Le case popolari e i Morosi. Semplici programmi della Giunta de Magistris

eccezionale veramente

Tendenzialmente mi rifiuto di credere che Luigi Roano o gli Assessori che lui intervista  siano convinti che le lettere “in giro per Napoli” abbiano come destinatari gli occupanti abusivi e morosi di case popolari.

4000 lettere ai morosi

Tendenzialmente  mi sono andata convincendo che questa finta confusione sia voluta e tendente a nascondere i veri intendimenti  di tutela assoluta degli occupanti abusivi morosi  delle “case popolari” napoletane, per colpire, invece, i presunti  costruttori di case abusive in attesa di condono che NON VIVONO IN CASE POPOLARI, ma in case PROPRIE (da condonare o da abbattere, o da acquisire per uso pubblico………………………lo si dovrebbe sapere ormai da almeno venti anni….ma ancora non si sa!)

Ma  UNA COSA certamente SI SA:  NON SONO LE CASE POPOLARI!

Si, è vero, nei primi anni novanta, prima del condono del 1994 e di quello del 2003, nel clima politico di trenta anni fa,  consegnai all’Assessore all’Urbanistica una lunga Relazione (registrata e datata)  nella quale sostenevo che, piuttosto che abbattere le case, sarebbe stato opportuno trasformarle in “case popolari” e assegnarle agli abitanti (sia che ne fossero i costruttori  sia che fossero inquilini di “palazzinari”) ……………… ma subito provvidero a  trasferirmi d’ufficio, perché intorno al condono già in quegli anni………!!!!!

Dopo trent’anni pare che de Luca voglia intraprendere una  tal strada, ma…………………è solo per la difficoltà di abbattere …o sanare tout court: non ha dietro una riflessione sulla trasformazione di un patrimonio edilizio abusivo, con caratteristiche di precarietà e scarsissima qualità edilizia, di sicurezza e di sostenibilità ambientale, con necessità di una corretta ed accurata programmazione di intervento urbanistico  in patrimonio pubblico!

Ma forse, veramente,  in questi trent’anni, a furia di usare  terminologie come ERP (Edilizia residenziale Pubblica) o, di recente Social Housing, hanno dimenticato cosa siano state, siano e dovrebbero essere, le case popolari?

Di case popolari si parla alle soglie del Novecento quando la legge Luzzati del 1903  istituì l’edilizia economica e popolare e nacquero i primi Istituti per le case popolari: si trattava di alloggi  piuttosto simili alle case del libero mercato esistenti, talvolta anche meglio progettate, in cui si creavano spazi per le funzioni abitative e soprattutto si realizzava un bagno in un ambiente autonomo in ogni alloggio,

Venivano realizzati con i soldi dei Comuni.

Dopo la I guerra mondiale  per l’inurbamento di grandi masse di lavoratori e il rallentamento della produzione edilizia privata lo Stato fu costretto ad intervenire  frenando la crescita dei canoni di locazione, assegnando premi e incentivi ai costruttori, ma anche potenziando, durante il fascismo, Istituti come l’INCIS che realizzava alloggi per gli statali e gli ICP che realizzavano alloggi popolari:

La terza fase, nel secondo dopoguerra, è caratterizzata dal piano Fanfani e dall’INA CASA e soprattutto dalla previsione urbanistica di zone della città destinate esclusivamente all’Edilizia Economica e Popolare e procede fino alle leggi 457/78 Piano decennale per la casa, nella realizzazione di case popolari, propriamente dette,   sovvenzionate in toto dallo Stato ed assegnate in uso, case “agevolate” delle cooperative edilizie, realizzate con il contributo dello Stato e case convenzionate, sostanzialmente private con prezzi calmierati e, quindi, agevolate nella realizzazione.

Dopo il ’68 la questione casa, comunque,  era diventata un problema politico e soprattutto si iniziava a rifiutare la “ghettizzazione”  dei ceti meno abbienti in quartieri destinati solo ad essi, si  contestava l’assenza di servizi ed infrastrutture, si tentava una programmazione urbanistica  meno per  zoning,  integrando su un medesimo territorio più funzioni diverse di “città”.

Mentre le case degli statali, delle cooperative e variamente incentivate  molto presto  diventarono di proprietà ” privata”, le case popolari sovvenzionate  per decenni sono state  considerate necessariamente  pubbliche e necessariamente a carico degli enti pubblici.

Quando si inizia a “cederle” agli occupanti , a consentirne il “riscatto” , lo si fa consapevolmente creando agli assegnatari un grave danno: già realizzate con criteri, progetti e materiali di  dubbia qualità, infatti, le case popolari  hanno necessità di manutenzione, sostegno,  interventi, in taluni casi, di demolizione e ricostruzione mentre gli enti pubblici e gli Istituti preposti, liberandosene a prezzi bassissimi, illudono il popolo di essere diventato “proprietario” liberandosi di tutti i problemi di manutenzione, sicurezza, certo non ripagati dalle incerte e inconsistenti “rendite”  dei “fitti” dovuti dagli assegnatari!

Negli anni settanta la rivendicazione della casa come servizio sociale portava ad intervenire con decisione anche sulla manutenzione e la qualità, portava a rivendicare requisiti qualitativi di progettazione e realizzazione, portava a contestare , sulla base di una impostazione egualitaria, che il prodotto casa venisse differenziato qualitativamente in base ai livelli di reddito, realizzando  case meno alte all’interno e con le finestre più piccole secondo standard qualitativi bassi, negli anni settanta-ottanta la visione della casa come patrimonio edilizio pubblico  e come servizio sociale, portava  a rivendicare l’agganciamento del canone di fitto alle possibilità di pagamento dell’utente, portava a lottare contro la creazione di una serie di ghetti  rigidamente distinti a seconda del livello di reddito, portava i migliori professionisti a progettare interventi pubblici di qualità.

Non è un caso che queste lotte per la casa siano state connesse alle lotte operaie e studentesche e siano state portate avanti dagli sfrattati, dai senza tetto, dagli abitanti dei quartieri popolari più degradati. E non è un caso che  il potere politico abbia tentato di affidare all’esterno la gestione della manutenzione delle case e della percezione dei fitti, per creare un filtro ed evitare il rapporto diretto con gli utenti, abbia tentato di delegare agli Istituti  specifici  la materia (IACP), abbia proseguito nel progettare e realizzare con livelli qualitativi bassi le “case popolari”, abbia trascurato la cura delle graduatorie e dei bandi, evitato gli alloggi parcheggio, tollerato di fatto le occupazioni abusive.

Ma, nonostante tutte le disfunzionalità e le contraddizioni  fin dal primo novecento, durante il fascismo, nel programma di Fanfani e quasi  fino ad oggi, nessun politico ha visto le case popolari come fonte di “reddito” di attivi in bilancio, di entrate per  il bilancio del Comune!

Per oltre un secolo le case popolari sono state un costo, un pesante costo per gli enti pubblici che  con vari Piani straordinari,  con la legge per la casa del 1971, con i bienni della legge 457/78 e  con gli Accordi di programma per gli interventi di Edilizia residenziale pubblica stipulati da Bassolino e Vezio de Lucia nell’agosto del 1995 …. hanno sempre considerato una spesa giusta e necessaria tutti gli interventi di realizzazione, acquisizione e manutenzione del patrimonio residenziale pubblico.

