Le case popolari e i Morosi. Semplici programmi della Giunta de Magistris

eccezionale veramente

Tendenzialmente mi rifiuto di credere che Luigi Roano o gli Assessori che lui intervista  siano convinti che le lettere “in giro per Napoli” abbiano come destinatari gli occupanti abusivi e morosi di case popolari.

4000 lettere ai morosi

Tendenzialmente  mi sono andata convincendo che questa finta confusione sia voluta e tendente a nascondere i veri intendimenti  di tutela assoluta degli occupanti abusivi morosi  delle “case popolari” napoletane, per colpire, invece, i presunti  costruttori di case abusive in attesa di condono che NON VIVONO IN CASE POPOLARI, ma in case PROPRIE (da condonare o da abbattere, o da acquisire per uso pubblico………………………lo si dovrebbe sapere ormai da almeno venti anni….ma ancora non si sa!)

Ma  UNA COSA certamente SI SA:  NON SONO LE CASE POPOLARI!

Si, è vero, nei primi anni novanta, prima del condono del 1994 e di quello del 2003, nel clima politico di trenta anni fa,  consegnai all’Assessore all’Urbanistica una lunga Relazione (registrata e datata)  nella quale sostenevo che, piuttosto che abbattere le case, sarebbe stato opportuno trasformarle in “case popolari” e assegnarle agli abitanti (sia che ne fossero i costruttori  sia che fossero inquilini di “palazzinari”) ……………… ma subito provvidero a  trasferirmi d’ufficio, perché intorno al condono già in quegli anni………!!!!!

Dopo trent’anni pare che de Luca voglia intraprendere una  tal strada, ma…………………è solo per la difficoltà di abbattere …o sanare tout court: non ha dietro una riflessione sulla trasformazione di un patrimonio edilizio abusivo, con caratteristiche di precarietà e scarsissima qualità edilizia, di sicurezza e di sostenibilità ambientale, con necessità di una corretta ed accurata programmazione di intervento urbanistico  in patrimonio pubblico!

Ma forse, veramente,  in questi trent’anni, a furia di usare  terminologie come ERP (Edilizia residenziale Pubblica) o, di recente Social Housing, hanno dimenticato cosa siano state, siano e dovrebbero essere, le case popolari?

Di case popolari si parla alle soglie del Novecento quando la legge Luzzati del 1903  istituì l’edilizia economica e popolare e nacquero i primi Istituti per le case popolari: si trattava di alloggi  piuttosto simili alle case del libero mercato esistenti, talvolta anche meglio progettate, in cui si creavano spazi per le funzioni abitative e soprattutto si realizzava un bagno in un ambiente autonomo in ogni alloggio,

Venivano realizzati con i soldi dei Comuni.

Dopo la I guerra mondiale  per l’inurbamento di grandi masse di lavoratori e il rallentamento della produzione edilizia privata lo Stato fu costretto ad intervenire  frenando la crescita dei canoni di locazione, assegnando premi e incentivi ai costruttori, ma anche potenziando, durante il fascismo, Istituti come l’INCIS che realizzava alloggi per gli statali e gli ICP che realizzavano alloggi popolari:

La terza fase, nel secondo dopoguerra, è caratterizzata dal piano Fanfani e dall’INA CASA e soprattutto dalla previsione urbanistica di zone della città destinate esclusivamente all’Edilizia Economica e Popolare e procede fino alle leggi 457/78 Piano decennale per la casa, nella realizzazione di case popolari, propriamente dette,   sovvenzionate in toto dallo Stato ed assegnate in uso, case “agevolate” delle cooperative edilizie, realizzate con il contributo dello Stato e case convenzionate, sostanzialmente private con prezzi calmierati e, quindi, agevolate nella realizzazione.

Dopo il ’68 la questione casa, comunque,  era diventata un problema politico e soprattutto si iniziava a rifiutare la “ghettizzazione”  dei ceti meno abbienti in quartieri destinati solo ad essi, si  contestava l’assenza di servizi ed infrastrutture, si tentava una programmazione urbanistica  meno per  zoning,  integrando su un medesimo territorio più funzioni diverse di “città”.

