MA SE PANINI A GENNAIO ERA FELICE DEL PRIMATO DI CRESCITA NAPOLETANA DELL’AMBULANTATO, PERCHE’ A PRIMAVERA GIORNALI E POLIZIA MUNICIPALE GRIDANO ALLO SCANDALO CONTRO GLI ABUSIVI? ABUSIVI PERCHE’?

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I motivi che rendono urgentissimo un intervento sul commercio su aree pubbliche sono due:

  • il primo è quello di evitare che si innesti la “guerra di religione” contro questa forma di commercio, che è intimamente connesso, tra l’altro, all’invasione turistica napoletana che costituisce vanto per l’Amministrazione e i suoi sostenitori, comprendendo che molti Mercati, la Fiera Antiquaria, le “strade dei Pastori”, l’artigianato artistico, i prodotti tipici, i MITI di Napoli, Edenlandia ormai abbandonata per sempre da Piscopo e Panini, sono MOTIVI del turismo e non fenomeni da reprimere e sopprimere.

  • il secondo è che la tutela del centro Storico di Napoli, come Patrimonio dell’Umanità, passa, soprattutto, avendo clamorosamente fallito gli interventi di restauro, conservazione, ristrutturazione dei Monumenti e dei Palazzi storici, almeno dalla capacità di intervenire con norme di “tutela” che consentano di preservare le caratteristiche che hanno meritato alla Città l’onore del riconoscimento UNESCO!

E, Panini, che finora non ha pianificato assolutamente nulla, non ha tutelato il Centro Storico in nessun modo, non ha indirizzato la salvaguardia di quanto c’era da tutelare e valorizzare, rischia di assestare il colpo finale, pensando che, anche sul commercio su aree pubbliche, possa valere il giochino dei Regolamenti finti rimandati ad altre pianificazioni!

Tecnica deprecabile e superata anche per molto più complesse scelte urbanistiche, che, certamente, nel commercio su aree pubbliche potrebbe essere foriera di TRAGEDIE!

Il tema, come quello delle case (case abusive, occupazioni abusive, assegnazioni alla camorra etc etc) involge questioni “vitali” e, quindi, va trattato da persone competenti e capaci e non sono tollerabili “errori” e superficialità.

Con ciò non intendo certo dire che altri settori possano essere gestiti da incompetenti ma solo che, se risulta inefficiente una politica di traffico e viabilità, il massimo che accade è che in città si producano ingorghi, gli automobilisti risultino esasperati etc. ma sarà sempre possibile apportare modifiche, correttivi, sovvertire gli indirizzi e le prospettive.

Laddove, invece, la questione è di sopravvivenza……..sarà la realtà a prevalere su indirizzi politici errati e il conflitto può degenerare in maniera molto grave. E così nelle Vele rimane la camorra e nelle strade, gli “abusivi”, come vengono definiti dai giornali i parcheggiatori e i venditori ambulanti, prima “importante settore economico valorizzato da de Magistris” ed oggi quasi assimilati ai mendicanti che infastidiscono i turisti!!!!!!!

Ma perché  la stampa napoletana intervista sempre vigili urbani certamente all’oscuro delle complesse normative urbanistico programmatorie per i dehors e il commercio su aree pubbliche? Perché non parlano con gli esperti?

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L’origine degli ambulanti si perde nella notte dei tempi, in quanto anticamente nei borghi agricoli non esistevano negozi stabili e quindi per l’approvvigionamento era necessario che le merci venissero portate ai mercati, alle fiere, per strada.

Per far fronte alle necessità della popolazione i commercianti si spostavano e portavano le loro merci. E’ documentato dall’anno Mille, pur senza escluderne l’esistenza in epoche più antiche, che a piedi, a dorso di asino, o magari con un carretto, gli ambulanti giravano per le campagne e le contrade, portando ogni genere di prodotto potesse servire.

Nei fatti, in tutto il mondo e in tutti i tempi, la vendita in strada costituisce una forma di attività commerciale considerevolmente persistente.

In Italia, con modalità anche diverse e forme mutevoli, è certo che, da tempo immemorabile, la “bancarella” viene utilizzata per esporre mercanzia e vendere ai passanti.