  E non è un caso che Giuliano Pisapia abbia voluto caratterizzare la sua presenza  a Milano attraverso  un intervento deciso e serio  teso a certificare l’addio ad Aler e a gestire con la sua società partecipata Metropolitana Milanese le 28.791 case popolari che possiede, per , ha espressamente dichiarato, “porre fine a una situazione che non è degna di un Paese civile e della nostra città”.

Ed all’inizio anche il Sindaco di Napoli ha eliminato  la gestione di Romeo ed ha dichiarato che il patrimonio immobiliare pubblico, incluso e per prime, le case popolari, sarebbero state gestite da una società totalmente pubblica, la Napoli Servizi.

Peccato che  questa Società ha avuto ben altri compiti e intenti, gestisce servizi che non sono pubblici, come le affissioni, gestisce i condoni,  i canoni pubblicitari, i rilasci degli impianti pubblicitari, i Monumenti, gli interventi di manutenzione sul Castel dell’Ovo, lettere ai cittadini per assicurare entrate di bilancio, le pulizie degli Uffici, pulizie delle strade, manutenzione di guasti  stradali e dei sottoservizi, musei,  e non si sa più che altro.

E  poi dovrebbe vendere  il patrimonio immobiliare, dovrebbe svolgere la trattativa per alienare l’Albergo dei Poveri, garantire la sicurezza statica degli uffici e rifare le facciate per evitare la caduta di intonaci e murature, garantire la privata e pubblica  incolumità  e non si sa più cosa altro…..considerato che tutto quello che deve essere “gestito” viene affidato alla Napoli Servizi…. mentre, le case popolari, che sono UN SERVIZIO PUBBLICO NON REDDITIZIO, VENGONO CONSIDERATE UNA ZAVORRA……!

E La Repubblica ci informa:

23 febbraio 2017 UN piano top secret. Un’idea concreta descritta in una nota di poche pagine che è sulla scrivania del sindaco da una ventina di giorni. Cedere le case popolari ai legittimi assegnatari a un prezzo “simbolico”. Ossia al di sotto del valore di legge.

Una proposta choc, che però viene incontro a due fattori incontrovertibili: quegli alloggi non si riescono a vendere e costano troppo al Comune in termini di manutenzione. Non solo: la percentuale di morosità raggiunge anche il 50 per cento.

Insomma, una zavorra per le casse di Palazzo San Giacomo.

Ecco allora che assessorato e uffici al Patrimonio guidati da Ciro Borriello hanno riassunto la situazione al sindaco in un report dettagliato con cifre e dati. Il finale non lascia dubbi: “Troviamo una formula giuridica e amministrativa per riconoscere ai meno abbienti la possibilità di avere una casa”.

Stamane il sindaco incontra a Palazzo San Giacomo il vice-ministro alle Infrastrutture Riccardo Nencini per proseguire i lavori del tavolo tecnico sull’edilizia residenziale pubblica. E il piatto forte è stato proprio la proposta elaborata in questi mesi dal Comune.

“Non possiamo regalarle a costo zero, ma stiamo studiando una forma agevolata di acquisto”, spiega una fonte interna che partecipa all’elaborazione del piano. “Case che costano sui 30 mila euro – continua – potremmo cederle, per esempio, a un prezzo di 3 mila euro.”

Considerate le condizioni del patrimonio edilizio napoletano dell’alta borghesia e del ceto medio nonché il tasso di evasione degli assegnatari, si può solo ritenere che de Magistris, visti i tempi e i costi dell’abbattimento delle Vele, si sia orientato per favorire  il crollo spontaneo unico esito possibile dell’estraniazione del Comune!

E il primo tentativo era già adombrato nella delibera di Piscopo che doveva risolvere, disciplinando una trentina di immobili abusivi (????) tutta la problematica dell’abusivismo edilizio napoletano con un Piano innovativo  cui la politica e gli uffici stavano lavorando da anni!

In Giunta nel Piano innovativo  alcune delle case che non si abbattono venivano acquisite per essere riconsegnate a Domenico Allocca e “vendute”  ( a 3.000 euro??????)!!!!!!!

In Consiglio Comunale l’innovativo Piano non viene “compreso” e le case da acquisire per rivendere vengono previste in DEMOLIZIONE!!!!! (Piscopo, Panini e gli Uffici probabilmente ancora non l’hanno compreso!!!)

Poco male……..la delibera, nonostante sia stata dichiarata IMMEDIATAMENTE ESECUTIVA  con grande ENFASI dal Presidente, come dire….., SANDRO FUCITO, è totalmente dimenticata: l’unico interesse è  spedire lettere con richieste di SOLDI!

I cittadini che da decenni lottano, da decenni subiscono ogni tanto una demolizione (la circostanza che siano poche decine a fronte delle migliaia e migliaia  teoricamente necessarie, non elimina in alcun modo la loro drammaticità per gli interessati diretti e per la Comunità TUTTA  che “trema” non solo per solidarietà) da decenni attendono il condono, da decenni corrispondono oblazioni, oneri di urbanizzazione, sanzioni pecuniarie di ogni genere, IMU, TARSU, imposte e parcelle professionali che, nel totale, avrebbero consentito  la trasformazione urbanistica di interi quartieri a carico dei privati, vengono da Roano definiti “cittadini che non pagano il fitto da dieci anni”!

Ma certo Roano  crede di parlare delle “case popolari” e non intende documentarsi in proposito!

Ancor più pericolosi  potrebbero essere Cecere ed altri consiglieri da lui citati, che pensano che questi fitti di 10 anni siano DOVUTI e vadano solo chiesti educatamente: incaricando la Napoli Servizi  di istituire Sportelli per convincere i cittadini a subire l’ennesima truffa, senza chiedere neanche che il “ricavato” venga destinato ai quartieri  per realizzare urbanizzazioni e messa in sicurezza, senza chiedere che le case siano rese agibili ed abbiano il verde, le scuole, gli spazi, le strade, le fogne, l’acqua e i servizi pubblici essenziali, senza chiedere per questi presunti cittadini che non pagano il fitto da 10 anni, quello che a Scampia viene chiesto per gli occupanti abusivi delle Vele!

Cecere, di DemA, convinto che questo NON possa essere l’indirizzo di un Sindaco e di una Giunta che si ritengono più a sinistra di Pisapia, pensa che le colpe debbano ricadere sui dirigenti e chiede:  è diventata condizione necessaria, indispensabile e non più rinviabile, la rimozione di quegli attori che, all’interno della macchina comunale, si rifiutano di riconoscere il ruolo e la funzione del Consiglio Comunale, negandone l’agibilità ed impedendo all’amministrazione di avere il controllo dell’indirizzo politico.”

