “ambiti” , che nessuno sa cosa siano e dove siano, la concreta disciplina  di tutto….. e così tutto va avanti senza regole, con il criterio del….mi manda Picone….!

Supermercati di  dimensioni notevoli sono stati aperti a ridosso di beni culturali in pieno centro storico, la concorrenza contro i negozi storici è assolutamente incontrollata e spietata, le norme di qualità del servizio ignorate, la sosta delle auto consentita privatisticamente  su strade pubbliche o in autorimesse con entrata e uscita sull’incrocio  e senza spazi di manovra, tavolini sedie, ombrelloni di ogni fattura, plastiche laterali, fioriere, friggitrici, vetrine con espositori,  vetrine con gelati, bandiere pubblicitarie svolazzanti, insegne e pubblicità di ogni tipo, cartelli, cartelloni, edicole trasbordanti, bancarelle abusive, lenzuola piene di merce contraffatta, bancarelle costrette a “pagare” quotidianamente le “associazioni” che hanno adottato aiuole e strade con il famoso piano Risi, occupazioni di aiuole mascherate da adozioni per non pagare la COSAP, invasione delle strade , delle case, dei palazzi storici, delle piazze e del verde senza controlli! Ogni tanto  viene fuori la Bolkestein…………..che però vale solo per qualcuno ed in qualche luogo…..

E Panini osa anche parlare  di precedente assenza dei Regolamenti!?!

Per offrire  possibilità concrete per gli operatori che intendano insediare e svolgere le loro attività  nel territorio del Comune, sempre che, effettivamente, sia indirizzo dell’Amministrazione autorizzare ed incentivare lo sviluppo economico e la crescita occupazionale (non dei  soli raccomandati da chiamare all’interno del Comune e delle società pubbliche)  occorrerebbero regole certe, uguali per tutti e di semplice applicazione: e sono esattamente tutte quelle che  Panini ha creduto di abrogare!

Ed è in questa assenza di regole, con l’utilizzazione di concetti ambigui ed inesistenti,  palesemente ignorando  TUTTE LE NORME del diritto amministrativo (e non solo) che proliferano traffici e imbrogli, raccomandazioni e favoritismi, disparità di trattamento ed interventi occasionali!

Se tutto ciò non comportasse  mancato sviluppo, mancata occupazione dei nostri figli, impossibilità per aziende non napoletane e non amiche di Picone di intraprendere attività sul territorio, indifferenza ai licenziamenti e alle sorti dei lavoratori di Edenlandia e dello Chalet Ciro, ma anche di tutte quelle attività costrette a chiudere per l’insipienza e la dabbenaggine (nella migliore delle ipotesi)  degli attuali Direttori e dirigenti che “puntano” alcune aziende per sfogare una presunta voglia di legittimità assolutamente assente sul territorio nel suo complesso, le delibere che Panini porta al Consiglio Comunale ottenendo approvazioni unanimi e plauso della CONFESERCENTI (ma su cosa??????)  sarebbero esilaranti.

In tutte le delibere  si formulano regole….ma per applicarle occorre attendere gli ambiti e addirittura, ultimamente, si pensa che si sia portato all’attenzione del Consiglio il piano commerciale dei negozi in sede fissa, ma poi si dichiara che lo si compilerà fra due anni: ma allora cos’è la delibera approvata???????

Intanto un gran numero di attività produttive,e non quelle di minore importanza, vengono autorizzate in immobili e complessi immobiliari abusivi e sicuramente privi dei certificati di agibilità!

E la Regione quando interverrà?

E’ evidente che in questo caos e con l’attiva partecipazione di impiegati “solerti” lo Chalet Ciro  nel 2016  riesce ad ottenere una occupazione suolo pubblico su sentenza TAR e una Adozione di  aiuola su sentenza RISI , mentre  nel 2017, senza che nulla sia cambiato rispetto al 2016,  con la medesima istanza ottiene un rigetto diversamente motivato rispetto a quello del 2016: la norma invocata o, come io ritengo, non è ancora in vigore visto che sarebbe l’unica regola del Piano chioschi ad essere divenuta operativa, mancando ancora gli ambiti, le localizzazioni, i bandi di gara , le concessioni edilizie, i permessi a costruire, le regole di assegnazione, le autorizzazioni sismiche e tutte le (finte) previsioni dell’inesistente ed inefficace Piano del 2014, o era in vigore anche nel 2016.

E allora?

Se poi il pretesto dovesse essere quello paesaggistico-culturale  dipendente dalla Soprintendenza…….. sappia  Panini che da tre mesi è entrata in vigore una nuova normativa che sottrae l’istallazione dello Chalet Ciro al sindacato della Soprintendenza e la legge dello Stato non può essere derogata dalle Intese con Garella che , per essere in sintonia con il Comune di Napoli non vigila sui Monumenti non vigila sulla galleria Umberto I che Monumento è , ma vigila su alcuni marciapiedi, discriminando  tra gli uni e gli altri, dimenticando alcune autorizzazioni, omettendo molti controlli!

Le norme che sono state scritte non possono entrare in vigore perché risultano di fatto inapplicabili, ma quando e se ciò avvenisse  (ed è lecito dubitarne), dovrà  essere per tutti insieme gli operatori siano essi a via Cesare Rosaroll, a via Cristoforo Colombo o  a Mergellina.

Nello Stato di diritto le regole di piazzetta Rodinò non possono differire da quelle dell’inizio di via Chiaia a cento metri di distanza, le regole dello Chalet Ciro   dovranno valere per tutti i chioschi in contemporanea  e si dovrà sapere il giorno in cui sono entrate in vigore e come.

Altrimenti nelle sedi opportune  dovranno essere esaminate le differenze tra il rigetto 2016 e quello 2017: dipendono da direttive politiche? O dalle consulenze degli staffisti?  Picone  l’ha mandato l’anno scorso e quest’anno no?

Le norme che, a dire della stampa cittadina, sarebbero invocate sono quelle “approvate” nel 2014, ma  quel complesso normativo prevedeva un Piano di localizzazione da definire, i permessi a costruire, i bandi di assegnazione etc etc  NON ANCORA REALIZZATI: e allora l’unica norma che si applica è quella dell’articolo 7? E si applica solo allo Chalet Ciro? Nel 2016 non si applicava? E la domanda di occupazione triennale presentata dallo Chalet Ciro, rigettata e salvata dal TAR , non dava l’autorizzazione anche per il 2017 e il 2018?

Certo sui social e sulla stampa cittadina  anche “seria”  il problema, come avvenne per i panchetti dei librai di Port’Alba , è solo se essere pro Chalet Ciro o contro Chalet Ciro, il problema è ricordare quanto è “importante” Chalet Ciro, per ricavarne  poi o la solidarietà o le “critiche” per non essersi munito di sedi più idonee o perché si avvarrebbe del “ricatto occupazionale”………………….come al solito opinioni, opinioni, opinioni.

Ma la domanda vera di tutti questi difensori della Costituzione Italiana che di recente si aggirano per l’Italia, dovrebbe essere: il Comune di Napoli  rispetta l’ articolo  97 della Costituzione? Agisce secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione?

E la risposta, purtroppo, è sicuramente negativa!

Ida Alessio Vernì

 

In previsione dell’inevitabile coinvolgimento della Soprintendenza Napoletana sullo Chalet Ciro

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Egregio Architetto  Luciano Garella

Quando Lei è arrivato a Napoli Le ho chiesto subito un incontro e  ho avuto una grande impressione di serietà, autorevolezza e consapevolezza del ruolo.

Lei ha parlato di una tutela seria, del decoro della Città e di vigilanza attenta e consapevole del territorio. Lei ha apprezzato quanto Le ho illustrato sulla mancata tutela dei beni culturali a Napoli per mancata applicazione consapevole dell’art.106 , errori ed eccessi nell’applicazione degli art. 20 e 21 etc etc.

Nei mesi successivi si è andata profilando qualche delusione, ma, trattandosi di fatti episodici e non  strutturali, ho voluto sperare che Lei avesse deciso di “soprassedere”  in funzione di una maggiore attenzione  alle eccellenze culturali del territorio!

Poi le delusioni sono diventate ogni giorno più grandi: si sono succeduti pareri e  interviste  assolutamente privi di ogni  collegamento con quella che dovrebbe essere la sua funzione in Città, di tutore, in nome e per conto dello Stato, dei beni culturali e paesaggistici  sul territorio!

E fin qui siamo all’assenza di tutela che, purtroppo, si è potuta registrare anche in molti suoi predecessori.

Ora però Lei sta andando oltre  “l’assenza”  ……  per assumere il ruolo di tutore delle azioni del Comune di Napoli! Al ginnasio non credevo  al Manzoni  sul fatto che  ‘Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare’ , ma, dopo mi sono ricreduta e prendo atto  (forse rettificando  un po’ : ‘Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo VUOLE dare’!)

Prendo atto anche del fatto che Lei è architetto e, quindi, non ha approfondito gli aspetti giuridici della tutela, conservazione e valorizzazione dei beni culturali e del paesaggio e non ha seguito le complesse disamine giuridico amministrative sulle competenze dello Stato e degli enti territoriali in materia, augurandomi però che sia almeno  consapevole del fatto che la tutela dei beni culturali risulta di competenza dello Stato e la loro identificazione del Suo Ministero e non degli Assessori  Piscopo , Panini e Calabrese!

E  allora se la galleria Umberto  ha assunto colorazioni esterne diverse, considerando che la circostanza non è certo fra le più significative rispetto a quanto è tragicamente accaduto, Lei può anche dichiarare che  la questione non ha grande rilievo.

Ma se Le è giustamente scappato che la responsabilità era del Comune……. che, destinatario di richieste di intervento su Monumento  da parte di privati o anche di comunicazioni, trattandosi di bene culturale in Centro Storico, deve e doveva interpellare immediatamente la Soprintendenza ………………….. , che significa   la dichiarazione “non mi riferisco al Comune” nell’intervento in “Galleria Umberto La resa di Garella in la Repubblica 25.5.2017”, per rettificare la spontanea  dichiarazione di due giorni prima?

E cosa significa l’intervento sulla pavimentazione del Corso Vittorio Emanuele? Che Lei non condivide  l’opinione  del suo predecessore, ma non  può modificare l’atto amministrativo perché non sono passati 5 anni?

Se intende rispettare il  suo ruolo dovrebbe rifiutarsi di partecipare  a tavoli tecnici in cui si dichiara che, noncuranti  dell’Arch. Cozzolino, gli Uffici del Comune hanno messo a punto un progetto che prevede l’asfalto!

Egregio professore  il Comune è composto di persone  i cui stipendi sono erogati con soldi pubblici e che non avrebbero potuto elaborare progetti esecutivi, con oneri a  carico della collettività, in difformità rispetto alle prescrizioni della Soprintendenza.

Né può dirsi che  si tratta di questione di indirizzo politico, in quanto  attenersi alle prescrizioni della Soprintendenza  è un obbligo di legge.

Egregio Soprintendente Lei, nell’esercizio delle sue funzioni, quando l’Assessore Calabrese ha dichiarato e ribadisce che il progetto del Comune prevede l’asfalto e che, quindi, i tempi occorrenti per la realizzazione del progetto saranno tutti addebitabili allo Stato,  è venuto a conoscenza di un reato ed ha il dovere di trasmettere alla Procura della Repubblica la notitia criminis, non di rilasciare interviste di “apertura” in cui quasi  prevede che si possano fornire ulteriori elementi a supporto o lasciar trascorrere il periodo di validità del parere!

Egregio Soprintendente la scrivente dal 2010 al 2015 è stata imputata per concorso in “abuso edilizio   in zona vincolata” per aver firmato il rinnovo della concessione di suolo pubblico  per il Bar Riviera nell’anno 2008  a seguito di istanza presentata il 14 dicembre 2007 dalla coimputata Simona Annunziata, sul marciapiede antistante il Bar stesso reiterando un permesso già posseduto dal predetto pubblico esercizio fin dagli anni novanta per una sorta di grillage di legno ormai quasi marcito, che Lei forse non conosce, ma i Napoletani vedevano da 20 anni!

Dagli atti di causa si evince che   l’agente scelto Russo Salvatore  della Polizia Municipale, chiamato da soggetti terzi per constatare la commissione del reato di abuso edilizio  dichiara che   nulla sa intorno alla questione dei vincoli ed ammette che  durante il blitz fu l’architetto Bovier a dichiarare che “dall’esame delle carte presso la Soprintendenza non vi era nessun parere”.