Un caro amico, l’architetto Sergio Di Macco, esperto in mercati pubblici, portava dietro con sé una foto d’archivio del Museo della Civiltà Romana di Roma per mostrare che il fenomeno aveva millenni di storia ed era, quindi, complesso da eliminare “attraverso” norme giuridiche!

Ed in effetti solo i regimi più autoritari hanno cercato di eliminare la vendita su strada, ma i risultati non pare siano stati rilevanti e certamente non duraturi.

Ogni progetto di eliminazione è generalmente fallito.

Nonostante la serietà della questione, la politica non dedica la dovuta attenzione al fenomeno e, quindi, si ritrova in genere a fare i conti con realtà ingovernabili.

Nella realtà italiana, e con particolare riferimento alle città turistiche e grandi della Penisola, il numero dei venditori di strada sale e scende a seconda degli anni e dei periodi dell’anno, della settimana e della giornata, rispondendo alle domande dei consumatori e agli andamenti del mercato del lavoro, ai cicli e alle fluttuazioni dell’economia, ai flussi turistici e all’andamento degli eventi!

E’ molto complesso far sì che l’andamento risponda al tipo di regolazione e di controlli posti in essere dalla Pubblica Amministrazione.

Per farlo occorrerebbe comprendere bene il fenomeno, studiarlo in maniera scientifica, comparare le situazioni, evitare gli scontri frontali, comprendere le esigenze.

Il problema, come quello delle case, è tra l’altro strettamente connesso a quello dei flussi migratori per vari motivi facilmente intuibili: il commercio su strada è attività diffusa in tutto il mondo e da alcuni Paesi il flusso migratorio è costituito da soggetti che esercitano questo mestiere già in Patria da un lato, e dall’altro è il “lavoro autonomo”, l’impresa, che più facilmente gli immigrati possono intraprendere.

Impedire l’ambulantato, quindi, equivarrebbe ad impedire l’immigrazione, a porsi contro ogni possibilità di integrazione e di riscatto degli immigrati nel nostro Paese. E’ evidente, quindi, che l’atteggiamento di favore nei confronti dell’accoglienza e di sincera volontà di integrazione degli accolti, implica atteggiamenti di favore nei confronti dell’ambulantato.

E se lo si consente agli immigrati, nessun atteggiamento ostile sarà possibile nei confronti degli ambulanti nostrani: altrimenti si presta il fianco alle contestazioni di discriminazione al contrario.

E, tuttavia, le Amministrazioni vengono poste sotto pressione in materia, da un gran numero di istanze diverse, dai rappresentanti di diversi interessi e da soggetti con diverse prospettive per cui il pericolo di dare risposte diverse, contraddittorie, poco coerenti e assolutamente inefficaci è enorme.

In molte parti del mondo occidentale, secondo gli studiosi del fenomeno su scala mondiale, il risultato complessivo è “una complessa mistura di persecuzione, tolleranza, regolazione e promozione” che induce a pensare che le politiche pubbliche tendano soprattutto a “contenere” la vendita in strada “respingendola in basso nella scala sociale, assicurandosi che si limiti ai consumatori meno abbienti e ai vicinati più poveri”(Bromley, 2000).

E certamente, la vendita in strada costituisce un’attività economica intimamente connessa ai processi migratori e alle situazioni di precarietà e vulnerabilità sociale.

Per intervenire sulle realtà specifiche è necessario uno studio di carattere particolare, ma lo stesso non può essere disconnesso da uno studio di carattere generale sia per ottenere le categorie interpretative necessarie sia perché si tratta di un’attività economica, diciamo “fluida”, nella quale, intervenendo gli immigrati, vengono introdotti modelli e canoni diversi a seconda del flusso migratorio del momento.

Fermiamo perciò alcuni punti, tutti meritevoli di attenti approfondimenti, ma qui solo per sfatare “luoghi comuni” e affermazioni prive di significato!

A) Il primo aspetto da indagare è quello sulla Natura di questa attività economica,

tenendo presente che si può trattare di una attività che può costituire un ripiego o un’attività di sostegno momentaneo quando si perde un lavoro formale, ma che, invece, in alcune specifiche realtà, è un’attività che consente di coniugare la tradizione, la propensione al commercio e al lavoro autonomo, e le esigenze della vita complessa delle città e delle transizioni, accompagnando le migrazioni rurali-urbane ma anche quelle verso altri paesi, vicini e lontani.