Ma Panini risponde a Roano: “Mi sento e mi vivo come un Assessore pari ai suoi colleghi, ma con la fortuna di avere collaboratori e  dirigenti eccezionali

E, quindi, significa che risponde esattamente all’indirizzo politico di Panini NON avere neanche una vaga idea sui dehors, NON avere il piano delle edicole, NON avere il Piano dei Chioschi, NON avere UN PIANO DI RIMOZIONE DELL’ABUSIVISMO PUBBLICITARIO, NON AVERE UN Piano generale degli Impianti Pubblicitari, NON avere il SIAD (obbligo di LEGGE!?!?), cioè il Piano per il commercio, NON avere un piano per mercati e ambulantato, NON avere il progetto di gestione dell’area Unesco, NON avere un piano per l’artigianato  né tantomeno quello delle attività recettive o quello della rete di distribuzione carburanti…………… in modo da poter poi colpire chi si vuole, agevolare gli “amici”, consentire giri di denaro, distruggere il tessuto economico e sociale della città, poter distinguere fra abusivisti edilizi meritevoli di “5 stelle” e famiglie da distruggere!

E udite , udite, questi eccezionali collaboratori e dirigenti, non essendo capaci di fare i piani che da anni simulano di aver approvato…..   hanno trovato il sistema per scaricare sulla Camera di Commercio l’erogazione di altri fondi pubblici per coinvolgere progettisti, giovani borsisti,  altri amici……..demandando all’esterno la pianificazione……….  Ed intanto,  NORMATIVE TRANSITORIE MADE IN NAPLES!

Eccezzzionali veramente…….!!!!!!!!!

Ida Alessio Vernì

Lettera all’avvocato Gaetano Brancaccio

Torre Chiesa e Archivio

 

Egregio Avvocato,

l’astio ed il livore con  cui Le rispondono sui social media la dicono lunga sugli effetti del suo lavoro.

Ma ancor più significativo è il silenzio che accompagna le Sue vittorie: nessuno più chiarisce le sorti di Monumentando, nessuno dice ai cittadini napoletani se e quando le Torri Aragonesi saranno liberate dai drappi funebri, nessuno spiega quanto  viene prelevato dal bilancio comunale per garantire la custodia del Monumento, nessuno chiarisce di chi sia la competenza a concludere e ad adottare provvedimenti in autotutela a seguito delle determinazioni dell’ANAC.

Egregio avvocato, occorre vigilare sugli ulteriori sviluppi per fare in modo che  gli esiti della sua clamorosa VITTORIA non vengano  convertiti in ulteriori danni per i cittadini napoletani.

Credo che  si dovrebbero interpellare ufficialmente la Soprintendenza ed il Comune di Napoli.

Come Lei, e l’immenso numero di Associazioni e Cittadini che si sono uniti alla sua lotta e che temono per le sorti del Centro Storico Unesco, credo che ufficialmente dobbiate chiedere all’Osservatorio Unesco, di recente rinnovato nella sua composizione, conto e ragione del lavoro fin qui svolto.

Tenga conto che  dovrebbero consegnare risultati rispetto a quanto segue:

A breve saranno persi i fondi anche dei nuovi finanziamenti, ed è, quindi, indispensabile intervenire, come si dice in gergo, “con somma urgenza”.

Questo anche alla luce dei primi segnali  di tentativo di “scarica barile”: Garella che  si accolla  le Torri Aragonesi (ma lo aveva fatto sul giornale solo per fornire l’alibi al Comune ed ora non sta  procedendo  con i lavori?), Garella che  rettifica chiarendo che i giallini delle facciate della Galleria Umberto non sono addebitabili al Comune (sic!), Borriello che inizia ad evidenziare che il Comune non  è competente sui Monumenti, i soldi Unesco  dedicati a  rifacimenti stradali, la paventata realizzazione con fondi pubblici destinati alla valorizzazione del Centro Storico di una sorta di gigantesco TOTEM Pubblicitario a LED, quasi certamente difforme dal Codice della strada, dalla tutela culturale e paesaggistica  entro 300 metri dalla battigia su strada classificata come bene culturale, nel decisivo quadrivio Corso Lucci, via Marina, via Volta, dall’uso imprecisato e che, a differenza di N’Albero e del Corno, non sarà istallazione temporanea,  l’invio di Napoli Servizi per delicati interventi sulle facciate di Castel dell’Ovo e la circostanza che  Borriello non dia notizia di una COMUNICAZIONE UFFICIALE con DATA e PROTOCOLLO che imponga alla Soprintendenza ( ove fosse vera la tesi della irresponsabilità del Comune) di inviare  maestranze specializzate per l’immediata verifica della sicurezza delle facciate del Castello! E sono solo alcune delle possibili riflessioni……………………………. cui andrebbero unite considerazioni in ordine al personale effettivamente preposto  a coadiuvare l’Amministrazione e l’Osservatorio nei loro doveri: scelti, intuitu personae, senza che sia chiaro nemmeno all’intuito di chi siamo affidati, tra:

  • tecnici capaci di sgombrare ad horas immobili SENZA neanche effettuare UN Sopralluogo di ricognizione  e revocare lo sgombro ad Horas  SENZA EFFETTUARE NEANCHE UN PICCOLISSIMO INTERVENTO DI SICUREZZA sui medesimi immobili, noncuranti delle sorti di un presunto occupante abusivo sgombrato da un anno  senza dare esecuzione allo sgombro, molti impiegati pubblici e importante e prezioso patrimonio documentale d’archivio
  • direttori, dirigenti e funzionari  che sulla materia giuridico amministrativa, probabilmente, non possono essere interrogati……neanche su un argomento a piacere………….(citazione da un amico!)

 

Ida Alessio Vernì

 

L’agevole Intesa sulle Commissioni urbanistica, del paesaggio e sull’Osservatorio Unesco

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Posso capire che non  tutti hanno raccolto, come ho fatto io,  le dichiarazioni degli Assessori e soprattutto di Piscopo sull’importanza delle Commissioni e dell’Osservatorio, sull’enfasi dei consulti con il Consiglio dell’Ordine e sugli obblighi di “legge” (del 2004) di istituire la Commissione per il paesaggio, che non tutti hanno seguito le peripezie consiliari per “modificare” il Regolamento Edilizio e chiamare con altro nome la Commissione Integrata, posso capire che non tutti sono in possesso di preziose testimonianze   sui criteri, interni ai partiti, interni ai gruppi consiliari, interni alle coalizioni  per le nomine e le “spettanze”  ( la penultima spettanza a Rifondazione Comunista  per individuare il proprio “ esperto in rifiuti”, la successiva  “spetta”  all’avvocato Rinaldi ), posso capire che non tutti sanno che, scaduti i termini per le domande per le manifestazioni di interesse, il consigliere Frezza ( posto garantito in Osservatorio) ha, senza motivare, riaperto i termini per una settimana (sic!) firmando per , come dire….Alessandro Fucito……, e non tutti sanno che  tra i nominati ci sono  nomi pervenuti in secondo turno (del resto Frezza doveva rispettare gli equilibri e le quadre), forse non tutti sanno che non è escluso che su tutte le questioni “nomine”  ci possano essere interventi superiori, ma….. anche non sapendo tutto ciò, TUTTI vedono che organismi DECISIVI per garantire lo sviluppo urbanistico edilizio della città e la manutenzione urbana, organismi decisivi per non far di nuovo perdere centinaia di milioni alla città e garantire il decoro urbano, la giunta de Magistris ha impiegato OLTRE UN ANNO per  le “quadre”  che ai tempi DC PSI si chiamavano  lottizzazioni ……….