 L’agente scelto,   successivamente  interpellato sui tipi di vincolo dal P.M,  testualmente riferisce : “Da quella che è la mia esperienza (? Vincolo sull’esperienza della Polizia Municipale), quantomeno poi riferirà meglio l’architetto della Soprintendenza, è vincolata sia per il titolo terzo parte prima, perché vi è proprio un decreto ministeriale specifico sulla Riviera di Chiaia, poi ho acquisito in seguito, anche comunque per l’articolo 10, comma quarto, lettera g, cioè una strada….., sono le strade di importanza superiore della città e che, quindi, hanno bisogno;e, comunque, anche per l’articolo 126 sempre del decreto legislativo 42/04, comunque non vi è stato neanche il passaggio preliminare presso la Soprintendenza per chiedere se la zona è vincolata, quindi…..

Lo stesso dichiara  sussistere il vincolo ai sensi del titolo terzo parte prima (disposizioni transitorie), poi ai sensi dell’articolo 10 comma 4 lettera g, a suo parere riferito alle strade di importanza “superiore “ della citta” e infine ai sensi dell’art. 126 del decreto legislativo 42/04 concernente i documenti dell’archivio storico!

Poi afferma che era obbligatorio fare un passaggio preliminare  per chiedere se la zona era vincolata!

E’ di tutta evidenza che nessuna norma prevede che si debba chiedere alla Soprintendenza se una zona è vincolata ( nel Piano del Comune c’è la carta dei vincoli!) per rinnovare una concessione di suolo pubblico posseduta dal secolo precedente, che il titolo  terzo parte prima  non rileva, che l’articolo 126 è relativo ai documenti dell’archivio storico, che l’articolo 10  non si riferisce  alle strade di importanza “superiore” e che  nessuna “autorizzazione” era prevista: dal che è dato ricavare che l’agente scelto agiva sotto “dettatura” e che sul vincolo culturale è stato “informato” dopo il blitz.

Ed infatti la Bovier al suo esordio, dopo aver dichiarato la sua perfetta conoscenza della materia, dichiara  la zona sottoposta a vincolo paesaggistico e, quindi, come doveroso l’iter dell’articolo 146, consistente a suo dire in: trasmissione del plico al Comune, trasmissione del plico dal Comune alla Soprintendenza, potere della Soprintendenza  di autorizzare o meno il decreto del Comune di Napoli.

In seguitola Bovier si lancia in una dissertazione tecnica sui vincoli paesaggistici e culturali che potrebbe, a prima lettura, sembrare delirante.

Non essendo verosimile che la Bovier non sia a conoscenza che l’iter descritto, con riferimento peraltro alle opere edilizie, sia entrato in vigore nel  2010, si ritiene la sua deposizione assolutamente falsa e tendente  a far pensare che, nella pratica, mancasse una autorizzazione paesaggistica della Soprintendenza preliminare ad un decreto del Comune.

La tesi viene riconfermata a pag. 24 , dove si parla di autorizzazione ambientale ai sensi dell’art. 146 , a pag. 25 dove si parla di grafici, relazione, grafici dello stato dei luoghi e stati di progetto, e a pag 29 dove, invece, si  parla di un parere che la Soprintendenza deve esprimere in caso di zona  vincolata sul piano paesaggistico anche su tavoli, sedie ed ombrelloni perché le sedie e gli ombrelloni incidono sul paesaggio (pag. 30): qui si è spostata al 2011, al decreto sulla semplificazione interpretato dai tecnici dell’Assessore  Mario Raffa, ma parla di un parere non previsto neanche nel 2010-2011.

Nulla riferisce intorno all’art. 106 del Codice Urbani che, invece, se il marciapiede antistante il Bar Riviera fosse un bene culturale, come da tesi della Bovier,  essendo la norma entrata in vigore nel 2006, avrebbe dovuto trovare applicazione nel 2008!

Nessun riferimento alla normativa  applicabile ad una nuova opera edilizia da autorizzare nel 2007-2008 su suolo pubblico che, eventualmente, sarebbe stata:

ex art. 158 : “L’amministrazione competente al rilascio dell’autorizzazione da’ immediata comunicazione alla soprintendenza delle autorizzazioni rilasciate, trasmettendo la documentazione prodotta dall’interessato nonché le risultanze degli accertamenti eventualmente esperiti. La comunicazione è inviata contestualmente agli interessati, per i quali costituisce avviso di inizio di procedimento, ai sensi e per gli effetti della legge 7 agosto 1990, n. 241. Nella comunicazione alla soprintendenza l’Autorità competente al rilascio dell’autorizzazione attesta di avere eseguito il contestuale invio agli interessati. L’autorizzazione è rilasciata o negata entro il termine perentorio di sessanta giorni dalla relativa richiesta e costituisce comunque atto autonomo e presupposto della concessione edilizia o degli altri titoli legittimanti l’intervento edilizio. I lavori non possono essere iniziati in difetto di essa. In caso di richiesta di integrazione documentale o di accertamenti il termine è sospeso per una sola volta fino alla data di ricezione della documentazione richiesta ovvero fino alla data di effettuazione degli accertamenti.

  1. La soprintendenza, se ritiene l’autorizzazione non conforme alle prescrizioni di tutela del paesaggio, dettate ai sensi del presente titolo, può annullarla, con provvedimento motivato, entro i sessanta giorni successivi alla ricezione della relativa, completa documentazione.

 

E, in caso di vincolo culturale ex lege  ai sensi dell’art. 10 comma 4, lettera g, la richiesta doveva essere non di parere ma di “autorizzazione”:

“la concessione in uso è subordinata all’autorizzazione del Ministero, rilasciata a condizione che il conferimento garantisca la conservazione e la fruizione pubblica del bene e sia assicurata la compatibilità della destinazione d’uso con il carattere storico-artistico del bene medesimo. Con l’autorizzazione possono essere dettate prescrizioni per la migliore conservazione del bene.”
(comma introdotto dall’art. 2 del d.lgs. n. 156 del 2006)

E si badi che, effettivamente, se si aderisse alla tesi di tutte le strade   di Napoli sono  beni culturali ex lege, anche per tavolini e sedie si dovrebbe chiedere l’autorizzazione, ma la Soprintendenza dovrebbe esprimersi non  sull’oggetto istallato bensì sulla conservazione, fruizione pubblica e compatibilità alla destinazione d’uso  con il carattere storico-artistico del monumento “ marciapiede antistante il Bar Riviera”.

Dall’aprile 2006 , dopo l’entrata in vigore del d lgs n 156  se la Soprintendenza avesse visto iniziare le opere di realizzazione del gazebo  su o in prossimità di un bene culturale avrebbe potuto anche ordinare la sospensione dei lavori  ai sensi dell’art. 28 del codice Urbani :

Art. 28. Misure cautelari e preventive

  1. Il soprintendente può ordinare la sospensione di interventi iniziati contro il disposto degli articoli 20, 21, 25, 26 e 27 ovvero condotti in difformità dall’autorizzazione.
  2. Al soprintendente spetta altresì la facoltà di ordinare l’inibizione o la sospensione di interventi relativi alle cose indicate nell’articolo 10, anche quando per esse non siano ancora intervenute la verifica di cui all’articolo 12, comma 2, o la dichiarazione di cui all’articolo 13.
  3. L’ordine di cui al comma 2 si intende revocato se, entro trenta giorni dalla ricezione del medesimo, non è comunicato, a cura del soprintendente, l’avvio del procedimento di verifica o di dichiarazione

Ma di ciò evidentemente la Bovier non tiene conto, per il semplice motivo che nessun intervento lesivo degli articoli 20, 21, 25, 26 e 27 è stato realizzato nell’anno 2008 oppure per il motivo che la Bovier non ritiene suo compito tutelare i beni culturali attivando l’art. 28, ma preferisce  discutere di doppi pareri , quadrupli pareri etc  in uno stato apparentemente confusionale.

La mala fede si rileva specificamente quando la Bovier dichiara che gli atti vanno trasmessi per l’ambientale dal “servizio Edilizia Privata, per gli articoli 21 e 22 dalla Polizia Amministrativa.

Orbene anche ammettendo che per errore la Bovier stia riferendo al 2008 un iter del 2010, la stessa non può non sapere che  i Comuni devono garantire la differenziazione tra attività di tutela paesaggistica ed esercizio di funzioni amministrative in materia urbanistico-edilizia (articolo 146 comma 6), per cui, circa “l’ambientale” non può essere il Servizio edilizia privata a trasmettere gli atti e che la Polizia Amministrativa non ha alcuna competenza sull’art. 22 che riguarda gli interventi edilizi, né sull’articolo 21 che riguarda: “ a) la rimozione o la demolizione, anche con successiva ricostituzione, dei beni culturali; b) lo spostamento, anche temporaneo, dei beni culturali mobili, salvo quanto previsto ai commi 2 e 3; c) lo smembramento di collezioni, serie e raccolte; d) lo scarto dei documenti degli archivi pubblici e degli archivi privati per i quali sia intervenuta la dichiarazione ai sensi dell’articolo 13, nonché lo scarto di materiale bibliografico delle biblioteche pubbliche, con l’eccezione prevista all’articolo 10, comma 2, lettera c), e delle biblioteche private per le quali sia intervenuta la dichiarazione ai sensi dell’articolo 13;  e) il trasferimento ad altre persone giuridiche di complessi organici di documentazione di archivi pubblici, nonché di archivi di privati per i quali sia intervenuta la dichiarazione ai sensi dell’articolo 13.”

Tutta la testimonianza resa era indiscutibilmente falsa, essendo molto probabile che il tecnico del Comune e  il maresciallo Russo non conoscessero la normativa di tutela dei beni culturali e paesaggistici e non fossero al corrente delle date di entrata in vigore delle varie norme succedutesi nel tempo, ma essendo inverosimile che la Bovier  potesse ignorare completamente quelli che avrebbero dovuto essere i suoi compiti istituzionali fino al 31 dicembre 2009 sia con riferimento all’art. 158 e 159 del Codice Urbani (dal 2004 al 1. 1. 2010), sia con riferimento all’art.10 (dal 2004 a tutt’oggi) che, infine, con riferimento all’art 106 (dal 2006 a tutt’oggi).

E, allo stesso modo, sarebbe inverosimile  pari ignoranza nell’Avvocatura Municipale.

Ora è evidente che, se avessi potuto permettermi economicamente la difesa, avrei dovuto evidenziare come e con quali mezzi, sia stato possibile  rendere per cinque anni un dirigente dell’Urbanistica, imputato di concorso in abuso edilizio aggravato, ma  se  con il “lavoro” di un istante (firma del rinnovo dell’occupazione suolo per il gazebo del Bar Riviera) io ho perpetrato tutti questi reati, mi aspetterei che Garella, magari coadiuvato dalla Bovier, si rechi alla Procura della Repubblica per inoltrare le debite denunce:

  • Su tutte le occupazioni suolo in corso in città cui mancano le debite autorizzazioni e i debiti versamenti di denaro su capitolo a spesa vincolata come previsto dal codice Urbani.
  • Sulla progettazione del rifacimento del corso Vittorio Emanuele difforme dall’autorizzazione della Soprintendenza (che non è un parere valevole 5 anni se si applica l’art. 10 comma 4, lettera g, sul corso Vittorio Emanuele)
  • Su TUTTE le adozioni di aiuole, finte aiuole, fioriere, strade, piazzale Tecchio concesse a centinaia e centinaia dal Comune di Napoli attraverso persone fisiche non meglio precisate.

Egregio Soprintendente  se non posso avere i risarcimenti dei danni dall’Avvocatura Municipale e dalla Bovier, posso però dirLe che Lei deve intervenire sulla stradina adottata non si sa da chi e come a fianco dell’Hotel Romeo!

Lei non può scegliere una strada si e una no, una azione si e una no, perché. nel suo ruolo, ha l’obbligo di denuncia.

Egregio Soprintendente è vero che i piccoli artigiani, i proprietari delle bancarelle, molti dei gestori dei bar e dei ristoranti, gli immigrati e gli italiani che, con sommo orrore dei “colti” della città vivono “itinerando”  e utilizzando come base per le loro mercanzie, un telo di stoffa (spesso perché il trasporto del tutto –mercanzie e strutture- è avvenuto su mezzi affollati dell’ANM  provenienti dalle periferie!), gli immigrati che avevano organizzato a via Bologna il mercatino  interetnico, i giostrai di mestiere (non quelli adottanti le strade o vertici delle pubbliche società), gli artisti,  non hanno i mezzi economici per  difendersi, ma  una cosa è certa, o TUTTE le strade di Napoli sono Monumenti SEMPRE e, quindi, si applica la medesima disciplina che vale sulla facciata della Galleria Umberto, o sono normali strade per tutti.