Per molto tempo studiosi ed esperti hanno ritenuto che si trattasse di un’attività pre-moderna, destinata a scomparire con la regolazione dei mercati e con le politiche di piano. In realtà non è stato così, ed anzi essa si è venuta intensificando, spesso in connessione con le migrazioni sia interne sia internazionali. Se negli anni ’50 la si inscriveva nella dicotomia tradizionale/moderno, e nel decennio successivo si riteneva che la prevalenza di quest’ultimo l’avrebbe fatta scomparire a breve, dalla fine degli anni ’70 alcuni studiosi ed agenzie come l’ILO (l’International Labor Organization) hanno preso a riconoscere la rilevanza e talora la crescita dell’economia informale e specificamente della vendita in strada, accordando ad essa rinnovata attenzione. In sintonia con le posizioni dell’ILO sul lavoro informale in genere, i maggiori studiosi internazionali di vendita in strada e di politiche pubbliche tendono a considerare la prima come un gruppo occupazionale in se stesso. Si tratta di un gruppo presente in tutti i paesi del mondo, più o meno sviluppati, anche se è più numeroso nei paesi più poveri. (attento Panini).

Nei secoli e nelle diverse parti del mondo, la vendita in strada è stata ed è effettuata nelle maniere più diverse. Può trattarsi di vendita di beni, oppure di servizi, oppure di un misto degli uni e degli altri. Può avvenire attraverso postazioni fisse, come dei chioschi, o semi-fisse, o anche stendendo semplicemente dei teli per terra. La vendita mobile può anch’essa avvenire con molteplici modalità, dall’uso di furgoncini e mezzi simili fino al venditore che trasporta i beni sulla sua persona.

B) Il secondo aspetto da valutare è quello dell’incidenza dell’abusivismo.

Va premesso che si può trattare di una attività economica informale, al di fuori dell’economia regolare, anche di un’attività economica assolutamente legale, legittima e di grande valore economico e sociale.

Il commercio ambulante fa riferimento a quelle attività che possiamo definire “auto-impiego di rifugio”, indipendenti ma marginali, svolte in alcuni casi senza regolari licenze e autorizzazioni e che corrisponde a quei processi di produzione e di scambio che tendono a sottrarsi, per uno o più aspetti, alle norme del diritto commerciale, fiscale e del lavoro.

Per questo motivo, gran parte della letteratura scientifica associa il commercio ambulante all’economia informale, considerandolo sostanzialmente come un settore-rifugio per gli emarginati dal mercato del lavoro o addirittura accostandolo alla pratica della mendicità.

Anche nell’ambito dei settori “informali vanno invece, distinte le situazioni specifiche per la diversa gravità: dal mancato pagamento della tassa per l’occupazione del suolo pubblico all’occupazione di uno spazio diverso o più ampio rispetto a quello assegnato, dall’evasione del fisco alla vendita di prodotti senza autorizzazione o contraffatti. In quest’ultimo caso, l’informalità dell’attività economica sconfina nel reato penale. Non può essere confuso chi vende merce illecita (contraffatta), con chi tratta oggetti leciti, ma svolge la propria attività senza le necessarie autorizzazioni, o ancora con chi, è regolarmente autorizzato ma vive l’irregolarità in relazione alle condizioni dell’occupazione (contratti di lavoro, modalità di retribuzione, orari ecc.) e alle modalità di erogazione della prestazione lavorativa o con chi evade il fisco. Gli illeciti amministrativi non sono reati penali e non comportano sanzioni penali, espulsioni e criminalizzazione indiscriminata.

Quello che va sotto il nome di “abusivismo commerciale” è dunque un insieme complesso di situazioni e di attività, alcune delle quali sono certamente da reprimere ai sensi delle leggi vigenti, mentre altre si configurano come più o meno irregolari e interpellano variamente le autorità preposte a disciplinarle ed eventualmente a favorirne il riconoscimento.