Ma allora, con tutto il rispetto per un giornalista che stimo, sembra clamoroso concludere:

Paolo Cuozzo

 

Ida Alessio Vernì

Chalet Ciro ……… senza regole…….mi manda Picone!

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I predecessori di Panini dovrebbero querelarlo per le sue affermazioni false sulla mancanza di regolamentazione delle varie materie: lui ha trovato tutto regolamentato, vorrebbe  MODIFICARE le regole ma, non essendone capaci né lui né gli Uffici di cui si avvale, si limita sempre a tentare di  abrogare le regole esistenti e rimandare a Piscopo l’adozione di nuove regole. Piscopo  e i suoi Uffici sono occupati con le Adozioni e le Assegnazioni………..

E, nel frattempo “…….. mi manda Picone”!

Ed è così che, mentre risulta teoricamente  sancita una stringente legalità per negozianti, ambulanti, lidi balneari, alberghi, attività ricettive, de hors, impianti di carburante,  chioschi, edicole,  richiedendosi requisiti di sicurezza, salubrità, perfetta conformità urbanistico edilizia etc etc, nella realtà non c’è traccia di tutto ciò, non si trova  un permesso a costruire rilasciato per le pedane nel centro storico di pregio, non si trova un certificato di agibilità né una autorizzazione di carattere sismico  né un mercato regolare, né assegnazioni a mezzo bandi, ma invece:

  • Finte discipline transitorie che, di fatto, annullano l’efficacia e la validità di tutti i finti Regolamenti
  • Strutture molto importanti e in vista in pieno centro storico e in aree protette abusive, con domande di condono rigettate o anche con domande di condono da esaminare nelle quali, intervenuto Picone, si prosegue  tranquillamente  una attività economica.  Idem per i casi in cui per pressioni “politiche” si interviene con ordinanze sindacali……
  • Migliaia di situazioni di abusivismo e illegalità  che proliferano  senza interventi degli uffici e senza controlli ufficiali del Corpo di Polizia Municipale
  • Singoli episodi di persecuzione viziati da eccesso di potere per sviamento, disparità di trattamento ,violazione di legge o concretanti abuso d’ufficio!

In questo Blog non ho voglia di scrivere per l’ennesima volta considerazioni intorno alla programmazione di carattere urbanistico delle attività produttive.

Non ho voglia di ripetere  a distanza di 18 anni dall’entrata in vigore della riforma Bersani sul Commercio, considerazioni sul significato, articolato e profondo, della normativa del 1998: i Comuni adeguano i propri strumenti urbanistici alla pianificazione delle attività produttive!

Non ho voglia  di ricordare che il compito di programmazione dei Comuni si concretava  nella necessità di adeguare i propri strumenti urbanistici, individuando le aree da destinare agli insediamenti commerciali ed in cui consentire gli insediamenti di medie e grandi strutture di vendita al dettaglio. Né ho voglia di rammentare che il Comune di Napoli è stato all’avanguardia in Italia nel chiarire, di concerto con il Ministero, che queste “ubicazioni”  non richiedevano  uno zoning  specificamente riservato, ma solo una possibilità di destinazione  anche in  aree con altra vocazione, elaborando, appunto, il concetto stesso di Urbanistica delle opportunità!

Questa modalità di pianificazione degli insediamenti produttivi,  effettuata spalmando le possibilità  su tutto il territorio ha consentito, del resto, di confermare la natura dell’attività commerciale che, per la sua funzione, non consente la localizzazione  esclusivamente in aree separate dai contesti urbani, ma, anzi, ha una vocazione specificamente integrativa con tutte le altre funzioni territoriali ed, in particolare, con la funzione residenziale ed ha consentito di pretendere i requisiti qualitativi  cui doveva puntare il Comune di Napoli:

  • ottenere un grado di attrezzatura interno ai negozi che risponda alla domanda di qualità dei consumatori locali e alla domanda turistica proveniente dall’estero
  • ottenere punti vendita di generi di alta specializzazione
  • ottenere una delocalizzazione verso zone periferiche dei supermercati e dei magazzini di grande dimensione despecializzati
  • consentire la localizzazione di centri commerciali integrati specializzati
  • pretendere insediamenti meno costosi sotto il profilo della mobilità e della congestione (presenza di vaste aree di sosta, raccordi autostradali non costituenti nodi di mobilità, sistemi di accesso idonei a non appesantire la circolazione dei veicoli etc.)

Non ho voglia  di ricordare che, avvalendosi di alte competenze professionali in materia urbanistica, guidate dagli indirizzi di Vezio De Lucia, il Comune di Napoli ha unificato e coordinato il piano degli insediamenti produttivi, commerciali, di commercio su aree pubbliche e all’ingrosso, le edicole, le attività connesse al regolamento di polizia urbana (tipo i dehors), gli impianti di carburante razionalizzati mediante la chiusura di oltre 120 piccole strutture e gli impianti pubblicitari.

E non ho voglia di ricordare  che il tutto è “recepito” nel Piano Urbanistico e costituisce parte integrante del Piano Unesco e del Programma di Gestione della valorizzazione e tutela dell’area considerata Patrimonio dell’Umanità!

Né, tantomeno, ho voglia di rammentare al Comune e a Garella che bisognerebbe  trovare il giusto equilibrio tra la tutela delle attività produttive che si svolgono nel centro storico, lo rendono vivo e danno sviluppo economico e sociale alla città, e la necessità di fare in modo che le attività produttive  non alterino il quadro percettivo della città, svuotando i centri storici della loro più profonda identità sociale e culturale per omologarli a un regime comune universale, che sostituisce alla forte identità storica l’anonimato di tutti i luoghi senza storia.

 Ho tentato di farlo ma è stato del tutto inutile perché  i rinvii agli ambiti, ai protocolli d’intesa, al futuro assetto, ai futuri bando  fanno parte di una strategia precisa  di………………….

Che ha fatto Panini? Secondo lui ha abrogato tutto l’impianto  (ma l’ha fatto con le necessarie e regolari varianti urbanistiche?)  poi ha copiato e parafrasato le norme statali e regionali sulle varie discipline ed ha rimandato agli “ambiti” , che nessuno sa cosa siano e dove siano, la concreta disciplina  di tutto….. e così tutto va avanti senza regole, con il criterio del….mi manda Picone….!

Supermercati di  dimensioni notevoli sono stati aperti a ridosso di beni culturali in pieno centro storico, la concorrenza contro i negozi storici è assolutamente incontrollata e spietata, le norme di qualità del servizio ignorate, la sosta delle auto consentita privatisticamente  su strade pubbliche o in autorimesse con entrata e uscita sull’incrocio  e senza spazi di manovra, tavolini sedie, ombrelloni di ogni fattura, plastiche laterali, fioriere, friggitrici, vetrine con espositori,  vetrine con gelati, bandiere pubblicitarie svolazzanti, insegne e pubblicità di ogni tipo, cartelli, cartelloni, edicole trasbordanti, bancarelle abusive, lenzuola piene di merce contraffatta, bancarelle costrette a “pagare” quotidianamente le “associazioni” che hanno adottato aiuole e strade con il famoso piano Risi, occupazioni di aiuole mascherate da adozioni per non pagare la COSAP, invasione delle strade , delle case, dei palazzi storici, delle piazze e del verde senza controlli! Ogni tanto  viene fuori la Bolkestein…………..che però vale solo per qualcuno ed in qualche luogo…..