Nella prima ipotesi cui contro tutti i deboli di Napoli Lei aderisce insieme a Panini (e, a mio modesto avviso, contra legem), gli avvenimenti relativi al corso Vittorio Emanuele  vanno denunciati nelle sedi opportune e l’autorizzazione dell’Arch. Giorgio Cozzolino non scade e, non essendo stata impugnata nei termini dall’avvocato Ferrari, come è avvenuto per piazza Plebiscito con esiti di soccombenza  nei due possibili gradi di giudizio, sembra operativa a tutti gli effetti, salvo l’ipotesi che Napoli diventi Repubblica Autonoma, come sembra da tutte le norme made in Naples che vengono ormai costantemente   applicate su tutto nel nostro Comune.

Ma Lei Garella rappresenta lo Stato ed ha una funzione: non può lasciare la galleria Umberto così, non può abbandonare le Torri Aragonesi e deve decidere  se le strade sono strade o sono monumenti e, in quest’ultimo caso, deve andare a verificare cosa è accaduto  nel vicoletto laterale dell’Hotel Romeo immediatamente: altrimenti i reati sono commessi dalla Soprintendenza che, se fosse stata  occupata a lavorare sugli infiniti beni culturali napoletani, in primis sulla facciata della galleria Umberto I e sulle Torri Aragonesi da mesi e mesi rivestita a lutto forse simbolicamente evidenziando, all’accesso alla città la morte dei beni culturali napoletani, avrebbe evitato di ostinarsi inutilmente sugli ombrelloni a sostegno centrale e gli arredi “leggeri”!

E avrebbe anche evitato di approvare, SOLO per il signor Ferrari Luca di piazza San Domenico Maggiore, mentre gli altri dovevano verticalizzare gli ombrelloni e portarli dentro ogni sera (!), una “ struttura prefabbricata e smontabile in ogni momento, impiantata in verticale su n. 10 pali da cm 9X9 e di altezza ml 2.50, appoggiati al piano di posa su piastre di sostegno, la sezione verticale è sostenuta da una doppia trave di cm 6X15 bullonata ai lati della parte finale superiore dei pilastrini in numero di tre coppi disposte sull’asse longitudinale della pianta e su cui appoggiano n 12 arcarecci trasversali di sostegno di dimensioni in sezione di cm 4,5 X 11,7. Al di sopra della struttura descritta è posizionato il telo scorrevole di copertura in PVC telato e rinforzato, opportunamente ancorato alla struttura stessa.” (autorizzazione n. 21877 del 4 dicembre 2015) il signor FERRARI LUCA però, per realizzare questa struttura si doveva avvalere “di ditte specializzate nel settore del restauro monumentale con idonea corrispondente  certificazione ed adeguato curriculum”!

Ora , non essendo architetto, io non so cosa siano gli arcarecci trasversali e i coppi disposti sull’asse longitudinale e non so  se le ditte specializzate nel restauro debbano montare i teli in PVC, ma, ad occhio, non mi sembra che questa struttura sia smontabile ogni sera, trasportabile all’interno e meno lesiva dei beni culturali e del paesaggio degli ombrelloni con sostegno laterale che andrebbero di moda oggi se non fossero vietati dalla Soprintendenza di Napoli ( così sostiene Panini!)

E non so se Lei, arch. Luciano Garella, ha autorizzato questo progetto di Luca Ferrari, ma so per certo che ne è venuto a  conoscenza attraverso nota del Comune del 29 gennaio 2016: l’ha dimenticato il giorno della stipula dell’Intesa per “arredi leggeri” fino al dicembre 2017 con Panini? Avete stabilito quanto devono pesare gli arredi “leggeri”  o si ricomincia con le interpretazioni soggettive e personali  sulla “leggerezza”? e sarà di competenza della Soprintendenza (non più abilitata dalla legge ad intervenire) o di Panini, valutare il “peso”?

Da giurista mi sembra che siamo all’insostenibile “leggerezza” del diritto e della logica, oltre che della Costituzione Italiana.

Per il resto il giudizio dovrebbe competere ad altri che hanno ritenuto di NON ARCHIVIARE le denunce relative alla struttura lignea quasi fatiscente del bar Riviera!

Ida Alessio Vernì

 

 

Demolizioni inattese! Massimo rigore contro l’abusivismo edilizio!

Avatar di ontheroad2016webon the road

la-botteCome abbiamo già da tempo sottolineato la innovativa delibera sugli immobili abusivi è veramente Made in Neaples ed  ora si arricchisce di due finti emendamenti, di pareri negativi che diventano positivi, di balbettamenti, di infiammate dichiarazioni politiche: il tutto senza alcun effetto reale.

Distratti da tante polemiche vere o false e da tante manovre, nessuno si accorge che la delibera praticamente non esiste e che le conte (non da laurea in giurisprudenza, da docenze universitarie, lauree in architettura/ingegneria di cui tutti i firmatari sono ampiamente dotati, ma da scuole “piccoline” come ironizzava un mio ex Assessore all’Urbanistica degli anni ’90) non tornano!

Al netto di una narrativa che nulla dice, salvo che raccontare come si sarebbe organizzata la Macchina Comunale (???) per produrre questi capolavori, magari traducendo in “italiano” la consulenza fornita in proposito dalla Napoli Servizi, che, fedele alla sua denominazione, svolge le proprie riunioni in puro dialetto, l’Assessore…

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Le Adozioni napoletane

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Adottare  dal punto di vista linguistico ed etimologico significa scegliere, ma, anche nel linguaggio comune, richiama il concetto giuridico di diventare genitori senza procreare direttamente.

In linguaggio giuridico,  significa appunto procedimento per assumere come figlio proprio  un bambino di altri genitori, conferendo al bambino stesso tutti i diritti di un figlio legittimo.

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E Antonio Rosmini-Serbati:

Antonio Rosmini-Serbati sull'Adozione

 

Superate alcune concezioni antiquate che partivano dall’interesse di coloro che adottavano, oggi è assolutamente escluso che se ne possa tener conto, nella misura in cui, il principio fondamentale sul quale si deve basare la normativa italiana in materia di adozione ed affido è sancito dal primo comma dell’articolo 21Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989 e ratificata dall’Italia con la legge n. 176 del 27 maggio 1991., secondo cui « gli Stati parti che ammettono e/o autorizzano l’adozione si accertano che l’interesse superiore del fanciullo sia la considerazione fondamentale in materia ».

A Napoli nei primi anni novanta il termine è stato utilizzato a proposito dei Monumenti.

La scuola adotta un monumento®, nato a Napoli nel dicembre 1992 su iniziativa della Fondazione Napoli Novantanove, d’intesa con il Provveditorato agli Studi e le Soprintendenze, era un progetto di educazione permanente al rispetto e alla tutela del patrimonio storico-artistico e più in generale dell’ambiente.

Adottare un monumento significava  riscoprire e rivalutare beni storici e architettonici del proprio territorio, valorizzando appieno le comuni radici culturali, in un rapporto di continuità tra passato e presente. Adottare significava provvedere, creare dei legami personali e nei confronti della società.

Il modello napoletano, diventato un progetto europeo con le scuole che adottavano monumenti, coinvolgendo le giovani generazioni nel procedimento di conoscenza e cura della storia delle città, è stato seguito in tutta Italia  ed ha avuto ottimi risultati.

Quel che è certo è che “ colui che adotta instaura una relazione con il monumento, se ne assume la cura e, al contempo, la tutela e la responsabilità nei confronti della collettività”

Orbene questi concetti sono stati assolutamente ribaltati nel Comune di Napoli dove il termine viene ormai utilizzato per configurare una  “appropriazione” (se indebita non sta a noi dirlo, ma è evidente che sia  la magistratura penale che quella contabile dovranno effettuare qualche verifica in proposito).

La questione è di grande rilevanza, molto più di quella sugli usi civici, per tre motivi:

  • Il primo motivo è che, sul piano giuridico si è tentata e si sta tentando, con l’ausilio di giuristi di chiara fama, di configurare una innovazione dell’istituto degli usi civici, ritenendo che, se nel lontano passato il concetto poteva essere utilizzato per configurare un diritto reale in capo alla collettività che  andava a far legno nei boschi “abbandonati” da vecchi proprietari, oggi potrebbe essere utilizzato per consentire una utilizzazione collettiva di spazi, volumi, fabbricati abbandonati. Ci sarebbe da precisare che l’uso “collettivo” significa che tutti i cittadini possono entrare/usare/possedere temporaneamente e che l’immobile deve essere stato abbandonato (dagli antichi proprietari privati/pubblici che siano); ma certo con un sapiente uso dei termini e delle elaborazioni concettuali intorno agli usi civici, si potrebbe ad esempio sostenere che una fabbrica abbandonata da decenni o una caserma inutilizzata per oltre cinquanta anni potrebbero diventare sedi di una utilizzazione da parte della cittadinanza assimilabile a quella di “andare a far legna”! Viceversa nessuno sforzo giuridico è stato fatto per  il procedimento di “adozione” ideato (?) dal Comune di Napoli: per la verità, con buona pace di Danilo Risi, è stato ideato da tempo e in ogni ente pubblico, solo che si chiamava  assegnazione a titolo gratuito a trattativa privata e  spesso ….. creava qualche problema agli Amministratori e ai Dirigenti. Il procedimento di norma non era tipico di appartenenti a formazioni di “sinistra” e nascondeva, molto spesso, interessi privati in atti d’ufficio. Né pare che al verde pubblico e alle strade adottate siano dedicate attenzioni assimilabili a quelle di genitori adottivi nei confronti dei figli scelti! Si tratta, quindi, di un nomen Juris tendente solo ad occultamento attraverso simulazione della realtà, su cui interpellare grandi giuristi non riuscirebbe a modificare l’essenza del negotium!
  • Il secondo motivo è che il riconoscimento degli usi civici è stato lasciato al Consiglio Comunale e, quindi, richiede un procedimento di coinvolgimento  di molti soggetti, mentre l’adozione può essere “sancita” non si sa bene da chi e non si sa bene perché!
  • Il terzo motivo è che  l’utilizzazione “innovativa” degli usi civici riguarda poche decine di ipotesi, mentre  sulle “adozioni” si parla di numeri potenzialmente indeterminati.

 

 

Visto che il Progetto si chiama appunto:

 

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e fa potenzialmente riferimento all’intera città, articolandosi  in tre differenti regolamenti:

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Gli esiti del primo regolamento sono già abbastanza noti, nel senso che nel sito istituzionale del Comune di Napoli troviamo l’elenco delle aiuole adottate  con riferimento, nell’aprile del 2017, a ben 375 casi.

Si potrebbe presumere che il Comune di Napoli attraverso tale procedimento non abbia ulteriori necessità di Uffici per il verde cittadino, di giardinieri, agronomi etc etc. ma poi si nota che l’adozione, per le “aiuole”, può riguardare anche  fioriere o aiuole mobili realizzate dallo stesso adottante, che quindi non “sceglie”  una parte a verde nell’interesse del “verde” stesso e della Città, ma lo crea (presumibilmente nel proprio interesse) …………………. cosicché  gli oneri finanziari per la cura del verde esistente rimangono al Comune: non sembra che il risultato in termini di cura del verde sia particolarmente edificante (vedi caduta alberi e palme puntellate), ma quel che è certo è che, nella migliore delle ipotesi, si è ottenuta la possibilità di “pubblicizzare”  i propri negozi, bar, ristoranti e alberghi, a titolo GRATUITO senza corrispondere somme alle ditte pubblicitarie, senza corrispondere canoni pubblicitari, senza rivolgersi al servizio affissionale cittadino.

Risultato:  aumento della superficie pubblicitaria disponibile, mancato controllo delle ubicazioni e delle modalità, gravi perdite finanziarie in termini di canoni pubblicitari e diritti affissionali, grave lesione dei diritti delle imprese napoletane cui il mercato in questione era stato obbligato a rivolgersi (con l’abrogazione delle paline fuori negozio richieste da soggetto non abilitato all’istallazione di mezzi pubblicitari nel PGI ancora in vigore)!

Si è detto nella migliore delle ipotesi …….perchè, talvolta, è solo occupazione di suolo pubblico  senza corrispondere canoni o, peggio, occupazione di suolo pubblico ottenuta attraverso il soggetto autorizzante l’adozione, laddove Panini  provvede a vietare a tutti gli altri!!!!!!

E talvolta……. la domanda rimane senza risposta come nel caso di vico Leone dove nessuno  sa chi ha adottato il verde e neanche chi lo ha realizzato con aiuole mobili, fioriere e lampioni!

Sulla adozione delle strade la situazione peggiora perché il verde (prima che si  capisse che ognuno poteva realizzarlo)  era un concetto determinato, mentre per “strade” viene precisato che si intendono “tutte le aree di proprietà comunale o comunque nella disponibilità dell’Ente, destinate ad uso pubblico o a pubblico servizio” , quindi piazze, vicoli, cortili, aree di ogni genere e tipo, spazi del Centro Direzionale, piazzali, fasce di rispetto stradale etc etc , cioè tutto tranne il verde. E su questi spazi……. si possono realizzare opere affidate senza il rispetto delle norme comunitarie con impegno contabile anche superiore a 30.000 euro annui  semplicemente costituendo una “Associazione” contenente i residenti della zona.