Mentre le case degli statali, delle cooperative e variamente incentivate  molto presto  diventarono di proprietà ” privata”, le case popolari sovvenzionate  per decenni sono state  considerate necessariamente  pubbliche e necessariamente a carico degli enti pubblici.

Quando si inizia a “cederle” agli occupanti , a consentirne il “riscatto” , lo si fa consapevolmente creando agli assegnatari un grave danno: già realizzate con criteri, progetti e materiali di  dubbia qualità, infatti, le case popolari  hanno necessità di manutenzione, sostegno,  interventi, in taluni casi, di demolizione e ricostruzione mentre gli enti pubblici e gli Istituti preposti, liberandosene a prezzi bassissimi, illudono il popolo di essere diventato “proprietario” liberandosi di tutti i problemi di manutenzione, sicurezza, certo non ripagati dalle incerte e inconsistenti “rendite”  dei “fitti” dovuti dagli assegnatari!

Negli anni settanta la rivendicazione della casa come servizio sociale portava ad intervenire con decisione anche sulla manutenzione e la qualità, portava a rivendicare requisiti qualitativi di progettazione e realizzazione, portava a contestare , sulla base di una impostazione egualitaria, che il prodotto casa venisse differenziato qualitativamente in base ai livelli di reddito, realizzando  case meno alte all’interno e con le finestre più piccole secondo standard qualitativi bassi, negli anni settanta-ottanta la visione della casa come patrimonio edilizio pubblico  e come servizio sociale, portava  a rivendicare l’agganciamento del canone di fitto alle possibilità di pagamento dell’utente, portava a lottare contro la creazione di una serie di ghetti  rigidamente distinti a seconda del livello di reddito, portava i migliori professionisti a progettare interventi pubblici di qualità.

Non è un caso che queste lotte per la casa siano state connesse alle lotte operaie e studentesche e siano state portate avanti dagli sfrattati, dai senza tetto, dagli abitanti dei quartieri popolari più degradati. E non è un caso che  il potere politico abbia tentato di affidare all’esterno la gestione della manutenzione delle case e della percezione dei fitti, per creare un filtro ed evitare il rapporto diretto con gli utenti, abbia tentato di delegare agli Istituti  specifici  la materia (IACP), abbia proseguito nel progettare e realizzare con livelli qualitativi bassi le “case popolari”, abbia trascurato la cura delle graduatorie e dei bandi, evitato gli alloggi parcheggio, tollerato di fatto le occupazioni abusive.

Ma, nonostante tutte le disfunzionalità e le contraddizioni  fin dal primo novecento, durante il fascismo, nel programma di Fanfani e quasi  fino ad oggi, nessun politico ha visto le case popolari come fonte di “reddito” di attivi in bilancio, di entrate per  il bilancio del Comune!

Per oltre un secolo le case popolari sono state un costo, un pesante costo per gli enti pubblici che  con vari Piani straordinari,  con la legge per la casa del 1971, con i bienni della legge 457/78 e  con gli Accordi di programma per gli interventi di Edilizia residenziale pubblica stipulati da Bassolino e Vezio de Lucia nell’agosto del 1995 …. hanno sempre considerato una spesa giusta e necessaria tutti gli interventi di realizzazione, acquisizione e manutenzione del patrimonio residenziale pubblico.

  E non è un caso che Giuliano Pisapia abbia voluto caratterizzare la sua presenza  a Milano attraverso  un intervento deciso e serio  teso a certificare l’addio ad Aler e a gestire con la sua società partecipata Metropolitana Milanese le 28.791 case popolari che possiede, per , ha espressamente dichiarato, “porre fine a una situazione che non è degna di un Paese civile e della nostra città”.