E Panini osa anche parlare  di precedente assenza dei Regolamenti!?!

Per offrire  possibilità concrete per gli operatori che intendano insediare e svolgere le loro attività  nel territorio del Comune, sempre che, effettivamente, sia indirizzo dell’Amministrazione autorizzare ed incentivare lo sviluppo economico e la crescita occupazionale (non dei  soli raccomandati da chiamare all’interno del Comune e delle società pubbliche)  occorrerebbero regole certe, uguali per tutti e di semplice applicazione: e sono esattamente tutte quelle che  Panini ha creduto di abrogare!

Ed è in questa assenza di regole, con l’utilizzazione di concetti ambigui ed inesistenti,  palesemente ignorando  TUTTE LE NORME del diritto amministrativo (e non solo) che proliferano traffici e imbrogli, raccomandazioni e favoritismi, disparità di trattamento ed interventi occasionali!

Se tutto ciò non comportasse  mancato sviluppo, mancata occupazione dei nostri figli, impossibilità per aziende non napoletane e non amiche di Picone di intraprendere attività sul territorio, indifferenza ai licenziamenti e alle sorti dei lavoratori di Edenlandia e dello Chalet Ciro, ma anche di tutte quelle attività costrette a chiudere per l’insipienza e la dabbenaggine (nella migliore delle ipotesi)  degli attuali Direttori e dirigenti che “puntano” alcune aziende per sfogare una presunta voglia di legittimità assolutamente assente sul territorio nel suo complesso, le delibere che Panini porta al Consiglio Comunale ottenendo approvazioni unanimi e plauso della CONFESERCENTI (ma su cosa??????)  sarebbero esilaranti.

In tutte le delibere  si formulano regole….ma per applicarle occorre attendere gli ambiti e addirittura, ultimamente, si pensa che si sia portato all’attenzione del Consiglio il piano commerciale dei negozi in sede fissa, ma poi si dichiara che lo si compilerà fra due anni: ma allora cos’è la delibera approvata???????

Intanto un gran numero di attività produttive,e non quelle di minore importanza, vengono autorizzate in immobili e complessi immobiliari abusivi e sicuramente privi dei certificati di agibilità!

E la Regione quando interverrà?

E’ evidente che in questo caos e con l’attiva partecipazione di impiegati “solerti” lo Chalet Ciro  nel 2016  riesce ad ottenere una occupazione suolo pubblico su sentenza TAR e una Adozione di  aiuola su sentenza RISI , mentre  nel 2017, senza che nulla sia cambiato rispetto al 2016,  con la medesima istanza ottiene un rigetto diversamente motivato rispetto a quello del 2016: la norma invocata o, come io ritengo, non è ancora in vigore visto che sarebbe l’unica regola del Piano chioschi ad essere divenuta operativa, mancando ancora gli ambiti, le localizzazioni, i bandi di gara , le concessioni edilizie, i permessi a costruire, le regole di assegnazione, le autorizzazioni sismiche e tutte le (finte) previsioni dell’inesistente ed inefficace Piano del 2014, o era in vigore anche nel 2016.

E allora?

Se poi il pretesto dovesse essere quello paesaggistico-culturale  dipendente dalla Soprintendenza…….. sappia  Panini che da tre mesi è entrata in vigore una nuova normativa che sottrae l’istallazione dello Chalet Ciro al sindacato della Soprintendenza e la legge dello Stato non può essere derogata dalle Intese con Garella che , per essere in sintonia con il Comune di Napoli non vigila sui Monumenti non vigila sulla galleria Umberto I che Monumento è , ma vigila su alcuni marciapiedi, discriminando  tra gli uni e gli altri, dimenticando alcune autorizzazioni, omettendo molti controlli!

Le norme che sono state scritte non possono entrare in vigore perché risultano di fatto inapplicabili, ma quando e se ciò avvenisse  (ed è lecito dubitarne), dovrà  essere per tutti insieme gli operatori siano essi a via Cesare Rosaroll, a via Cristoforo Colombo o  a Mergellina.

Nello Stato di diritto le regole di piazzetta Rodinò non possono differire da quelle dell’inizio di via Chiaia a cento metri di distanza, le regole dello Chalet Ciro   dovranno valere per tutti i chioschi in contemporanea  e si dovrà sapere il giorno in cui sono entrate in vigore e come.

Altrimenti nelle sedi opportune  dovranno essere esaminate le differenze tra il rigetto 2016 e quello 2017: dipendono da direttive politiche? O dalle consulenze degli staffisti?  Picone  l’ha mandato l’anno scorso e quest’anno no?

Le norme che, a dire della stampa cittadina, sarebbero invocate sono quelle “approvate” nel 2014, ma  quel complesso normativo prevedeva un Piano di localizzazione da definire, i permessi a costruire, i bandi di assegnazione etc etc  NON ANCORA REALIZZATI: e allora l’unica norma che si applica è quella dell’articolo 7? E si applica solo allo Chalet Ciro? Nel 2016 non si applicava? E la domanda di occupazione triennale presentata dallo Chalet Ciro, rigettata e salvata dal TAR , non dava l’autorizzazione anche per il 2017 e il 2018?

Certo sui social e sulla stampa cittadina  anche “seria”  il problema, come avvenne per i panchetti dei librai di Port’Alba , è solo se essere pro Chalet Ciro o contro Chalet Ciro, il problema è ricordare quanto è “importante” Chalet Ciro, per ricavarne  poi o la solidarietà o le “critiche” per non essersi munito di sedi più idonee o perché si avvarrebbe del “ricatto occupazionale”………………….come al solito opinioni, opinioni, opinioni.

Ma la domanda vera di tutti questi difensori della Costituzione Italiana che di recente si aggirano per l’Italia, dovrebbe essere: il Comune di Napoli  rispetta l’ articolo  97 della Costituzione? Agisce secondo disposizioni di legge, in modo che siano assicurati il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione?

E la risposta, purtroppo, è sicuramente negativa!

Ida Alessio Vernì

 

In previsione dell’inevitabile coinvolgimento della Soprintendenza Napoletana sullo Chalet Ciro

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Egregio Architetto  Luciano Garella

Quando Lei è arrivato a Napoli Le ho chiesto subito un incontro e  ho avuto una grande impressione di serietà, autorevolezza e consapevolezza del ruolo.

Lei ha parlato di una tutela seria, del decoro della Città e di vigilanza attenta e consapevole del territorio. Lei ha apprezzato quanto Le ho illustrato sulla mancata tutela dei beni culturali a Napoli per mancata applicazione consapevole dell’art.106 , errori ed eccessi nell’applicazione degli art. 20 e 21 etc etc.

Nei mesi successivi si è andata profilando qualche delusione, ma, trattandosi di fatti episodici e non  strutturali, ho voluto sperare che Lei avesse deciso di “soprassedere”  in funzione di una maggiore attenzione  alle eccellenze culturali del territorio!