Infine non va dimenticato che il commercio ambulante assume spesso le caratteristiche di un’attività svolta in maniera assolutamente regolare. e redditizia, attraverso importanti interventi pubblici.

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E non va dimenticato che la crisi economica ha di nuovo creato quella funzione di spugna di assorbimento per l’irrisolto problema occupazionale di cui si parlava negli anni sessanta settanta!

  1. Il terzo problema da valutare è che il fenomeno è molto collegato ai flussi migratori.

In Italia del Nord questo fenomeno è ben noto fin dagli anni ’60, quando in concomitanza con la ristrutturazione industriale e le politiche connesse, si aveva pure l’arrivo di migranti dal Sud Italia che si dedicavano alla vendita in strada o in spiaggia .

Allora i venditori in strada o in spiaggia provenivano dalle regioni del Sud Italia; oggi sono perlopiù migranti internazionali.

La vendita ambulante nei primi anni novanta si è sviluppata in particolare per iniziativa di chi si trovava in Italia da poco e non trovava nulla di meglio, e ha rappresentato la principale strategia di sussistenza per numerosi immigrati clandestini dediti al commercio ambulante (generalmente abusivo) di articoli made in China. Il loro lavoro era uno dei più stressanti. Il continuo gioco a rimpiattino con i vigili costringeva l’ambulante ad una routine quotidiana estenuante, spesso poco remunerativa. Successivamente si sono gradualmente sviluppati percorsi evolutivi positivi: vi sono ambulanti che sono riusciti nel giro di alcuni anni ad ottenere la licenza di venditore ambulante, entrando a pieno titolo nel giro dei mercati rionali, frequentando le maggiori fiere e trasferendosi sulle spiagge in estate, altri che si sono inseriti in imprese italiane come forza lavoro a bassa qualifica ed altri ancora che, investendo i propri risparmi, hanno creato altre forme di impresa-rifugio nel commercio in sede fissa, nella ristorazione e nel commercio all’ingrosso.

Sembrava quasi che il fenomeno fosse in via di estinzione o di forte contenimento. Mentre anche tra gli immigrati , oggi la rinascita dell’ambulantato è soprattutto una conseguenza della progressiva saturazione dei settori tradizionali di primo inserimento e della contrazione delle risorse disponibili in seno alle reti parentali-amicali provocata dal rapido aumento degli arrivi clandestini.

Per saper intervenire, andrebbero comprese le dimensioni del fenomeno in altri paesi, spesso quelli da cui provengono anche i migranti.

Andrebbero studiate le condizioni di questa attività in Cina, in India, ad esempio, si calcola che i venditori in strada siano più di 10 milioni, nel Senegal, nei Paesi africani etc. per volgersi all’esperienza degli altri paesi, dove spesso si è studiato ed approfondito in materia, sia per meglio comprendere la sorprendente sopravvivenza di un fenomeno che sembrava destinato a scomparire, sia per cominciare a rendersi conto di quale bagaglio di esperienze e conoscenze molti immigrati che si dedicano a questo tipo di attività portino con sé.

Sarebbe significativo, infine,  comparare l’andamento dell’imprenditoria straniera sul totale dell’imprenditoria nei singoli comuni e comparare ulteriormente il rapporto tra imprenditoria straniera e imprenditoria italiana.

E ci sarebbe da valutare che le condizioni di vita e di integrazione degli ambulanti sono molto migliori di quelle di coloro che svolgono la loro attività in settori manifatturieri o agricoli, sia perché gli ambulanti sono meno assoggettati allo sfruttamento selvaggio, sia perché vivono in strada sia perché apprendono la lingua molto prima di coloro che per 10/14 ore o più lavorano isolati in luoghi specifici,

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Queste le tre “realtà” da considerare nell’esame dei singoli casi e nella scelta degli indirizzi normativi e regolamentari da applicare: occorre comunque indagare la composizione interna, le dinamiche e gli effettivi andamenti di ogni parte distinta del commercio su aree pubbliche.

Un tema di grande significato, ma da non confondere con le tre problematiche principali fin qui illustrate, è quello del legame tra la vendita su strada ed il turismo.