Si aggiunga che il Comune può anche partecipare con propri lavori nella medesima area ( es Napoli Servizi), e che il “ soggetto affidatario ha facoltà di ricercare risorse finanziarie, attraverso la partecipazione a Bandi ovvero tramite il concorso di soggetti terzi, presentando prima dell’affidamento apposito piano di finanziamento.

 Qualora il progetto di riqualificazione e manutenzione preveda la partecipazione di uno o piu’ sponsor, la ricerca deve avvenire secondo le norme del Regolamento comunale sulle sponsorizzazioni

Essendo poi rimasta sottratta alle Associazioni  qualche parete verticale che non poteva essere aiuola  né spazio non verde della città, il Comune nel dicembre 2016, con atto monocratico del dirigente Giovanni Cestari, ha approvato un Disciplinare per “l’utilizzo di superfici pubbliche per la creatività urbana”: inutile dire che gli affidatari sono rigorosamente esenti dal pagamento della COSAP e che “La promozione dell’eventuale soggetto che dovesse sostenere i costi delle opere è disciplinata dal Regolamento delle sponsorizzazioni del Comune di Napoli approvato dal C.c. con delibera n. 21 del 2012, al quale si rimanda”.

Ed ancora che il soggetto affidatario potrà godere di riduzioni tributarie fino al 50% degli importi stanziati……………………….

Il global service al confronto ……………………………

Ma anche Monumentando…………….

Ma anche molto molto altro………………

L’intero pacchetto “Adotta la Città”, costituito a dire del Comune da “strumenti capaci di dare forza alla volontà dei cittadini di essere soggetti attivi, consente il superamento del divieto di assegnazione di beni pubblici senza gara con riferimento all’intero patrimonio comunale, consente il superamento delle gare per l’affidamento dei lavori, il superamento delle gare per la pubblicità, il superamento di ogni controllo trasparente sull’utilizzazione dei beni comuni!

Mentre sulle “aiuole” assegnate il Comune fornisce dati, non esiste analogo elenco per gli altri “spazi” cittadini.  Ma sappiamo, perché Piscopo e la Daniela Villani ne sono molto fieri che  una parte di piazzale Tecchio è stata affidata all’Associazione “l’Urlo di Napoli”.

Dell’Associazione non sappiamo nulla, certo non dubitiamo che sia stata regolarmente “creata” in modo da essere idonea a ricevere Piazzale Tecchio, apprendiamo che un certo Luca Castaldo avrebbe creato il Gruppo e ne sarebbe l’Unico Amministratore, secondo FB, il 31 ottobre del 2016 ed avrebbe  iscritto 728 membri, tra cui a pochi giorni dalla creazione del gruppo Fabiola Cerciello, Caterina Pace, Anna Mazzarella, Fabiola Pastorino  ed altre amiche della società civile.

Vediamo che qualche critica viene sollevata:


Luca Castaldo

1 maggio alle ore 14:05

LA RIVOLUZIONE NON SI FA DIETRO LE TASTIERE, MA SUL TERTITORIO.
Ornella Cristo : “E, a quanto pare la “Rivoluzione Napoletana” si è ristretta a qualche fiorellino o alberello piantato qua e là. Aiuole e pezzi di giardini e spazi verdi concessi ad associazioni il più delle volte “vicine” ai consiglieri e/o assessori….di municipalità e/o comunali…. siete comunque, a mio avviso un’unica marmellata di prugne.
Servizi fotografici per inaugurare il…nulla più assoluto, neanche vi siete preoccupati di “inventarvi” qualcosa di innovativo, avete semplicemente scopiazzato eventi promossi in passato da volontari e cittadinanza libera. 
Ma la gente, i Napoletani non dormono…. sappiatelo.
Vi consiglio l’acquisto di una sediolina pieghevole…. si sa mai… può tornarvi utile”.

Lucrezia Morrone :” è vero o no che l’area è stata affidata ad un associazione dei verdi che sono mesi che entrano ed escono dalla maggioranza della x municipalità soltanto perché in realtà volevano questo spazio? Siamo alla spartizione.
Mentre il parco Robinson rimane chiuso, regalate gli spazi del territorio.
Nell’articolo è riportato che saranno realizzati campetti di basket è pattinaggio: ma a titolo gratuito? Oppure a pagamento?

E Luca Castaldo risponde:

QUESTI SONO ALCUNI COMMENTI CHE SONO APPARSI IN RELAZIONE ALL’ AFFIDO DELL’ ‘AREA ALL’ ASSOCIAZIONE L’URLO.
GRAZIE LUCREZIA E ORNELLA , TANGENDOPOLI E MAFIA CAPITALE VI FANNO UN BAFFO. AVETE FATTO VENIRE A GALLA UN SISTEMA POLITICO – ASSOCIAZIONI DA FAR TREMARE, INTERESSI MILIONARI DIETRO L’ AFFIDO DI UN AREA DONATA AL DEGRADO.

MA SAPPIATE CHE LA MIA LATITANZA NON LA SVOLGERO’ A SANTO DOMINGO, MA A PIAZZALE TECCHIO, NEL PETER PAN PARK CONDIVIDENDO CON TUTTI I BAMBINI DI FUORIGROTTA IL LORO NUOVO MONDO DI GIOCHI. NON CI FERMIAMO.

(evidentemente  Napoli non concederà l’estradizione all’Italia, altrimenti non si sa come si potrebbe essere latitanti a Piazzale Tecchio!!!!)

++++++

Perché nessuno ha avvertito l’Associazione Napoletana Fiera Antiquaria  della possibilità di adottare, senza gara e senza canoni, il viale Dhorn per 3 anni con una semplice Convenzione?

Chissà chi adotterà via Bologna per il mercatino interetnico?

E chi adotterà San Gregorio Armeno? Prima. per vendere  su strada, ci si doveva rivolgere al Servizio Commercio su aree pubbliche, ora, costituita una Associazione, si adotta una strada!

 Daniela Villani con Susy Silvestri.

29 aprile alle ore 16:29 · Napoli, Campania · 

Seduta di giunta ore 15,30 appena terminata con ordine del giorno importanti, tra gli altri…..su proposta dell’ Ass. Panini…. individuazione delle aree nelle quali é consentito ESCLUSIVAMENTE il commercio itinerante di prodotti legati all’ Identità, Cultura e Storia Cittadina. Finalmente Benvenuto, Autorizzato e Soprattutto Protetto il MADE IN NAPLES! ( che prima era tutelato dal “Consorzio I Miti di Napoli” senza adozioni!!!! E senza le pesanti conseguenze economiche e sociali che deriveranno dall’irresponsabile azione di Panini sul tema dell’itineranza!

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Prima per istallare le fioriere si chiedeva l’occupazione di suolo pubblico alla Polizia Amministrativa, poi sono state a lungo RIGOROSAMENTE VIETATE  (solo sedie tavolini e ombrellone a sostegno centrale il tutto da ritirare la sera nel Bar)  ora:

 

Daniela Villani

1 maggio alle ore 15:05 · 

Nuove essenze floreali in via Partenope, grazie al coinvolgimento dei ristoratori che han voluto contribuire ad integrare bellezza alle esigenze di tutela delle migliaia di visitatori che ogni giorno passeggiano sul lungomare.

Ogni giorno insieme alle Istituzioni tante associazioni culturali, servizi comunali, privati cittadini, esercenti ed enti di formazione collaborano e si occupano del futuro di piccoli porzioni di territorio. Napoli ed il suo grande capitale umano che ha a cuore la cura della città.

Così non si paga il canone di occupazione suolo pubblico, non si attende il parere della Soprintendenza,  non si fatica la notte per ritirare tutto dentro  e gli Assessori ringraziano!

Gli Uffici ordinari eseguono il loro ruolo di vietare a tutti (per  far concedere poi a qualcuno)!

Rimane sempre il mistero di vico Leone scomparso come strada senza il procedimento di sdemanializzazione? Ma era una strada? Ma l’architetto Pulli ha effettuato un sopralluogo sulla pubblica illuminazione?

Danilo Risi, di rifondazione comunista, dice di essere l’ideatore di questi meccanismi e vuole querelarmi …….. sol perché  l’ho ricordato nel mio blog, mentre ritiene che io esprima una opinione (infondata) sulla legittimità di queste adozioni!

Ma se questi meccanismi sono leciti e ordinari meriteranno gli onori di un altro convegno con Stefano Rodotà.

Se qualcuno, invece, ravviserà negli stessi il raggiro di norme costituzionali fondamentali, aderendo alla opinione di molti cittadini napoletani, contro la querela sarà sollevata l’exceptio veritatis!

Ida Alessio Vernì

 

MA SE PANINI A GENNAIO ERA FELICE DEL PRIMATO DI CRESCITA NAPOLETANA DELL’AMBULANTATO, PERCHE’ A PRIMAVERA GIORNALI E POLIZIA MUNICIPALE GRIDANO ALLO SCANDALO CONTRO GLI ABUSIVI? ABUSIVI PERCHE’?

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I motivi che rendono urgentissimo un intervento sul commercio su aree pubbliche sono due:

  • il primo è quello di evitare che si innesti la “guerra di religione” contro questa forma di commercio, che è intimamente connesso, tra l’altro, all’invasione turistica napoletana che costituisce vanto per l’Amministrazione e i suoi sostenitori, comprendendo che molti Mercati, la Fiera Antiquaria, le “strade dei Pastori”, l’artigianato artistico, i prodotti tipici, i MITI di Napoli, Edenlandia ormai abbandonata per sempre da Piscopo e Panini, sono MOTIVI del turismo e non fenomeni da reprimere e sopprimere.

  • il secondo è che la tutela del centro Storico di Napoli, come Patrimonio dell’Umanità, passa, soprattutto, avendo clamorosamente fallito gli interventi di restauro, conservazione, ristrutturazione dei Monumenti e dei Palazzi storici, almeno dalla capacità di intervenire con norme di “tutela” che consentano di preservare le caratteristiche che hanno meritato alla Città l’onore del riconoscimento UNESCO!

E, Panini, che finora non ha pianificato assolutamente nulla, non ha tutelato il Centro Storico in nessun modo, non ha indirizzato la salvaguardia di quanto c’era da tutelare e valorizzare, rischia di assestare il colpo finale, pensando che, anche sul commercio su aree pubbliche, possa valere il giochino dei Regolamenti finti rimandati ad altre pianificazioni!

Tecnica deprecabile e superata anche per molto più complesse scelte urbanistiche, che, certamente, nel commercio su aree pubbliche potrebbe essere foriera di TRAGEDIE!

Il tema, come quello delle case (case abusive, occupazioni abusive, assegnazioni alla camorra etc etc) involge questioni “vitali” e, quindi, va trattato da persone competenti e capaci e non sono tollerabili “errori” e superficialità.

Con ciò non intendo certo dire che altri settori possano essere gestiti da incompetenti ma solo che, se risulta inefficiente una politica di traffico e viabilità, il massimo che accade è che in città si producano ingorghi, gli automobilisti risultino esasperati etc. ma sarà sempre possibile apportare modifiche, correttivi, sovvertire gli indirizzi e le prospettive.

Laddove, invece, la questione è di sopravvivenza……..sarà la realtà a prevalere su indirizzi politici errati e il conflitto può degenerare in maniera molto grave. E così nelle Vele rimane la camorra e nelle strade, gli “abusivi”, come vengono definiti dai giornali i parcheggiatori e i venditori ambulanti, prima “importante settore economico valorizzato da de Magistris” ed oggi quasi assimilati ai mendicanti che infastidiscono i turisti!!!!!!!

Ma perché  la stampa napoletana intervista sempre vigili urbani certamente all’oscuro delle complesse normative urbanistico programmatorie per i dehors e il commercio su aree pubbliche? Perché non parlano con gli esperti?

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L’origine degli ambulanti si perde nella notte dei tempi, in quanto anticamente nei borghi agricoli non esistevano negozi stabili e quindi per l’approvvigionamento era necessario che le merci venissero portate ai mercati, alle fiere, per strada.

Per far fronte alle necessità della popolazione i commercianti si spostavano e portavano le loro merci. E’ documentato dall’anno Mille, pur senza escluderne l’esistenza in epoche più antiche, che a piedi, a dorso di asino, o magari con un carretto, gli ambulanti giravano per le campagne e le contrade, portando ogni genere di prodotto potesse servire.