Poi le delusioni sono diventate ogni giorno più grandi: si sono succeduti pareri e  interviste  assolutamente privi di ogni  collegamento con quella che dovrebbe essere la sua funzione in Città, di tutore, in nome e per conto dello Stato, dei beni culturali e paesaggistici  sul territorio!

E fin qui siamo all’assenza di tutela che, purtroppo, si è potuta registrare anche in molti suoi predecessori.

Ora però Lei sta andando oltre  “l’assenza”  ……  per assumere il ruolo di tutore delle azioni del Comune di Napoli! Al ginnasio non credevo  al Manzoni  sul fatto che  ‘Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare’ , ma, dopo mi sono ricreduta e prendo atto  (forse rettificando  un po’ : ‘Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo VUOLE dare’!)

Prendo atto anche del fatto che Lei è architetto e, quindi, non ha approfondito gli aspetti giuridici della tutela, conservazione e valorizzazione dei beni culturali e del paesaggio e non ha seguito le complesse disamine giuridico amministrative sulle competenze dello Stato e degli enti territoriali in materia, augurandomi però che sia almeno  consapevole del fatto che la tutela dei beni culturali risulta di competenza dello Stato e la loro identificazione del Suo Ministero e non degli Assessori  Piscopo , Panini e Calabrese!

E  allora se la galleria Umberto  ha assunto colorazioni esterne diverse, considerando che la circostanza non è certo fra le più significative rispetto a quanto è tragicamente accaduto, Lei può anche dichiarare che  la questione non ha grande rilievo.

Ma se Le è giustamente scappato che la responsabilità era del Comune……. che, destinatario di richieste di intervento su Monumento  da parte di privati o anche di comunicazioni, trattandosi di bene culturale in Centro Storico, deve e doveva interpellare immediatamente la Soprintendenza ………………….. , che significa   la dichiarazione “non mi riferisco al Comune” nell’intervento in “Galleria Umberto La resa di Garella in la Repubblica 25.5.2017”, per rettificare la spontanea  dichiarazione di due giorni prima?

E cosa significa l’intervento sulla pavimentazione del Corso Vittorio Emanuele? Che Lei non condivide  l’opinione  del suo predecessore, ma non  può modificare l’atto amministrativo perché non sono passati 5 anni?

Se intende rispettare il  suo ruolo dovrebbe rifiutarsi di partecipare  a tavoli tecnici in cui si dichiara che, noncuranti  dell’Arch. Cozzolino, gli Uffici del Comune hanno messo a punto un progetto che prevede l’asfalto!

Egregio professore  il Comune è composto di persone  i cui stipendi sono erogati con soldi pubblici e che non avrebbero potuto elaborare progetti esecutivi, con oneri a  carico della collettività, in difformità rispetto alle prescrizioni della Soprintendenza.

Né può dirsi che  si tratta di questione di indirizzo politico, in quanto  attenersi alle prescrizioni della Soprintendenza  è un obbligo di legge.

Egregio Soprintendente Lei, nell’esercizio delle sue funzioni, quando l’Assessore Calabrese ha dichiarato e ribadisce che il progetto del Comune prevede l’asfalto e che, quindi, i tempi occorrenti per la realizzazione del progetto saranno tutti addebitabili allo Stato,  è venuto a conoscenza di un reato ed ha il dovere di trasmettere alla Procura della Repubblica la notitia criminis, non di rilasciare interviste di “apertura” in cui quasi  prevede che si possano fornire ulteriori elementi a supporto o lasciar trascorrere il periodo di validità del parere!

Egregio Soprintendente la scrivente dal 2010 al 2015 è stata imputata per concorso in “abuso edilizio   in zona vincolata” per aver firmato il rinnovo della concessione di suolo pubblico  per il Bar Riviera nell’anno 2008  a seguito di istanza presentata il 14 dicembre 2007 dalla coimputata Simona Annunziata, sul marciapiede antistante il Bar stesso reiterando un permesso già posseduto dal predetto pubblico esercizio fin dagli anni novanta per una sorta di grillage di legno ormai quasi marcito, che Lei forse non conosce, ma i Napoletani vedevano da 20 anni!

Dagli atti di causa si evince che   l’agente scelto Russo Salvatore  della Polizia Municipale, chiamato da soggetti terzi per constatare la commissione del reato di abuso edilizio  dichiara che   nulla sa intorno alla questione dei vincoli ed ammette che  durante il blitz fu l’architetto Bovier a dichiarare che “dall’esame delle carte presso la Soprintendenza non vi era nessun parere”.

 L’agente scelto,   successivamente  interpellato sui tipi di vincolo dal P.M,  testualmente riferisce : “Da quella che è la mia esperienza (? Vincolo sull’esperienza della Polizia Municipale), quantomeno poi riferirà meglio l’architetto della Soprintendenza, è vincolata sia per il titolo terzo parte prima, perché vi è proprio un decreto ministeriale specifico sulla Riviera di Chiaia, poi ho acquisito in seguito, anche comunque per l’articolo 10, comma quarto, lettera g, cioè una strada….., sono le strade di importanza superiore della città e che, quindi, hanno bisogno;e, comunque, anche per l’articolo 126 sempre del decreto legislativo 42/04, comunque non vi è stato neanche il passaggio preliminare presso la Soprintendenza per chiedere se la zona è vincolata, quindi…..

Lo stesso dichiara  sussistere il vincolo ai sensi del titolo terzo parte prima (disposizioni transitorie), poi ai sensi dell’articolo 10 comma 4 lettera g, a suo parere riferito alle strade di importanza “superiore “ della citta” e infine ai sensi dell’art. 126 del decreto legislativo 42/04 concernente i documenti dell’archivio storico!

Poi afferma che era obbligatorio fare un passaggio preliminare  per chiedere se la zona era vincolata!

E’ di tutta evidenza che nessuna norma prevede che si debba chiedere alla Soprintendenza se una zona è vincolata ( nel Piano del Comune c’è la carta dei vincoli!) per rinnovare una concessione di suolo pubblico posseduta dal secolo precedente, che il titolo  terzo parte prima  non rileva, che l’articolo 126 è relativo ai documenti dell’archivio storico, che l’articolo 10  non si riferisce  alle strade di importanza “superiore” e che  nessuna “autorizzazione” era prevista: dal che è dato ricavare che l’agente scelto agiva sotto “dettatura” e che sul vincolo culturale è stato “informato” dopo il blitz.

Ed infatti la Bovier al suo esordio, dopo aver dichiarato la sua perfetta conoscenza della materia, dichiara  la zona sottoposta a vincolo paesaggistico e, quindi, come doveroso l’iter dell’articolo 146, consistente a suo dire in: trasmissione del plico al Comune, trasmissione del plico dal Comune alla Soprintendenza, potere della Soprintendenza  di autorizzare o meno il decreto del Comune di Napoli.

In seguitola Bovier si lancia in una dissertazione tecnica sui vincoli paesaggistici e culturali che potrebbe, a prima lettura, sembrare delirante.

Non essendo verosimile che la Bovier non sia a conoscenza che l’iter descritto, con riferimento peraltro alle opere edilizie, sia entrato in vigore nel  2010, si ritiene la sua deposizione assolutamente falsa e tendente  a far pensare che, nella pratica, mancasse una autorizzazione paesaggistica della Soprintendenza preliminare ad un decreto del Comune.