Ovviamente non ci si riferisce al turismo organizzato, d’elite e di “qualità” culturale, assolutamente impermeabile al fenomeno, ma alle masse turistiche che si “riversano” in maniera occasionale e senza servizi né controlli in alcuni luoghi, come di recente sta avvenendo a Napoli/Pompei.

Può essere immediatamente colto il nesso tra commercio ambulante irregolare ed abusivo di questo tipo e fenomeni turistici di questo tipo occasionale e di massa.

In questo settore più della realtà conta la “percezione”: la realtà è che queste masse turistiche attraggono immediatamente masse di venditori su strada/spiagge/ piazzali antistanti i luoghi di attrazione turistica.

La percezione è molto diversa a seconda delle categorie intervistate. Numerosi studi sono stati condotti in proposito ed in essi si è sottolineato come da un lato il fenomeno dell’ambulantato abusivo venisse considerato come fonte di concorrenza sleale per i commercianti in regola , per gli abitanti del luogo apparisse un aspetto particolare delle più vaste difficoltà derivanti dall’assorbimento di un’immigrazione non regolata e non regolare, ed invece per per i turisti veniva riconosciuto-percepito come un fenomeno connaturato alla località turistica e al tempo stesso funzionale.

In sintesi per i turisti per lo più gli ambulanti abusivi svolgono un lavoro come tanti altri e sono motivo di attrazione, mentre tra i residenti e tra gli imprenditori turistici prevale l’idea che siano comunque “troppi” e spesso che siano fastidiosi e insistenti, per nulla simpatici e folkloristici.

Per fronteggiare la situazione, secondo i residenti bisognerebbe soprattutto volgersi ad azioni di tipo preventivo e a politiche di integrazione sociale mentre gli imprenditori turistici e commerciali specificano che occorrerebbe colpire duramente perché richiamano, nelle loro osservazioni, la concorrenza sleale nei confronti del commercio regolare ed autorizzato: l’abusivismo in quest’ottica, offrendo prodotti a prezzi convenienti, sottrae quote di mercato agli esercenti locali ed arreca loro un danno economico. La slealtà della concorrenza aumenta se le merci sono di provenienza illegale o contraffatte: in questi casi, il commercio di prodotti griffati a prezzi decisamente più bassi rispetto agli originali, oltre a riflettersi sulle aziende private in termini di riduzione delle vendite e di diminuzione del fatturato, agisce a livello di costi sociali, dato che i risparmi effettuati riguardano sia i costi del prodotto, sia i costi del lavoro (con la totale evasione delle spese previdenziali e contributive dei propri dipendenti, nonché dell’imposizione fiscale).

Quindi la non marcata insofferenza da parte dei turisti verso la vendita abusiva su strada, percepita in realtà come una valida opportunità per l’acquisto occasionale di beni a basso prezzo, in una visione degli ambulanti come folcloristici animatori delle visite turistiche o addirittura la visione dell’immaginario collettivo che vede i venditori come parte integrante dell’offerta turistica, vengono contrastati da chi subisce la “concorrenza” come un grave problema di ordine pubblico e di sicurezza, tanto da suscitare sempre più forti richieste di intervento: se non adeguatamente contrastate – si sostiene – le attività di vendita senza licenza rischiano infatti di fungere come fonte di istituzionalizzazione di una vasta area di illegalità.

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Temi delicati e complessi sui quali è lecito dubitare che Panini sia in grado di intervenire, ma sui quali si spera che politici più attenti a livello nazionale e gli stessi operatori economici del settore, non ritengano di “lasciar fare”

E si spera che chi tiene veramente alla tutela del Patrimonio dell’Umanità e alla cultura, comprenda che per intervenire in questo settore non si può perdere un minuto!

IAV

Gli ambulanti a Napoli!

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Spetta a Paolo Barbuto, che intervista Ciro Esposito, dare il via al tormentone degli AMBULANTI, che unito alla tradizionale litania contro i TAVOLINI SELVAGGI e alla più recente dei PARCHEGGIATORI ABUSIVI costituiranno i TEMI privilegiati delle inchieste della stampa cittadina!

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I politici e la Polizia Municipale continueranno ad invocare la LEGALITA’ anche se non si sa bene in che senso e in che direzione! E sperando che le “armi”  auspicate siano quelle normative!