Nei fatti, in tutto il mondo e in tutti i tempi, la vendita in strada costituisce una forma di attività commerciale considerevolmente persistente.

In Italia, con modalità anche diverse e forme mutevoli, è certo che, da tempo immemorabile, la “bancarella” viene utilizzata per esporre mercanzia e vendere ai passanti.

Un caro amico, l’architetto Sergio Di Macco, esperto in mercati pubblici, portava dietro con sé una foto d’archivio del Museo della Civiltà Romana di Roma per mostrare che il fenomeno aveva millenni di storia ed era, quindi, complesso da eliminare “attraverso” norme giuridiche!

Ed in effetti solo i regimi più autoritari hanno cercato di eliminare la vendita su strada, ma i risultati non pare siano stati rilevanti e certamente non duraturi.

Ogni progetto di eliminazione è generalmente fallito.

Nonostante la serietà della questione, la politica non dedica la dovuta attenzione al fenomeno e, quindi, si ritrova in genere a fare i conti con realtà ingovernabili.

Nella realtà italiana, e con particolare riferimento alle città turistiche e grandi della Penisola, il numero dei venditori di strada sale e scende a seconda degli anni e dei periodi dell’anno, della settimana e della giornata, rispondendo alle domande dei consumatori e agli andamenti del mercato del lavoro, ai cicli e alle fluttuazioni dell’economia, ai flussi turistici e all’andamento degli eventi!

E’ molto complesso far sì che l’andamento risponda al tipo di regolazione e di controlli posti in essere dalla Pubblica Amministrazione.

Per farlo occorrerebbe comprendere bene il fenomeno, studiarlo in maniera scientifica, comparare le situazioni, evitare gli scontri frontali, comprendere le esigenze.

Il problema, come quello delle case, è tra l’altro strettamente connesso a quello dei flussi migratori per vari motivi facilmente intuibili: il commercio su strada è attività diffusa in tutto il mondo e da alcuni Paesi il flusso migratorio è costituito da soggetti che esercitano questo mestiere già in Patria da un lato, e dall’altro è il “lavoro autonomo”, l’impresa, che più facilmente gli immigrati possono intraprendere.

Impedire l’ambulantato, quindi, equivarrebbe ad impedire l’immigrazione, a porsi contro ogni possibilità di integrazione e di riscatto degli immigrati nel nostro Paese. E’ evidente, quindi, che l’atteggiamento di favore nei confronti dell’accoglienza e di sincera volontà di integrazione degli accolti, implica atteggiamenti di favore nei confronti dell’ambulantato.

E se lo si consente agli immigrati, nessun atteggiamento ostile sarà possibile nei confronti degli ambulanti nostrani: altrimenti si presta il fianco alle contestazioni di discriminazione al contrario.

E, tuttavia, le Amministrazioni vengono poste sotto pressione in materia, da un gran numero di istanze diverse, dai rappresentanti di diversi interessi e da soggetti con diverse prospettive per cui il pericolo di dare risposte diverse, contraddittorie, poco coerenti e assolutamente inefficaci è enorme.

In molte parti del mondo occidentale, secondo gli studiosi del fenomeno su scala mondiale, il risultato complessivo è “una complessa mistura di persecuzione, tolleranza, regolazione e promozione” che induce a pensare che le politiche pubbliche tendano soprattutto a “contenere” la vendita in strada “respingendola in basso nella scala sociale, assicurandosi che si limiti ai consumatori meno abbienti e ai vicinati più poveri”(Bromley, 2000).

E certamente, la vendita in strada costituisce un’attività economica intimamente connessa ai processi migratori e alle situazioni di precarietà e vulnerabilità sociale.

Per intervenire sulle realtà specifiche è necessario uno studio di carattere particolare, ma lo stesso non può essere disconnesso da uno studio di carattere generale sia per ottenere le categorie interpretative necessarie sia perché si tratta di un’attività economica, diciamo “fluida”, nella quale, intervenendo gli immigrati, vengono introdotti modelli e canoni diversi a seconda del flusso migratorio del momento.

Fermiamo perciò alcuni punti, tutti meritevoli di attenti approfondimenti, ma qui solo per sfatare “luoghi comuni” e affermazioni prive di significato!

A) Il primo aspetto da indagare è quello sulla Natura di questa attività economica,

tenendo presente che si può trattare di una attività che può costituire un ripiego o un’attività di sostegno momentaneo quando si perde un lavoro formale, ma che, invece, in alcune specifiche realtà, è un’attività che consente di coniugare la tradizione, la propensione al commercio e al lavoro autonomo, e le esigenze della vita complessa delle città e delle transizioni, accompagnando le migrazioni rurali-urbane ma anche quelle verso altri paesi, vicini e lontani.

Per molto tempo studiosi ed esperti hanno ritenuto che si trattasse di un’attività pre-moderna, destinata a scomparire con la regolazione dei mercati e con le politiche di piano. In realtà non è stato così, ed anzi essa si è venuta intensificando, spesso in connessione con le migrazioni sia interne sia internazionali. Se negli anni ’50 la si inscriveva nella dicotomia tradizionale/moderno, e nel decennio successivo si riteneva che la prevalenza di quest’ultimo l’avrebbe fatta scomparire a breve, dalla fine degli anni ’70 alcuni studiosi ed agenzie come l’ILO (l’International Labor Organization) hanno preso a riconoscere la rilevanza e talora la crescita dell’economia informale e specificamente della vendita in strada, accordando ad essa rinnovata attenzione. In sintonia con le posizioni dell’ILO sul lavoro informale in genere, i maggiori studiosi internazionali di vendita in strada e di politiche pubbliche tendono a considerare la prima come un gruppo occupazionale in se stesso. Si tratta di un gruppo presente in tutti i paesi del mondo, più o meno sviluppati, anche se è più numeroso nei paesi più poveri. (attento Panini).

Nei secoli e nelle diverse parti del mondo, la vendita in strada è stata ed è effettuata nelle maniere più diverse. Può trattarsi di vendita di beni, oppure di servizi, oppure di un misto degli uni e degli altri. Può avvenire attraverso postazioni fisse, come dei chioschi, o semi-fisse, o anche stendendo semplicemente dei teli per terra. La vendita mobile può anch’essa avvenire con molteplici modalità, dall’uso di furgoncini e mezzi simili fino al venditore che trasporta i beni sulla sua persona.

B) Il secondo aspetto da valutare è quello dell’incidenza dell’abusivismo.

Va premesso che si può trattare di una attività economica informale, al di fuori dell’economia regolare, anche di un’attività economica assolutamente legale, legittima e di grande valore economico e sociale.

Il commercio ambulante fa riferimento a quelle attività che possiamo definire “auto-impiego di rifugio”, indipendenti ma marginali, svolte in alcuni casi senza regolari licenze e autorizzazioni e che corrisponde a quei processi di produzione e di scambio che tendono a sottrarsi, per uno o più aspetti, alle norme del diritto commerciale, fiscale e del lavoro.

Per questo motivo, gran parte della letteratura scientifica associa il commercio ambulante all’economia informale, considerandolo sostanzialmente come un settore-rifugio per gli emarginati dal mercato del lavoro o addirittura accostandolo alla pratica della mendicità.

Anche nell’ambito dei settori “informali vanno invece, distinte le situazioni specifiche per la diversa gravità: dal mancato pagamento della tassa per l’occupazione del suolo pubblico all’occupazione di uno spazio diverso o più ampio rispetto a quello assegnato, dall’evasione del fisco alla vendita di prodotti senza autorizzazione o contraffatti. In quest’ultimo caso, l’informalità dell’attività economica sconfina nel reato penale. Non può essere confuso chi vende merce illecita (contraffatta), con chi tratta oggetti leciti, ma svolge la propria attività senza le necessarie autorizzazioni, o ancora con chi, è regolarmente autorizzato ma vive l’irregolarità in relazione alle condizioni dell’occupazione (contratti di lavoro, modalità di retribuzione, orari ecc.) e alle modalità di erogazione della prestazione lavorativa o con chi evade il fisco. Gli illeciti amministrativi non sono reati penali e non comportano sanzioni penali, espulsioni e criminalizzazione indiscriminata.

Quello che va sotto il nome di “abusivismo commerciale” è dunque un insieme complesso di situazioni e di attività, alcune delle quali sono certamente da reprimere ai sensi delle leggi vigenti, mentre altre si configurano come più o meno irregolari e interpellano variamente le autorità preposte a disciplinarle ed eventualmente a favorirne il riconoscimento.

Infine non va dimenticato che il commercio ambulante assume spesso le caratteristiche di un’attività svolta in maniera assolutamente regolare. e redditizia, attraverso importanti interventi pubblici.

 caramanico

E non va dimenticato che la crisi economica ha di nuovo creato quella funzione di spugna di assorbimento per l’irrisolto problema occupazionale di cui si parlava negli anni sessanta settanta!

  1. Il terzo problema da valutare è che il fenomeno è molto collegato ai flussi migratori.

In Italia del Nord questo fenomeno è ben noto fin dagli anni ’60, quando in concomitanza con la ristrutturazione industriale e le politiche connesse, si aveva pure l’arrivo di migranti dal Sud Italia che si dedicavano alla vendita in strada o in spiaggia .

Allora i venditori in strada o in spiaggia provenivano dalle regioni del Sud Italia; oggi sono perlopiù migranti internazionali.

La vendita ambulante nei primi anni novanta si è sviluppata in particolare per iniziativa di chi si trovava in Italia da poco e non trovava nulla di meglio, e ha rappresentato la principale strategia di sussistenza per numerosi immigrati clandestini dediti al commercio ambulante (generalmente abusivo) di articoli made in China. Il loro lavoro era uno dei più stressanti. Il continuo gioco a rimpiattino con i vigili costringeva l’ambulante ad una routine quotidiana estenuante, spesso poco remunerativa. Successivamente si sono gradualmente sviluppati percorsi evolutivi positivi: vi sono ambulanti che sono riusciti nel giro di alcuni anni ad ottenere la licenza di venditore ambulante, entrando a pieno titolo nel giro dei mercati rionali, frequentando le maggiori fiere e trasferendosi sulle spiagge in estate, altri che si sono inseriti in imprese italiane come forza lavoro a bassa qualifica ed altri ancora che, investendo i propri risparmi, hanno creato altre forme di impresa-rifugio nel commercio in sede fissa, nella ristorazione e nel commercio all’ingrosso.

Sembrava quasi che il fenomeno fosse in via di estinzione o di forte contenimento. Mentre anche tra gli immigrati , oggi la rinascita dell’ambulantato è soprattutto una conseguenza della progressiva saturazione dei settori tradizionali di primo inserimento e della contrazione delle risorse disponibili in seno alle reti parentali-amicali provocata dal rapido aumento degli arrivi clandestini.

Per saper intervenire, andrebbero comprese le dimensioni del fenomeno in altri paesi, spesso quelli da cui provengono anche i migranti.

Andrebbero studiate le condizioni di questa attività in Cina, in India, ad esempio, si calcola che i venditori in strada siano più di 10 milioni, nel Senegal, nei Paesi africani etc. per volgersi all’esperienza degli altri paesi, dove spesso si è studiato ed approfondito in materia, sia per meglio comprendere la sorprendente sopravvivenza di un fenomeno che sembrava destinato a scomparire, sia per cominciare a rendersi conto di quale bagaglio di esperienze e conoscenze molti immigrati che si dedicano a questo tipo di attività portino con sé.

Sarebbe significativo, infine,  comparare l’andamento dell’imprenditoria straniera sul totale dell’imprenditoria nei singoli comuni e comparare ulteriormente il rapporto tra imprenditoria straniera e imprenditoria italiana.

E ci sarebbe da valutare che le condizioni di vita e di integrazione degli ambulanti sono molto migliori di quelle di coloro che svolgono la loro attività in settori manifatturieri o agricoli, sia perché gli ambulanti sono meno assoggettati allo sfruttamento selvaggio, sia perché vivono in strada sia perché apprendono la lingua molto prima di coloro che per 10/14 ore o più lavorano isolati in luoghi specifici,

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Queste le tre “realtà” da considerare nell’esame dei singoli casi e nella scelta degli indirizzi normativi e regolamentari da applicare: occorre comunque indagare la composizione interna, le dinamiche e gli effettivi andamenti di ogni parte distinta del commercio su aree pubbliche.

Un tema di grande significato, ma da non confondere con le tre problematiche principali fin qui illustrate, è quello del legame tra la vendita su strada ed il turismo.

Ovviamente non ci si riferisce al turismo organizzato, d’elite e di “qualità” culturale, assolutamente impermeabile al fenomeno, ma alle masse turistiche che si “riversano” in maniera occasionale e senza servizi né controlli in alcuni luoghi, come di recente sta avvenendo a Napoli/Pompei.