La tesi viene riconfermata a pag. 24 , dove si parla di autorizzazione ambientale ai sensi dell’art. 146 , a pag. 25 dove si parla di grafici, relazione, grafici dello stato dei luoghi e stati di progetto, e a pag 29 dove, invece, si  parla di un parere che la Soprintendenza deve esprimere in caso di zona  vincolata sul piano paesaggistico anche su tavoli, sedie ed ombrelloni perché le sedie e gli ombrelloni incidono sul paesaggio (pag. 30): qui si è spostata al 2011, al decreto sulla semplificazione interpretato dai tecnici dell’Assessore  Mario Raffa, ma parla di un parere non previsto neanche nel 2010-2011.

Nulla riferisce intorno all’art. 106 del Codice Urbani che, invece, se il marciapiede antistante il Bar Riviera fosse un bene culturale, come da tesi della Bovier,  essendo la norma entrata in vigore nel 2006, avrebbe dovuto trovare applicazione nel 2008!

Nessun riferimento alla normativa  applicabile ad una nuova opera edilizia da autorizzare nel 2007-2008 su suolo pubblico che, eventualmente, sarebbe stata:

ex art. 158 : “L’amministrazione competente al rilascio dell’autorizzazione da’ immediata comunicazione alla soprintendenza delle autorizzazioni rilasciate, trasmettendo la documentazione prodotta dall’interessato nonché le risultanze degli accertamenti eventualmente esperiti. La comunicazione è inviata contestualmente agli interessati, per i quali costituisce avviso di inizio di procedimento, ai sensi e per gli effetti della legge 7 agosto 1990, n. 241. Nella comunicazione alla soprintendenza l’Autorità competente al rilascio dell’autorizzazione attesta di avere eseguito il contestuale invio agli interessati. L’autorizzazione è rilasciata o negata entro il termine perentorio di sessanta giorni dalla relativa richiesta e costituisce comunque atto autonomo e presupposto della concessione edilizia o degli altri titoli legittimanti l’intervento edilizio. I lavori non possono essere iniziati in difetto di essa. In caso di richiesta di integrazione documentale o di accertamenti il termine è sospeso per una sola volta fino alla data di ricezione della documentazione richiesta ovvero fino alla data di effettuazione degli accertamenti.

  1. La soprintendenza, se ritiene l’autorizzazione non conforme alle prescrizioni di tutela del paesaggio, dettate ai sensi del presente titolo, può annullarla, con provvedimento motivato, entro i sessanta giorni successivi alla ricezione della relativa, completa documentazione.

 

E, in caso di vincolo culturale ex lege  ai sensi dell’art. 10 comma 4, lettera g, la richiesta doveva essere non di parere ma di “autorizzazione”:

“la concessione in uso è subordinata all’autorizzazione del Ministero, rilasciata a condizione che il conferimento garantisca la conservazione e la fruizione pubblica del bene e sia assicurata la compatibilità della destinazione d’uso con il carattere storico-artistico del bene medesimo. Con l’autorizzazione possono essere dettate prescrizioni per la migliore conservazione del bene.”
(comma introdotto dall’art. 2 del d.lgs. n. 156 del 2006)

E si badi che, effettivamente, se si aderisse alla tesi di tutte le strade   di Napoli sono  beni culturali ex lege, anche per tavolini e sedie si dovrebbe chiedere l’autorizzazione, ma la Soprintendenza dovrebbe esprimersi non  sull’oggetto istallato bensì sulla conservazione, fruizione pubblica e compatibilità alla destinazione d’uso  con il carattere storico-artistico del monumento “ marciapiede antistante il Bar Riviera”.

Dall’aprile 2006 , dopo l’entrata in vigore del d lgs n 156  se la Soprintendenza avesse visto iniziare le opere di realizzazione del gazebo  su o in prossimità di un bene culturale avrebbe potuto anche ordinare la sospensione dei lavori  ai sensi dell’art. 28 del codice Urbani :

Art. 28. Misure cautelari e preventive

  1. Il soprintendente può ordinare la sospensione di interventi iniziati contro il disposto degli articoli 20, 21, 25, 26 e 27 ovvero condotti in difformità dall’autorizzazione.
  2. Al soprintendente spetta altresì la facoltà di ordinare l’inibizione o la sospensione di interventi relativi alle cose indicate nell’articolo 10, anche quando per esse non siano ancora intervenute la verifica di cui all’articolo 12, comma 2, o la dichiarazione di cui all’articolo 13.
  3. L’ordine di cui al comma 2 si intende revocato se, entro trenta giorni dalla ricezione del medesimo, non è comunicato, a cura del soprintendente, l’avvio del procedimento di verifica o di dichiarazione

Ma di ciò evidentemente la Bovier non tiene conto, per il semplice motivo che nessun intervento lesivo degli articoli 20, 21, 25, 26 e 27 è stato realizzato nell’anno 2008 oppure per il motivo che la Bovier non ritiene suo compito tutelare i beni culturali attivando l’art. 28, ma preferisce  discutere di doppi pareri , quadrupli pareri etc  in uno stato apparentemente confusionale.

La mala fede si rileva specificamente quando la Bovier dichiara che gli atti vanno trasmessi per l’ambientale dal “servizio Edilizia Privata, per gli articoli 21 e 22 dalla Polizia Amministrativa.

Orbene anche ammettendo che per errore la Bovier stia riferendo al 2008 un iter del 2010, la stessa non può non sapere che  i Comuni devono garantire la differenziazione tra attività di tutela paesaggistica ed esercizio di funzioni amministrative in materia urbanistico-edilizia (articolo 146 comma 6), per cui, circa “l’ambientale” non può essere il Servizio edilizia privata a trasmettere gli atti e che la Polizia Amministrativa non ha alcuna competenza sull’art. 22 che riguarda gli interventi edilizi, né sull’articolo 21 che riguarda: “ a) la rimozione o la demolizione, anche con successiva ricostituzione, dei beni culturali; b) lo spostamento, anche temporaneo, dei beni culturali mobili, salvo quanto previsto ai commi 2 e 3; c) lo smembramento di collezioni, serie e raccolte; d) lo scarto dei documenti degli archivi pubblici e degli archivi privati per i quali sia intervenuta la dichiarazione ai sensi dell’articolo 13, nonché lo scarto di materiale bibliografico delle biblioteche pubbliche, con l’eccezione prevista all’articolo 10, comma 2, lettera c), e delle biblioteche private per le quali sia intervenuta la dichiarazione ai sensi dell’articolo 13;  e) il trasferimento ad altre persone giuridiche di complessi organici di documentazione di archivi pubblici, nonché di archivi di privati per i quali sia intervenuta la dichiarazione ai sensi dell’articolo 13.”