La categorie interessate si trascineranno ……..alla ricerca della “raccomandazione” e delle “conoscenze”……….. perchè, bene o male, comunque, ci sarà sempre un PICONE……..

E probabilmente, al di là delle parole, tutti vorrebbero che in città rimanga tutto sostanzialmente INVARIATO!!!!!

E la stranezza dell’articolo di Paolo Barbuto, che riferisce da Ciro Esposito, è che la “fatalità” e conseguente necessità di “interventi per casi specifici” vengono addirittura dichiarati esplicitamente: a leggere sembra che un REGOLAMENTO nuovo sia improvvisamente venuto fuori senza che nessuno ne sia responsabile e che dalla prossima settimana “si troverà” una soluzione!

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Ma invece il Regolamento ha nomi e cognomi: quelli certi e diretti sono Enrico Panini e Paola Sparano, coadiuvati da uno stuolo di staffisti e impiegati solerti e da dirigenti e consiglieri comunali del tutto inconsapevoli……….(nella migliore delle ipotesi!).

E Ciro Esposito, che dovrebbe comandare la Polizia Municipale, lo sa che anche i Plebei avevano capito che servivano le XII Tavole per avere norme CERTE applicabili a TUTTI e TUTTI i GIORNI? Lo sa che il Prefetto non può intervenire sui regolamenti approvati dal Consiglio Comunale? 

Come si può, dopo tanti secoli, teorizzare che esiste un REGOLAMENTO, valido per gli altri, che sul lungomare la prossima settimana non si applicherà?

E’ in questo humus che si legittima………TUTTO!

Sui TAVOLINI di “primitivo”, selvaggio” e “illegale” c’è ormai solo il comportamento di una Amministrazione Pubblica che da un lato emana BANDI per chiedere in una sessantina di giorni progetti esecutivi su siti monumentali della città o per l’abbattimento delle Vele e la ristrutturazione della Vela Azzurra (non più destinata a Museo e mantenuta come simbolo architettonico, ma destinata a case da assegnare secondo i pareri dell’Avvocatura Municipale ma su responsabilità della Direzione Patrimonio), e dall’altro,  dal 2009 per merito di Mario Raffa e dal 2011 per merito di Marco Esposito (l’inventore dei NAPO moneta napoletana che a quanto pare non si è affermata nelle Borse Internazionali) e di Enrico Panini, coadiuvato da Garella, si avvia ai  10 anni per stabilire come devono essere i dehors! (salvo alcuni che, indisturbati, occupano marciapiedi e adottano strade e aiuole).

L’unico “miglioramento” dell’intero paesaggio napoletano,  rispetto alle estati in cui il mio Ufficio semplicemente concedeva il suolo pubblico dinanzi ai Bar e ai Ristoranti dal 1 gennaio (con apposita ordinanza valida per TUTTI, nelle more dei singoli rilasci-rinnovi) al 31 dicembre (tariffa tosap permanente), è stato dato dall’autodemolizione (per disperazione) del grillage in legno realizzato negli anni novanta dal papà degli attuali gestori del bar Riviera che, stanchi di sigilli e di udienze penali, hanno preferito il “ravvedimento operoso!!!!!! ………………………….

I peggioramenti: abusivismo dilagante, spazi senza confini, disturbo alla quiete pubblica e non solo nei luoghi della cd. movida, plastiche svolazzanti, incuria, assenza di fioriere, assenza di qualità, assenza di investimenti per utilizzare materiali diversi dalla plastica nei luoghi di particolare pregio, caos tra esercenti, “costi” enormi per gli esercenti, riduzione delle entrate “ufficiali” per il bilancio del Comune di Napoli, (I DATI SUL RISCOSSO NON SONO RILEVABILI , ma nel 2015, nella Relazione dei Revisori sulla COSAP, si dà atto che Non sono pervenuti i dati relativi all’evasione tributaria, ma si dichiara di aver verificato che il Comune ha proceduto ad attività accertative a seguito di verifiche nei confronti di coloro che non hanno corrisposto quanto dovevano, parlando per la COSAP di 4.000 verifiche effettuate e 3.695 avvisi di accertamento inviati, che è, come dire, che solo in 305 casi è stato trovato tutto in regola (ma ci si riferisce a TUTTE LE OCCUPAZIONI anche quelle per feste, eventi, manifestazioni di pochi giorni!))