Ed all’inizio anche il Sindaco di Napoli ha eliminato  la gestione di Romeo ed ha dichiarato che il patrimonio immobiliare pubblico, incluso e per prime, le case popolari, sarebbero state gestite da una società totalmente pubblica, la Napoli Servizi.

Peccato che  questa Società ha avuto ben altri compiti e intenti, gestisce servizi che non sono pubblici, come le affissioni, gestisce i condoni,  i canoni pubblicitari, i rilasci degli impianti pubblicitari, i Monumenti, gli interventi di manutenzione sul Castel dell’Ovo, lettere ai cittadini per assicurare entrate di bilancio, le pulizie degli Uffici, pulizie delle strade, manutenzione di guasti  stradali e dei sottoservizi, musei,  e non si sa più che altro.

E  poi dovrebbe vendere  il patrimonio immobiliare, dovrebbe svolgere la trattativa per alienare l’Albergo dei Poveri, garantire la sicurezza statica degli uffici e rifare le facciate per evitare la caduta di intonaci e murature, garantire la privata e pubblica  incolumità  e non si sa più cosa altro…..considerato che tutto quello che deve essere “gestito” viene affidato alla Napoli Servizi…. mentre, le case popolari, che sono UN SERVIZIO PUBBLICO NON REDDITIZIO, VENGONO CONSIDERATE UNA ZAVORRA……!

E La Repubblica ci informa:

23 febbraio 2017 UN piano top secret. Un’idea concreta descritta in una nota di poche pagine che è sulla scrivania del sindaco da una ventina di giorni. Cedere le case popolari ai legittimi assegnatari a un prezzo “simbolico”. Ossia al di sotto del valore di legge.

Una proposta choc, che però viene incontro a due fattori incontrovertibili: quegli alloggi non si riescono a vendere e costano troppo al Comune in termini di manutenzione. Non solo: la percentuale di morosità raggiunge anche il 50 per cento.

Insomma, una zavorra per le casse di Palazzo San Giacomo.

Ecco allora che assessorato e uffici al Patrimonio guidati da Ciro Borriello hanno riassunto la situazione al sindaco in un report dettagliato con cifre e dati. Il finale non lascia dubbi: “Troviamo una formula giuridica e amministrativa per riconoscere ai meno abbienti la possibilità di avere una casa”.

Stamane il sindaco incontra a Palazzo San Giacomo il vice-ministro alle Infrastrutture Riccardo Nencini per proseguire i lavori del tavolo tecnico sull’edilizia residenziale pubblica. E il piatto forte è stato proprio la proposta elaborata in questi mesi dal Comune.

“Non possiamo regalarle a costo zero, ma stiamo studiando una forma agevolata di acquisto”, spiega una fonte interna che partecipa all’elaborazione del piano. “Case che costano sui 30 mila euro – continua – potremmo cederle, per esempio, a un prezzo di 3 mila euro.”

Considerate le condizioni del patrimonio edilizio napoletano dell’alta borghesia e del ceto medio nonché il tasso di evasione degli assegnatari, si può solo ritenere che de Magistris, visti i tempi e i costi dell’abbattimento delle Vele, si sia orientato per favorire  il crollo spontaneo unico esito possibile dell’estraniazione del Comune!

E il primo tentativo era già adombrato nella delibera di Piscopo che doveva risolvere, disciplinando una trentina di immobili abusivi (????) tutta la problematica dell’abusivismo edilizio napoletano con un Piano innovativo  cui la politica e gli uffici stavano lavorando da anni!

In Giunta nel Piano innovativo  alcune delle case che non si abbattono venivano acquisite per essere riconsegnate a Domenico Allocca e “vendute”  ( a 3.000 euro??????)!!!!!!!

In Consiglio Comunale l’innovativo Piano non viene “compreso” e le case da acquisire per rivendere vengono previste in DEMOLIZIONE!!!!! (Piscopo, Panini e gli Uffici probabilmente ancora non l’hanno compreso!!!)