Tutta la testimonianza resa era indiscutibilmente falsa, essendo molto probabile che il tecnico del Comune e  il maresciallo Russo non conoscessero la normativa di tutela dei beni culturali e paesaggistici e non fossero al corrente delle date di entrata in vigore delle varie norme succedutesi nel tempo, ma essendo inverosimile che la Bovier  potesse ignorare completamente quelli che avrebbero dovuto essere i suoi compiti istituzionali fino al 31 dicembre 2009 sia con riferimento all’art. 158 e 159 del Codice Urbani (dal 2004 al 1. 1. 2010), sia con riferimento all’art.10 (dal 2004 a tutt’oggi) che, infine, con riferimento all’art 106 (dal 2006 a tutt’oggi).

E, allo stesso modo, sarebbe inverosimile  pari ignoranza nell’Avvocatura Municipale.

Ora è evidente che, se avessi potuto permettermi economicamente la difesa, avrei dovuto evidenziare come e con quali mezzi, sia stato possibile  rendere per cinque anni un dirigente dell’Urbanistica, imputato di concorso in abuso edilizio aggravato, ma  se  con il “lavoro” di un istante (firma del rinnovo dell’occupazione suolo per il gazebo del Bar Riviera) io ho perpetrato tutti questi reati, mi aspetterei che Garella, magari coadiuvato dalla Bovier, si rechi alla Procura della Repubblica per inoltrare le debite denunce:

  • Su tutte le occupazioni suolo in corso in città cui mancano le debite autorizzazioni e i debiti versamenti di denaro su capitolo a spesa vincolata come previsto dal codice Urbani.
  • Sulla progettazione del rifacimento del corso Vittorio Emanuele difforme dall’autorizzazione della Soprintendenza (che non è un parere valevole 5 anni se si applica l’art. 10 comma 4, lettera g, sul corso Vittorio Emanuele)
  • Su TUTTE le adozioni di aiuole, finte aiuole, fioriere, strade, piazzale Tecchio concesse a centinaia e centinaia dal Comune di Napoli attraverso persone fisiche non meglio precisate.

Egregio Soprintendente  se non posso avere i risarcimenti dei danni dall’Avvocatura Municipale e dalla Bovier, posso però dirLe che Lei deve intervenire sulla stradina adottata non si sa da chi e come a fianco dell’Hotel Romeo!

Lei non può scegliere una strada si e una no, una azione si e una no, perché. nel suo ruolo, ha l’obbligo di denuncia.

Egregio Soprintendente è vero che i piccoli artigiani, i proprietari delle bancarelle, molti dei gestori dei bar e dei ristoranti, gli immigrati e gli italiani che, con sommo orrore dei “colti” della città vivono “itinerando”  e utilizzando come base per le loro mercanzie, un telo di stoffa (spesso perché il trasporto del tutto –mercanzie e strutture- è avvenuto su mezzi affollati dell’ANM  provenienti dalle periferie!), gli immigrati che avevano organizzato a via Bologna il mercatino  interetnico, i giostrai di mestiere (non quelli adottanti le strade o vertici delle pubbliche società), gli artisti,  non hanno i mezzi economici per  difendersi, ma  una cosa è certa, o TUTTE le strade di Napoli sono Monumenti SEMPRE e, quindi, si applica la medesima disciplina che vale sulla facciata della Galleria Umberto, o sono normali strade per tutti.

Nella prima ipotesi cui contro tutti i deboli di Napoli Lei aderisce insieme a Panini (e, a mio modesto avviso, contra legem), gli avvenimenti relativi al corso Vittorio Emanuele  vanno denunciati nelle sedi opportune e l’autorizzazione dell’Arch. Giorgio Cozzolino non scade e, non essendo stata impugnata nei termini dall’avvocato Ferrari, come è avvenuto per piazza Plebiscito con esiti di soccombenza  nei due possibili gradi di giudizio, sembra operativa a tutti gli effetti, salvo l’ipotesi che Napoli diventi Repubblica Autonoma, come sembra da tutte le norme made in Naples che vengono ormai costantemente   applicate su tutto nel nostro Comune.

Ma Lei Garella rappresenta lo Stato ed ha una funzione: non può lasciare la galleria Umberto così, non può abbandonare le Torri Aragonesi e deve decidere  se le strade sono strade o sono monumenti e, in quest’ultimo caso, deve andare a verificare cosa è accaduto  nel vicoletto laterale dell’Hotel Romeo immediatamente: altrimenti i reati sono commessi dalla Soprintendenza che, se fosse stata  occupata a lavorare sugli infiniti beni culturali napoletani, in primis sulla facciata della galleria Umberto I e sulle Torri Aragonesi da mesi e mesi rivestita a lutto forse simbolicamente evidenziando, all’accesso alla città la morte dei beni culturali napoletani, avrebbe evitato di ostinarsi inutilmente sugli ombrelloni a sostegno centrale e gli arredi “leggeri”!

E avrebbe anche evitato di approvare, SOLO per il signor Ferrari Luca di piazza San Domenico Maggiore, mentre gli altri dovevano verticalizzare gli ombrelloni e portarli dentro ogni sera (!), una “ struttura prefabbricata e smontabile in ogni momento, impiantata in verticale su n. 10 pali da cm 9X9 e di altezza ml 2.50, appoggiati al piano di posa su piastre di sostegno, la sezione verticale è sostenuta da una doppia trave di cm 6X15 bullonata ai lati della parte finale superiore dei pilastrini in numero di tre coppi disposte sull’asse longitudinale della pianta e su cui appoggiano n 12 arcarecci trasversali di sostegno di dimensioni in sezione di cm 4,5 X 11,7. Al di sopra della struttura descritta è posizionato il telo scorrevole di copertura in PVC telato e rinforzato, opportunamente ancorato alla struttura stessa.” (autorizzazione n. 21877 del 4 dicembre 2015) il signor FERRARI LUCA però, per realizzare questa struttura si doveva avvalere “di ditte specializzate nel settore del restauro monumentale con idonea corrispondente  certificazione ed adeguato curriculum”!

Ora , non essendo architetto, io non so cosa siano gli arcarecci trasversali e i coppi disposti sull’asse longitudinale e non so  se le ditte specializzate nel restauro debbano montare i teli in PVC, ma, ad occhio, non mi sembra che questa struttura sia smontabile ogni sera, trasportabile all’interno e meno lesiva dei beni culturali e del paesaggio degli ombrelloni con sostegno laterale che andrebbero di moda oggi se non fossero vietati dalla Soprintendenza di Napoli ( così sostiene Panini!)

E non so se Lei, arch. Luciano Garella, ha autorizzato questo progetto di Luca Ferrari, ma so per certo che ne è venuto a  conoscenza attraverso nota del Comune del 29 gennaio 2016: l’ha dimenticato il giorno della stipula dell’Intesa per “arredi leggeri” fino al dicembre 2017 con Panini? Avete stabilito quanto devono pesare gli arredi “leggeri”  o si ricomincia con le interpretazioni soggettive e personali  sulla “leggerezza”? e sarà di competenza della Soprintendenza (non più abilitata dalla legge ad intervenire) o di Panini, valutare il “peso”?

Da giurista mi sembra che siamo all’insostenibile “leggerezza” del diritto e della logica, oltre che della Costituzione Italiana.

Per il resto il giudizio dovrebbe competere ad altri che hanno ritenuto di NON ARCHIVIARE le denunce relative alla struttura lignea quasi fatiscente del bar Riviera!

Ida Alessio Vernì