Più serio il tema dell’ambulantato perché penso che oltre 10.000 famiglie a Napoli vivano di questa attività!

Ed è proprio sull’ambulantato che il nostro PANINI ha toccato l’apice con tre azioni che sarebbero esilaranti se non comportassero DANNI ENORMI per gli ambulanti:

  • la prima: mentre in Italia si studia come garantire a questa fascia sociale una possibilità di lavoro, e il Governo ha prorogato l’applicazione della Bolkestein al 2018, Panini ha impedito lo svolgimento di fiere, eventi e occasioni in nome di presunte, fantomatiche “gare” e bandi!

  • La seconda: quando in una indagine si è rilevato, con preoccupazione, che il settore dell’ambulantato aveva avuto netti incrementi numerici e che Napoli era la città più coinvolta dalla crescita quantitativa “Napoli prima città per incremento imprese commerciali ambulanti. Tra fine 2011 e giugno 2015 aumento 40% e 4.191 nuovi operatori) si è gloriato della performance ed ha testualmente affermato: “L’amministrazione de Magistris – ….. ha lavorato per potenziare la rete distributiva a servizio di cittadini e turisti, rendendo la massima parte degli operatori del commercio immune dal ricatto della criminalità organizzata. A breve sarà possibile individuare nuovi mercati per vendere i propri prodotti regolarmente”.(Il Mattino 20.01.2017): ma forse non sa che l’ambulantato è il luogo di assorbimento dell’irrisolto problema occupazionale e l’unica attività lecita possibile per molti immigrati? Che questi “numeri” sono solo il sintomo della fame?

  • La terza azione è stata (che Paolo Barbuto avverta Ciro Esposito) quella di abrogare il divieto di itineranza su tutto il territorio del Comune di Napoli, inserito nel Siad 2001 in considerazione della circostanza che il titolo veniva conseguito nel Comune di Residenza ma consentiva di “itinerare” nell’intera Regione, aggiungendo così ai nostri già 8.000 ambulanti un numero imprecisato ed imprecisabile, proveniente dall’hinterland comprensivo di san giuseppe vesuviano! Questo divieto di itineranza, che superò ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato, ha salvato la città dall’invasione che a Pasqua si è toccata con mano per la prima volta, essendosi appunto provveduto all’abrogazione del divieto solo di recente in Consiglio Comunale!

E, dunque, questa volta è chiaro che ciò che accadrà è perfettamente prevedibile…….. e poi, magari, si invocheranno il confino o l’uso della repressione più violenta, si griderà al rispetto della “legalità”, si scopriranno improbabili connivenze con la criminalità organizzata!

Nel prossimo Blog qualche riflessione sul commercio sulle aree pubbliche! Le riflessioni che avrebbero dovuto fare gli Uffici prima di procedere, nella più totale ignoranza ed incuria, a presunte riforme e modifiche!

IAV

Ma gli Uffici di Panini conoscono i principi cui si devono attenere per definire gli ambiti e dettare i piani attuativi? O è solo l’ennesimo rinvio …..sulla pelle degli esercenti e con danni alla Città? Non potrà più essere tollerato!

Autorizzazione-paesaggistica-semplificata-2-843x321Il Regolamento SEMPLICE E SNELLO di Panini è stato approvato nel 2014, il Documento di orientamento strategico per il Centro Storico Patrimonio dell’Unesco ribadito nella Programmazione economica e strategica del Comune di Napoli, i finanziamenti rinnovati nel 2016………..

CI SI ASPETTEREBBE CHE anche se i progetti sui Monumenti non hanno avuto buon fine sulla prima tranche di finanziamenti europei e stentano a decollare su questa nuova tranche, almeno i progetti per semplici dehors siano ……. pronti dopo tre anni di lavoro…………………………….

e invece NO.

L’Intesa con il Soprintendente è di bloccare tutto anche per l’anno 2017 perchè li stanno redigendo.

Ma chi???

E se per progettare i dehors occorrono tre anni, cosa succederà della seconda tranche di finanziamenti per interventi significativi nel centro Storico?