Può essere immediatamente colto il nesso tra commercio ambulante irregolare ed abusivo di questo tipo e fenomeni turistici di questo tipo occasionale e di massa.

In questo settore più della realtà conta la “percezione”: la realtà è che queste masse turistiche attraggono immediatamente masse di venditori su strada/spiagge/ piazzali antistanti i luoghi di attrazione turistica.

La percezione è molto diversa a seconda delle categorie intervistate. Numerosi studi sono stati condotti in proposito ed in essi si è sottolineato come da un lato il fenomeno dell’ambulantato abusivo venisse considerato come fonte di concorrenza sleale per i commercianti in regola , per gli abitanti del luogo apparisse un aspetto particolare delle più vaste difficoltà derivanti dall’assorbimento di un’immigrazione non regolata e non regolare, ed invece per per i turisti veniva riconosciuto-percepito come un fenomeno connaturato alla località turistica e al tempo stesso funzionale.

In sintesi per i turisti per lo più gli ambulanti abusivi svolgono un lavoro come tanti altri e sono motivo di attrazione, mentre tra i residenti e tra gli imprenditori turistici prevale l’idea che siano comunque “troppi” e spesso che siano fastidiosi e insistenti, per nulla simpatici e folkloristici.

Per fronteggiare la situazione, secondo i residenti bisognerebbe soprattutto volgersi ad azioni di tipo preventivo e a politiche di integrazione sociale mentre gli imprenditori turistici e commerciali specificano che occorrerebbe colpire duramente perché richiamano, nelle loro osservazioni, la concorrenza sleale nei confronti del commercio regolare ed autorizzato: l’abusivismo in quest’ottica, offrendo prodotti a prezzi convenienti, sottrae quote di mercato agli esercenti locali ed arreca loro un danno economico. La slealtà della concorrenza aumenta se le merci sono di provenienza illegale o contraffatte: in questi casi, il commercio di prodotti griffati a prezzi decisamente più bassi rispetto agli originali, oltre a riflettersi sulle aziende private in termini di riduzione delle vendite e di diminuzione del fatturato, agisce a livello di costi sociali, dato che i risparmi effettuati riguardano sia i costi del prodotto, sia i costi del lavoro (con la totale evasione delle spese previdenziali e contributive dei propri dipendenti, nonché dell’imposizione fiscale).

Quindi la non marcata insofferenza da parte dei turisti verso la vendita abusiva su strada, percepita in realtà come una valida opportunità per l’acquisto occasionale di beni a basso prezzo, in una visione degli ambulanti come folcloristici animatori delle visite turistiche o addirittura la visione dell’immaginario collettivo che vede i venditori come parte integrante dell’offerta turistica, vengono contrastati da chi subisce la “concorrenza” come un grave problema di ordine pubblico e di sicurezza, tanto da suscitare sempre più forti richieste di intervento: se non adeguatamente contrastate – si sostiene – le attività di vendita senza licenza rischiano infatti di fungere come fonte di istituzionalizzazione di una vasta area di illegalità.

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Temi delicati e complessi sui quali è lecito dubitare che Panini sia in grado di intervenire, ma sui quali si spera che politici più attenti a livello nazionale e gli stessi operatori economici del settore, non ritengano di “lasciar fare”

E si spera che chi tiene veramente alla tutela del Patrimonio dell’Umanità e alla cultura, comprenda che per intervenire in questo settore non si può perdere un minuto!

IAV

Gli ambulanti a Napoli!

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Spetta a Paolo Barbuto, che intervista Ciro Esposito, dare il via al tormentone degli AMBULANTI, che unito alla tradizionale litania contro i TAVOLINI SELVAGGI e alla più recente dei PARCHEGGIATORI ABUSIVI costituiranno i TEMI privilegiati delle inchieste della stampa cittadina!

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I politici e la Polizia Municipale continueranno ad invocare la LEGALITA’ anche se non si sa bene in che senso e in che direzione! E sperando che le “armi”  auspicate siano quelle normative!

La categorie interessate si trascineranno ……..alla ricerca della “raccomandazione” e delle “conoscenze”……….. perchè, bene o male, comunque, ci sarà sempre un PICONE……..

E probabilmente, al di là delle parole, tutti vorrebbero che in città rimanga tutto sostanzialmente INVARIATO!!!!!

E la stranezza dell’articolo di Paolo Barbuto, che riferisce da Ciro Esposito, è che la “fatalità” e conseguente necessità di “interventi per casi specifici” vengono addirittura dichiarati esplicitamente: a leggere sembra che un REGOLAMENTO nuovo sia improvvisamente venuto fuori senza che nessuno ne sia responsabile e che dalla prossima settimana “si troverà” una soluzione!

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Ma invece il Regolamento ha nomi e cognomi: quelli certi e diretti sono Enrico Panini e Paola Sparano, coadiuvati da uno stuolo di staffisti e impiegati solerti e da dirigenti e consiglieri comunali del tutto inconsapevoli……….(nella migliore delle ipotesi!).

E Ciro Esposito, che dovrebbe comandare la Polizia Municipale, lo sa che anche i Plebei avevano capito che servivano le XII Tavole per avere norme CERTE applicabili a TUTTI e TUTTI i GIORNI? Lo sa che il Prefetto non può intervenire sui regolamenti approvati dal Consiglio Comunale? 

Come si può, dopo tanti secoli, teorizzare che esiste un REGOLAMENTO, valido per gli altri, che sul lungomare la prossima settimana non si applicherà?

E’ in questo humus che si legittima………TUTTO!

Sui TAVOLINI di “primitivo”, selvaggio” e “illegale” c’è ormai solo il comportamento di una Amministrazione Pubblica che da un lato emana BANDI per chiedere in una sessantina di giorni progetti esecutivi su siti monumentali della città o per l’abbattimento delle Vele e la ristrutturazione della Vela Azzurra (non più destinata a Museo e mantenuta come simbolo architettonico, ma destinata a case da assegnare secondo i pareri dell’Avvocatura Municipale ma su responsabilità della Direzione Patrimonio), e dall’altro,  dal 2009 per merito di Mario Raffa e dal 2011 per merito di Marco Esposito (l’inventore dei NAPO moneta napoletana che a quanto pare non si è affermata nelle Borse Internazionali) e di Enrico Panini, coadiuvato da Garella, si avvia ai  10 anni per stabilire come devono essere i dehors! (salvo alcuni che, indisturbati, occupano marciapiedi e adottano strade e aiuole).

L’unico “miglioramento” dell’intero paesaggio napoletano,  rispetto alle estati in cui il mio Ufficio semplicemente concedeva il suolo pubblico dinanzi ai Bar e ai Ristoranti dal 1 gennaio (con apposita ordinanza valida per TUTTI, nelle more dei singoli rilasci-rinnovi) al 31 dicembre (tariffa tosap permanente), è stato dato dall’autodemolizione (per disperazione) del grillage in legno realizzato negli anni novanta dal papà degli attuali gestori del bar Riviera che, stanchi di sigilli e di udienze penali, hanno preferito il “ravvedimento operoso!!!!!! ………………………….

I peggioramenti: abusivismo dilagante, spazi senza confini, disturbo alla quiete pubblica e non solo nei luoghi della cd. movida, plastiche svolazzanti, incuria, assenza di fioriere, assenza di qualità, assenza di investimenti per utilizzare materiali diversi dalla plastica nei luoghi di particolare pregio, caos tra esercenti, “costi” enormi per gli esercenti, riduzione delle entrate “ufficiali” per il bilancio del Comune di Napoli, (I DATI SUL RISCOSSO NON SONO RILEVABILI , ma nel 2015, nella Relazione dei Revisori sulla COSAP, si dà atto che Non sono pervenuti i dati relativi all’evasione tributaria, ma si dichiara di aver verificato che il Comune ha proceduto ad attività accertative a seguito di verifiche nei confronti di coloro che non hanno corrisposto quanto dovevano, parlando per la COSAP di 4.000 verifiche effettuate e 3.695 avvisi di accertamento inviati, che è, come dire, che solo in 305 casi è stato trovato tutto in regola (ma ci si riferisce a TUTTE LE OCCUPAZIONI anche quelle per feste, eventi, manifestazioni di pochi giorni!))

Più serio il tema dell’ambulantato perché penso che oltre 10.000 famiglie a Napoli vivano di questa attività!

Ed è proprio sull’ambulantato che il nostro PANINI ha toccato l’apice con tre azioni che sarebbero esilaranti se non comportassero DANNI ENORMI per gli ambulanti:

  • la prima: mentre in Italia si studia come garantire a questa fascia sociale una possibilità di lavoro, e il Governo ha prorogato l’applicazione della Bolkestein al 2018, Panini ha impedito lo svolgimento di fiere, eventi e occasioni in nome di presunte, fantomatiche “gare” e bandi!

  • La seconda: quando in una indagine si è rilevato, con preoccupazione, che il settore dell’ambulantato aveva avuto netti incrementi numerici e che Napoli era la città più coinvolta dalla crescita quantitativa “Napoli prima città per incremento imprese commerciali ambulanti. Tra fine 2011 e giugno 2015 aumento 40% e 4.191 nuovi operatori) si è gloriato della performance ed ha testualmente affermato: “L’amministrazione de Magistris – ….. ha lavorato per potenziare la rete distributiva a servizio di cittadini e turisti, rendendo la massima parte degli operatori del commercio immune dal ricatto della criminalità organizzata. A breve sarà possibile individuare nuovi mercati per vendere i propri prodotti regolarmente”.(Il Mattino 20.01.2017): ma forse non sa che l’ambulantato è il luogo di assorbimento dell’irrisolto problema occupazionale e l’unica attività lecita possibile per molti immigrati? Che questi “numeri” sono solo il sintomo della fame?

  • La terza azione è stata (che Paolo Barbuto avverta Ciro Esposito) quella di abrogare il divieto di itineranza su tutto il territorio del Comune di Napoli, inserito nel Siad 2001 in considerazione della circostanza che il titolo veniva conseguito nel Comune di Residenza ma consentiva di “itinerare” nell’intera Regione, aggiungendo così ai nostri già 8.000 ambulanti un numero imprecisato ed imprecisabile, proveniente dall’hinterland comprensivo di san giuseppe vesuviano! Questo divieto di itineranza, che superò ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, ha salvato la città dall’invasione che a Pasqua si è toccata con mano per la prima volta, essendosi appunto provveduto all’abrogazione del divieto solo di recente in Consiglio Comunale!

E, dunque, questa volta è chiaro che ciò che accadrà è perfettamente prevedibile…….. e poi, magari, si invocheranno il confino o l’uso della repressione più violenta, si griderà al rispetto della “legalità”, si scopriranno improbabili connivenze con la criminalità organizzata!

Nel prossimo Blog qualche riflessione sul commercio sulle aree pubbliche! Le riflessioni che avrebbero dovuto fare gli Uffici prima di procedere, nella più totale ignoranza ed incuria, a presunte riforme e modifiche!

IAV

Ma gli Uffici di Panini conoscono i principi cui si devono attenere per definire gli ambiti e dettare i piani attuativi? O è solo l’ennesimo rinvio …..sulla pelle degli esercenti e con danni alla Città? Non potrà più essere tollerato!

Autorizzazione-paesaggistica-semplificata-2-843x321Il Regolamento SEMPLICE E SNELLO di Panini è stato approvato nel 2014, il Documento di orientamento strategico per il Centro Storico Patrimonio dell’Unesco ribadito nella Programmazione economica e strategica del Comune di Napoli, i finanziamenti rinnovati nel 2016………..

CI SI ASPETTEREBBE CHE anche se i progetti sui Monumenti non hanno avuto buon fine sulla prima tranche di finanziamenti europei e stentano a decollare su questa nuova tranche, almeno i progetti per semplici dehors siano ……. pronti dopo tre anni di lavoro…………………………….

e invece NO.

L’Intesa con il Soprintendente è di bloccare tutto anche per l’anno 2017 perchè li stanno redigendo.

Ma chi???

E se per progettare i dehors occorrono tre anni, cosa succederà della seconda tranche di finanziamenti per interventi significativi nel centro Storico?

Ma, poi, ci si domanda, come li progettano se la realizzazione spetta agli esercenti e i costi gravano sugli esercenti? Approveranno u progetto pubblico a spese e a cura dei privati? Come potranno imporre ai privati gli investimenti necessari alla realizzazione del progetto pubblico eventualmente sovradimensionato rispetto alle possibilità economiche del privato esercente o eventualmente sovradimensionato rispetto alle sue necessità?

Non era il caso di dettare dei criteri di larga massima e rimettere a ciascun esercente le valutazioni sui propri bisogni e le proprie possibilità di investimento?