Poco male……..la delibera, nonostante sia stata dichiarata IMMEDIATAMENTE ESECUTIVA  con grande ENFASI dal Presidente, come dire….., SANDRO FUCITO, è totalmente dimenticata: l’unico interesse è  spedire lettere con richieste di SOLDI!

I cittadini che da decenni lottano, da decenni subiscono ogni tanto una demolizione (la circostanza che siano poche decine a fronte delle migliaia e migliaia  teoricamente necessarie, non elimina in alcun modo la loro drammaticità per gli interessati diretti e per la Comunità TUTTA  che “trema” non solo per solidarietà) da decenni attendono il condono, da decenni corrispondono oblazioni, oneri di urbanizzazione, sanzioni pecuniarie di ogni genere, IMU, TARSU, imposte e parcelle professionali che, nel totale, avrebbero consentito  la trasformazione urbanistica di interi quartieri a carico dei privati, vengono da Roano definiti “cittadini che non pagano il fitto da dieci anni”!

Ma certo Roano  crede di parlare delle “case popolari” e non intende documentarsi in proposito!

Ancor più pericolosi  potrebbero essere Cecere ed altri consiglieri da lui citati, che pensano che questi fitti di 10 anni siano DOVUTI e vadano solo chiesti educatamente: incaricando la Napoli Servizi  di istituire Sportelli per convincere i cittadini a subire l’ennesima truffa, senza chiedere neanche che il “ricavato” venga destinato ai quartieri  per realizzare urbanizzazioni e messa in sicurezza, senza chiedere che le case siano rese agibili ed abbiano il verde, le scuole, gli spazi, le strade, le fogne, l’acqua e i servizi pubblici essenziali, senza chiedere per questi presunti cittadini che non pagano il fitto da 10 anni, quello che a Scampia viene chiesto per gli occupanti abusivi delle Vele!

Cecere, di DemA, convinto che questo NON possa essere l’indirizzo di un Sindaco e di una Giunta che si ritengono più a sinistra di Pisapia, pensa che le colpe debbano ricadere sui dirigenti e chiede:  è diventata condizione necessaria, indispensabile e non più rinviabile, la rimozione di quegli attori che, all’interno della macchina comunale, si rifiutano di riconoscere il ruolo e la funzione del Consiglio Comunale, negandone l’agibilità ed impedendo all’amministrazione di avere il controllo dell’indirizzo politico.”

Ma Panini risponde a Roano: “Mi sento e mi vivo come un Assessore pari ai suoi colleghi, ma con la fortuna di avere collaboratori e  dirigenti eccezionali

E, quindi, significa che risponde esattamente all’indirizzo politico di Panini NON avere neanche una vaga idea sui dehors, NON avere il piano delle edicole, NON avere il Piano dei Chioschi, NON avere UN PIANO DI RIMOZIONE DELL’ABUSIVISMO PUBBLICITARIO, NON AVERE UN Piano generale degli Impianti Pubblicitari, NON avere il SIAD (obbligo di LEGGE!?!?), cioè il Piano per il commercio, NON avere un piano per mercati e ambulantato, NON avere il progetto di gestione dell’area Unesco, NON avere un piano per l’artigianato  né tantomeno quello delle attività recettive o quello della rete di distribuzione carburanti…………… in modo da poter poi colpire chi si vuole, agevolare gli “amici”, consentire giri di denaro, distruggere il tessuto economico e sociale della città, poter distinguere fra abusivisti edilizi meritevoli di “5 stelle” e famiglie da distruggere!

E udite , udite, questi eccezionali collaboratori e dirigenti, non essendo capaci di fare i piani che da anni simulano di aver approvato…..   hanno trovato il sistema per scaricare sulla Camera di Commercio l’erogazione di altri fondi pubblici per coinvolgere progettisti, giovani borsisti,  altri amici……..demandando all’esterno la pianificazione……….  Ed intanto,  NORMATIVE TRANSITORIE MADE IN NAPLES!

Eccezzzionali veramente…….!!!!!!!!!

Ida Alessio Vernì

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