Ma al di là di queste banali e ovvie considerazioni che, alla luce delle esperienze tragicomiche degli ultimi dieci anni, risultano comprovate, considerato che Comune e Soprintendenza non sono riusciti ad imporre neanche un panchetto tipo per esposizione libri in una zona limitata come Port’Alba e non riusciranno mai ad imporre “progetti” specifici per tutta l’area Unesco, la vera questione che si pone è che dovrebbe poi curare i progetti d’ambito per l’area Unesco, Enrico Panini!

Eppure da tutti gli atti fin qui approvati o trasmessi in giro senza pervenire all’approvazione, si comprende in maniera evidente che Panini e tutti gli Uffici ai cui pareri si attiene non conoscono e non seguono il “Documento Di Orientamento Strategico “Grande Programma Per Il Centro Storico Patrimonio UNESCO” approvato e sottoscritto dall’Unesco.

Nello stesso si chiarisce, innanzitutto, l’oggetto della tutela “È di tutta evidenza come, nel caso del Centro Storico di Napoli, si tratti di un bene incluso nell’Elenco dei siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO con caratteristiche del tutto peculiari.

Laddove, infatti, la dimensione più contenuta dei luoghi da tutelare, ovvero la loro stessa natura (aree archeologiche, monumenti circoscritti, ecc.) consentono chiaramente di identificare strumenti e azioni per la salvaguardia dell’integrità del bene culturale, e conseguentemente la compatibilità con le modalità della loro fruizione ed uso, tutt’altra cosa rappresenta il caso di una parte consistente e viva di una città, cuore di un’area metropolitana, tra le più grandi d’Italia”

Ed infatti, The protection of a huge historical centre like that one of Naples derives above all from the translation of protection in norms and rules and from the exercise of the control of their observance. Substantially the entire normative apparatus of protection can be subdivided in two macro categories:

a) instruments of protection for the whole historical center

b) instruments of protection of single monuments

Per quanto riguarda i criteri si chiarisce: “In particolare, sotto il profilo socioeconomico si rilevano le seguenti criticità:

– sensibile diminuzione del numero di esercizi commerciali di piccole dimensioni e perdita di competitività dell’area commerciale rispetto a centri pianificati ex novo e realizzati nelle aree periferiche;

– progressivo allontanamento delle attività artigianali ed artistiche tradizionali storicamente ubicate nel centro storico;

– difficoltà di insediamento di nuove imprese in ambito urbano;

– inadeguata rete di servizi terziari o “reali” a sostegno delle imprese che possono influenzare, indirizzare ed agevolare i percorsi di rinnovamento del tessuto economico del centro storico;

– inadeguata presenza di strutture per la implementazione di politiche sociali;

– mancata valorizzazione delle reti del terzo settore esistenti;

– inesistente o scarsa sinergia tra soggetti pubblici e privati nell’attuazione delle politiche di sviluppo locale;

– mancato adeguamento di alcuni spazi pubblici ed edifici storici e monumentali con conseguente difficoltà di utilizzo degli stessi per attività di tipo pubblico e privato;

  • assenza di manutenzione urbana;

  • scarsa animazione del centro storico.

Rispetto a queste problematiche il Programma si propone di sviluppare un approccio di tipo integrato per una gestione strategica dello sviluppo, nell’ambito del quale una componente fondamentale è data dalla capacità di attuare interventi di riqualificazione del centro storico secondo una logica di partenariato tra l’ente pubblico, gli attori chiave del territorio ed il più alto numero possibile di soggetti privati, interessati al miglioramento dell’ambiente urbano.

Quanto alle norme cui attenersi il Comune di Napoli, le ha consegnate e precisate.

In concomitanza con l’iscrizione nella lista UNESCO, l’azione di tutela del Comune di Napoli si è espressa attraverso la formulazione e l’adozione di strumenti di pianificazione e di programmazione.

La stesura della Variante Generale (V.G.) al Piano Regolatore Generale del 1972 iniziata nel 1993, con la “Variante di Salvaguardia “ (1996), si conclude con l’approvazione da parte della Regione Campania nel 2004 del vigente nuovo Piano Regolatore Generale di Napoli che si articola nella normativa di base, nelle tavole e nei seguenti piani di dettaglio, che sono parte integrante del Piano urbanistico:

– Piano comunale dei trasporti approvato;

– Piano generale del traffico urbano (P.G.T.U.) 2004;

– Regolamento Viario allegato al P.G.T.U. aggiornato e approvato contestualmente;

– Piano della rete stradale primaria approvato dalla Giunta Comunale nel 2000;

  • Strumento di intervento per l’apparato distributivo approvato nel 2001;

  • Piano degli impianti pubblicitari;

  • Programma di delocalizzazione degli impianti di distribuzione dei carburanti

La finalità perseguita da questi strumenti urbanistici è quella di tutelare l’integrità fisica e l’identità culturale del territorio, escludendo ulteriori espansioni, salvaguardando le ultime preziose aree verdi e il tessuto storico – sia relativo al centro che a quello dei borghi rurali sei-settecenteschi che formano una corona da est ad ovest – e disciplinando la trasformazione delle aree dismesse, con l’obiettivo di valorizzare la qualità urbana, condizione necessaria allo stesso sviluppo economico.

Questo è quanto approvato dall’Unesco per quanto riguarda la tutela in dimensione urbana e queste sono le Direttive cui attenersi per conservare la classificazione del Centro Storico come patrimonio dell’umanità.

Finora sono stati disattesi documenti e criteri e non è stato documentato né il raggiungimento degli obiettivi né il rispetto dei criteri di sinergia pubblico-privati imposto dall’Unesco.

La controprova è data dalla circostanza che gli Uffici vanno avanti e continuano a simulare l’approvazione di nuove regole per il commercio, le edicole, gli impianti pubblicitari, i dehors, il commercio su aree pubbliche o, piuttosto, gli impianti di distribuzione dei carburanti senza, in realtà, conseguire alcun risultato utile, senza portare a termine amministrativamente alcun procedimento e senza comunicare le varianti urbanistiche agli uffici Unesco!

Ma vi è di più: ipotizzando, come appare dalla stampa, che i piani attuativi siano predisposti dalla Soprintendenza non si rispettano né i principi dell’Unesco né lo stesso regolamento approvato dal Consiglio Comunale di Napoli che, una volta che la Giunta avesse individuato gli ambiti demandava ai privati la presentazione dei progetti, riservando all’ente pubblico solo interventi di particolare rilievo ed escludendo i privati ogni qualvolta l’Amministrazione provveda alla realizzazione di un intervento di riqualificazione dell’intero spazio pubblico dell’ambito.

Quindi, la totale assenza di consapevolezza degli scopi di tutela da raggiungere e la mancata individuazione dei soggetti da chiamare alla progettazione, fanno emergere ancora una volta la natura falsa e strumentale di questa presunta Intesa che, more solito, serve, ancora una volta, a comprimere e mortificare l’iniziativa economica e ad impedire ogni reale rilancio del Centro Storico come luogo di sviluppo e di turismo, a costringere gli esercenti ad investimenti di spesa e a fingere di rilasciare autorizzazioni provvisorie: poi ciascuno faccia come gli pare!

IAV

Gli ambìti àmbiti dall’Assessore Panini non potranno impedire la semplificazione voluta dal legislatore.

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Nella lingua italiana àmbito significa, secondo Treccani: àmbito s. m. [dal lat.ambĭtus-us, propr. «l’andare attorno», der. Di ambire: v. ambire. –1. Giro, circùito, spazio, circolare o no, compreso entro dati limiti, nel quale uno si muove o compie determinate funzioni: nell’a. delle mura cittadine; dentro l’a. delle pareti domestiche. Più com. fig.:nell’a.della propria famiglia;la sua fama non uscì mai dall’a.ristretto dei suoi amici e discepoli;nell’a.delle sue funzioni, la responsabilità delle decisioni è sua; dottissimo nell’a.della sua materia.2. In musica, distanza esistente fra il suono più grave e quello più acuto di una melodia; anche, l’estensione delle varie voci e dei varî strumenti.3. letter. Procacciamento delle cariche elettive; broglio elettorale.

Secondo l’Alessio-Battisti dall’etimologia latina indica un “andare in giro”, “brigare” e da nipote di quel Giovanni Alessio che è appunto autore del “Dizionario etimologico italiano in cinque volumi pubblicato tra il 1950 e il 1957” mi sembra che questa indicazione sia quella più attinente al Comune di Napoli rispetto ai tavolini e alle sedie davanti ai bar e ai ristoranti!

Nella legislazione urbanistica non si rinviene un concetto di ambito giuridicamente definito.

Nella variante del Piano Regolatore del Comune di Napoli all’art. 2 delle Norme di attuazione viene precisato che “La parte III raggruppa le ulteriori norme che riguardano gli ambiti del territorio comunale, come individuati nella tavola 8.” precisandosi nei successivi articoli che sono parti del territorio sottoposte a piani esecutivi e per le quali è prevista la modificazione del tessuto urbano mediante interventi di ristrutturazione urbanistica.

E, quindi, nel Comune di Napoli gli ambiti sarebbero 46 e sono puntualmente disciplinati nella Variante Generale.

Meno chiaro è che cosa siano gli “ambiti” negli atti elaborati dagli Uffici che dipendono da Panini. Cattura Panini Soprintendente

Con la delibera di C.C. n. 71/2014 il Consiglio comunale di Napoli si è dotato del Regolamento per l’occupazione di suolo pubblico per il ristoro all’aperto delle attività di somministrazione di alimenti e bevande e di vendita al dettaglio di prodotti alimentari confezionati e/o artigianali (dehors).

Secondo quanto scrive il Comune nel proprio sito istituzionale: ”Il regolamento ha una struttura snella, mira ad accelerare e semplificare il procedimento di rilascio della concessione e, soprattutto, a ricondurlo in linea con il complesso delle norme che governano la materia. La norma, mira, quindi, alla tutela dello spazio pubblico e persegue l’obiettivo di assicurarne le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione, attraverso regole e schemi codificati che ne garantiscano la compatibilità con i luoghi e il decoro pubblico.

Correva l’anno 2014!

Accelerazione e semplificazione, quindi, non hanno atteso i provvedimenti statali ma sono stati codificati da oltre tre anni e, per quanto concerne il tema che ci interessa, troviamo all’art. 5

2. Entro 180 giorni dall’approvazione del presente Regolamento, la Giunta comunale, sentito il Soprintendente, individua le aree pubbliche, aventi valore archeologico, storico, artistico e paesaggistico e le aree da sottoporre a piano attuativo obbligatorio (progetto d’ambito). Il piano attuativo, di iniziativa pubblica o privata, dovrà garantire l’aspetto armonico tra le occupazioni e tra le stesse e il contesto urbano, nel rispetto dell’assetto dei luoghi, delle vedute e dei panorami apprezzabili dalle principali percorrenze e rispetto ai punti di osservazione più significativi.
3. La Giunta Comunale approva i piani attuativi sulla scorta di un percorso amministrativo che tenga conto delle indicazioni e delle prescrizioni fornite dall’Ente preposto alla tutela dei vincoli storico-culturali e paesaggistici e dei pareri dei Servizi interni all’Amministrazione con specifiche competenze in materia, sentite, altresì, le Associazioni Imprenditoriali di categoria maggiormente rappresentative.
4. Il piano attuativo è altresì obbligatorio ogni qualvolta l’Amministrazione provveda alla
realizzazione di un intervento di riqualificazione dell’intero spazio pubblico dell’ambito. In tal caso il piano è predisposto dall’Amministrazione Comunale senza necessità di acquisire l’assenso degli operatori.

5. Nelle more dell’approvazione dei piani attuativi, nell’Area A sono, comunque, consentite occupazioni di suolo con dehors di tipo A e B (con ombrellone esclusivamente a sostegno centrale), nel rispetto della presente disciplina.”

Se ne deduce che, secondo quanto stabilito dal Consiglio Comunale, una volta individuati entro il 10.6.2015, dopo aver sentito il Soprintendente, gli ambiti, la competenza per l’approvazione dei piani attuativi rimaneva alla sola Giunta Comunale e gli stessi potevano essere sottoposti alla Giunta o dagli Uffici o da privati: la Soprintendenza come le Associazioni Imprenditoriali di categoria dovevano essere solo sentite!

L’Assessore Piscopo entro il 10 giugno 2015 ha individuato gli ambiti?

Gli ambiti coincidono con gli ambiti urbanistici della Variante Generale?

Se non coincidono, ci sono altri “ambiti” nel nostro Piano regolatore? Esiste una variante urbanistica? E, soprattutto, i privati, che potevano presentare il loro progetto d’ambito, sono venuti a conoscenza degli ambiti nei quali potevano esercitare tale facoltà, con le forme di pubblicità previste a norma di legge?

Dal sito istituzionale del Comune di Napoli non è dato apprendere niente di tutto ciò e, quindi, non è dato conoscere se esistono progetti d’ambito approvati né chi li abbia presentati né i percorsi amministrativi seguiti né se siano stati rispettate:

  • le leggi dell’ordinamento giuridico italiano
  • le leggi regionali
  • i criteri e le norme collegate alla tutela del SITO riconosciuto dall’Unesco come patrimonio dell’Umanità
  • le prescrizioni fornite dall’Ente preposto alla tutela dei vincoli che dovrebbero essere state rese note ai privati e alle Associazioni Imprenditoriali di categoria maggiormente rappresentative, con le adeguate e ordinarie forme previste per le scelte urbanistiche, per consentire agli stessi di presentare i Piani di iniziativa privata.

Dopo il 10 giugno 2015 attraverso incontri con i vertici di Palazzo san Giacomo preceduti o seguiti da note scritte, ho tentato di comprendere quali fossero le azioni messe in campo dall’Urbanistica ottenendo le seguenti risposte:

1) dal Direttore Generale Attilio Auricchio che il tema non era di interesse dell’Amministrazione Comunale, ma della sola Soprintendenza.
2) dall’Assessore all’Urbanistica Piscopo che il tema non lo riguardava, essendo di stretta competenza della DIRIGENZA del Comune di Napoli.

La questione degli ambiti dal punto di vista giuridico rimane, quindi, a tutt’oggi irrisolta e pare sia stata demandata a Panini, che avrebbe stipulato una intesa con la Soprintendenza.

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Il primo approfondimento da fare è quello di comprendere se Garella e Panini conoscono l’oggetto della tutela e i criteri da seguire per pervenire a questa tutela, nella misura in cui l’oggetto non è un singolo edifico o monumento e i criteri da seguire per la tutela sono contenuti in atti di cui sembra che Panini ignori l’esistenza.

Ora dispiace dover sempre prendersela con Panini e richiamare Piscopo ai propri doveri istituzionali, ma certo le eventuali Intese con la Soprintendenza, per gli aspetti non SOTTRATTI per legge dai poteri della stessa, vanno assunte tra la Soprintendenza stessa e gli Uffici preposti alla tutela paesaggio e dei beni culturali, non certamente da Uffici assolutamente incompetenti in materia, quali tutti quelli legati alla dottoressa Paola Sparano e l’Avvocatura Municipale.

Dopo il 10 giugno 2015 la stampa cittadina ha continuato ad interessarsi della vicenda ma sempre senza riuscire ad apprendere niente di definito.

I Consiglieri Comunali hanno continuato e continuano ad invocare misure repressive e punitive a carico degli esercenti senza, peraltro, chiedersi cosa loro stessi avrebbero voluto che avvenisse e controllare l’operato della Giunta Municipale tra il giugno del 2015 e il 2017!

Gli operatori hanno continuato ad istallare, in un modo o nell’altro, tutto ciò che volevano!

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Le entrate da occupazione di suolo pubblico in bilancio comunale sono vorticosamente diminuite, sebbene on the road si apprende che i costi per gli esercenti risultano aumentati.

Un dato è certo. Il 5 comma dell’articolo 5 del Regolamento di Panini va inteso così:

Nelle more dell’approvazione dei piani attuativi dovranno essere consentite tutte le occupazioni realizzate con installazioni esterne poste a corredo di attività economiche quali esercizi di somministrazione di alimenti e bevande, attività commerciali, turistico-ricettive, sportive o del tempo libero, costituite da elementi facilmente amovibili quali tende, pedane, paratie laterali frangivento, manufatti ornamentali, elementi ombreggianti o altre strutture leggere di copertura, e prive di parti in muratura o strutture stabilmente ancorate al suolo senza alcun parere della Soprintendenza.

Ed intanto Panini e i suoi Uffici faranno gli ambiti! Ma cosa sono??????????????????

IAV

Tende, pedane, paratie laterali frangivento, manufatti ornamentali, elementi ombreggianti o altre strutture leggere di copertura, e prive di parti in muratura o strutture stabilmente ancorate al suolo devono essere autorizzate per l’estate 2017.

vignetta fatalismoL’Architetto Giancarlo Graziani scrive su Fb :

Oggi sarebbe stato sottoscritto il protocollo d’intesa tra Comune e Soprintendenza per semplificare il rilascio in via transitoria delle occupazione di suolo pubblico, valevoli solo fino al 31.10.17, nelle more il comune dovrà predisporre tutti i piani d’ambito delle zone individuate con la vecchia delibera di giunta n. 911/2015. Purtroppo quanto esplicitamente riportato dal recente DPR 31/17 non vale per le aree interne alla cosiddetta zona UNESCO dove per la Soprintendenza vige un valore culturale da preservare! 
Chi vivrà vedrà …

E no, Architetto! Non le è consentito!

Una frase così la può dire  chi non conosce la normativa ed è francamente disinteressata alle sorti dei dehor.pecore2

La possono dire gli esercenti del pubblici esercizi cui, forse, non conviene intraprendere l’ennesima lotta.

fatalismo napoletano

La possono dire gli impiegati comunali senza qualifica dirigenziale che devono solo curare di ricevere per iscritto  dai loro Dirigenti direttive contra legem.

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Ma non possono dirla i Dirigenti, (quelli veri, ovviamente, non quelli che hanno accettato di svolgere, in cambio di lauti guadagni, lo scomodo ruolo di prestanome) perchè loro sono tenuti a rispettare la legge.

Non possono dirlo gli intellettuali napoletani, tecnici, giuristi e cultori dei centri storici e delle città, se non rinnegando se stessi e la propria cultura, convalidando con ciò l’idea che i napoletani sarebbero affetti da un “fatalismo plebeo e sanfedista che ancor oggi impedisce loro di essere un popolo” e smentendo grandi tradizioni culturali e giuridiche che, invece, senza alcun dubbio, i Napoletani hanno!

Il legislatore, proprio perché sul testo sono intervenuti consessi autorevoli che si sono anche accuratamente documentati e sono intervenuti con la piena consapevolezza di dover “costringere” la “burocrazia” ad attenersi, ha stabilito:

Art. 14

Prevalenza del regolamento di delegificazione e rapporti con gli strumenti di pianificazione

1. L’esclusione dell’autorizzazione paesaggistica per gli interventi di cui all’Allegato «A» prevale su eventuali disposizioni contrastanti, quanto al regime abilitativo degli interventi, contenute nei piani paesaggistici o negli strumenti di pianificazione ad essi adeguati. Sono fatte salve le specifiche prescrizioni d’uso dei beni paesaggistici dettate ai sensi degli articoli 140, 141 e 143, comma 1, lettere b), c) e d), del Codice.

I cittadini napoletani DEVONO SAPERE che la Soprintendenza NON PUO’ PIU’ essere utilizzata come alibi e copertura e, quindi il Comune, dovrà evadere le richieste di occupazione suolo già depositate e “sospese” con le più svariate motivazioni ( di norma verbali e giornalistiche) nei termini di legge.

In caso contrario siamo all’omissione di atti d’ufficio.

Certo il Comune può inviare il rigetto delle istanze motivando, ma non può far discendere le successive difficoltà, i rigetti, i ritardi da presunte richieste di Garella e dei suoi funzionari.

Tra l’altro va anche detto che il Centro Storico Patrimonio dell’Unesco , delimitato da anni ed anni, ha anche già avuto la propria disciplina e, quindi, le istanze proposte dai privati andranno senz’altro esaminate alla luce dei principi fissati nel Programma elaborato e proposto dal Mibact, dal Comune di Napoli e dalla Regione Campania.

Si tratta di un Programma molto complesso che viene gestito dalla Direzione Centrale Pianificazione e Gestione del Territorio- Sito Unesco e che è del tutto sconosciuto a Panini e a tutti i suoi Uffici: gli stessi, pertanto, in caso di dubbi, potrebbero avvalersi di un parere degli Uffici della citata Direzione Centrale, ma NON POSSONO avvalersi né, tanto meno, attenersi ai Pareri della Soprintendenza.

Certamente NON POSSONO sospendere le istanze in attesa di una disciplina di Ambiti che, ove mai dovesse subentrare, e se ne dubita, non potrebbe avere ad oggetto gli interventi ESCLUSI dalla valutazione della Soprintendenza.

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Persa definitivamente ogni speranza di riordino, normalità, decoro per i tavolini e le sedie di bar e ristoranti: la speranza è durata solo 4 giorni. Vigili urbani, Uffici e giornalisti possono iniziare nuovamente la filastrocca primaverile!

Autorizzazione-paesaggistica-semplificata-2-843x321IL 6 APRILE 2017 E’ ENTRATA IN VIGORE LA SEMPLIFICAZIONE PAESAGGISTICA.

IL 10 APRILE PANINI E GARELLA HANNO FIRMATO UN PROTOCOLLO PER IMPEDIRE L’APPLICAZIONE DELLA LEGGE A NAPOLI E CONTINUARE L’ORDINARIA ATTIVITA’ SUI RISTORANTI E I BAR.

RIUSCIRANNO GLI INTERESSATI A

FERMARE

ENRICO PANINI , LUCIANO GARELLA, CATERINA CEDRANGOLO & CO.

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items_storia_mLa Soprintendenza è ESCLUSA IN MANIERA DEFINITIVA E IRREVERSIBILE DA

A.17. installazioni esterne poste a corredo di attività economiche quali esercizi di somministrazione di alimenti e bevande, attività commerciali, turistico-ricettive, sportive o del tempo libero, costituite da elementi facilmente amovibili quali tende, pedane, paratie laterali frangivento, manufatti ornamentali, elementi ombreggianti o altre strutture leggere di copertura, e prive di parti in muratura o strutture stabilmente ancorate al suolo;

Forse era meglio pensarci prima ed organizzare Tavoli tecnici per seguire l’evoluzione della tutela paesaggistica, ambientale e culturale che si stava determinando in Italia.

Ma forse era troppo sperare in questa consapevolezza.

In ogni caso da giovedì scorso la Polizia Amministrativa E’ TENUTA PER LEGGE A riscontrare le richieste di occupazione suolo alla luce della sopravvenuta normativa e non può più avvalersi dell’alibi della Soprintendenza.

E, quindi, da oggi devono cessare le grandi manovre e si deve mettere mano all’immediata revisione di regolamenti e delibere difformi dalla nuova normativa.

Al fine di evitare che si dia l’avvio alle richieste di parere all’Avvocatura Municipale che, tra l’altro, non sempre conosce la normativa in vigore, e certamente non conosce quella relativa alla tutela ambientale e paesaggistica, o, peggio, a tavoli tecnici con esperti/e della Soprintendenza dagli incerti confini, si precisa che parliamo di :

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 13 febbraio 2017, n. 31 Regolamento recante individuazione degli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzatoria semplificata. (17G00042)

(GU n.68 del 22-3-2017)

Vigente al: 6-4-2017

si precisa ancora che ai sensi dell’art. 13 nel territorio del Comune di Napoli la normativa trova immediatamente applicazione:

Art. 13

Efficacia immediata delle disposizioni in tema di autorizzazioni semplificate

1. Ai sensi dell’articolo 131, comma 3, del Codice le disposizioni del presente decreto trovano immediata applicazione nelle regioni a statuto ordinario.

E si precisa ancora che , ai sensi del 3° comma

  1. L’esonero dall’obbligo di autorizzazione delle categorie di opere e di interventi di cui all’Allegato «A» si applica immediatamente in tutto il territorio nazionale,…..

Non si ritiene necessario fornire altri elementi in quanto, la normativa ha pienamente e completamente recepito tutte le interpretazioni che, per un decennio, ho trasmesso a Francesco Rutelli, Lorenzo Ornaghi, Massimo Bray, Dario Franceschini e che sono ben note all’interno del Comune di Napoli.

Inoltre va chiarito che l’iter della normativa entrata in vigore il 6 aprile ha avuto inizio con una deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 15 giugno 2016;

Sul testo è stata acquisita l’intesa della Conferenza unificata e ha espresso un proprio parere Il Consiglio di Stato nella Sezione consultiva per gli atti normativi, nell’adunanza del 30 agosto 2016;

Successivamente sono stati acquisiti i pareri delle competenti Commissioni parlamentari della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica e finalmente, è stato adottato il testo definitivo con la deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 20 gennaio 2017.

E dopo tutto questo lavoro per ritornare alla normalità………Panini e Garella hanno firmato oggi un Protocollo d’Intesa per sottoporre alla Soprintendenza tutto quello che era stato liberalizzato. Mentre monumenti e beni culturali…….. continuano ad essere abbandonati!

Ittico dormitorio

IAV