Ma, poi, ci si domanda, come li progettano se la realizzazione spetta agli esercenti e i costi gravano sugli esercenti? Approveranno u progetto pubblico a spese e a cura dei privati? Come potranno imporre ai privati gli investimenti necessari alla realizzazione del progetto pubblico eventualmente sovradimensionato rispetto alle possibilità economiche del privato esercente o eventualmente sovradimensionato rispetto alle sue necessità?

Non era il caso di dettare dei criteri di larga massima e rimettere a ciascun esercente le valutazioni sui propri bisogni e le proprie possibilità di investimento?

Ma al di là di queste banali e ovvie considerazioni che, alla luce delle esperienze tragicomiche degli ultimi dieci anni, risultano comprovate, considerato che Comune e Soprintendenza non sono riusciti ad imporre neanche un panchetto tipo per esposizione libri in una zona limitata come Port’Alba e non riusciranno mai ad imporre “progetti” specifici per tutta l’area Unesco, la vera questione che si pone è che dovrebbe poi curare i progetti d’ambito per l’area Unesco, Enrico Panini!

Eppure da tutti gli atti fin qui approvati o trasmessi in giro senza pervenire all’approvazione, si comprende in maniera evidente che Panini e tutti gli Uffici ai cui pareri si attiene non conoscono e non seguono il “Documento Di Orientamento Strategico “Grande Programma Per Il Centro Storico Patrimonio UNESCO” approvato e sottoscritto dall’Unesco.

Nello stesso si chiarisce, innanzitutto, l’oggetto della tutela “È di tutta evidenza come, nel caso del Centro Storico di Napoli, si tratti di un bene incluso nell’Elenco dei siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO con caratteristiche del tutto peculiari.

Laddove, infatti, la dimensione più contenuta dei luoghi da tutelare, ovvero la loro stessa natura (aree archeologiche, monumenti circoscritti, ecc.) consentono chiaramente di identificare strumenti e azioni per la salvaguardia dell’integrità del bene culturale, e conseguentemente la compatibilità con le modalità della loro fruizione ed uso, tutt’altra cosa rappresenta il caso di una parte consistente e viva di una città, cuore di un’area metropolitana, tra le più grandi d’Italia”

Ed infatti, The protection of a huge historical centre like that one of Naples derives above all from the translation of protection in norms and rules and from the exercise of the control of their observance. Substantially the entire normative apparatus of protection can be subdivided in two macro categories:

a) instruments of protection for the whole historical center

b) instruments of protection of single monuments

Per quanto riguarda i criteri si chiarisce: “In particolare, sotto il profilo socioeconomico si rilevano le seguenti criticità:

– sensibile diminuzione del numero di esercizi commerciali di piccole dimensioni e perdita di competitività dell’area commerciale rispetto a centri pianificati ex novo e realizzati nelle aree periferiche;

– progressivo allontanamento delle attività artigianali ed artistiche tradizionali storicamente ubicate nel centro storico;

– difficoltà di insediamento di nuove imprese in ambito urbano;

– inadeguata rete di servizi terziari o “reali” a sostegno delle imprese che possono influenzare, indirizzare ed agevolare i percorsi di rinnovamento del tessuto economico del centro storico;

– inadeguata presenza di strutture per la implementazione di politiche sociali;

– mancata valorizzazione delle reti del terzo settore esistenti;

– inesistente o scarsa sinergia tra soggetti pubblici e privati nell’attuazione delle politiche di sviluppo locale;

– mancato adeguamento di alcuni spazi pubblici ed edifici storici e monumentali con conseguente difficoltà di utilizzo degli stessi per attività di tipo pubblico e privato;

  • assenza di manutenzione urbana;

  • scarsa animazione del centro storico.

Rispetto a queste problematiche il Programma si propone di sviluppare un approccio di tipo integrato per una gestione strategica dello sviluppo, nell’ambito del quale una componente fondamentale è data dalla capacità di attuare interventi di riqualificazione del centro storico secondo una logica di partenariato tra l’ente pubblico, gli attori chiave del territorio ed il più alto numero possibile di soggetti privati, interessati al miglioramento dell’ambiente urbano.

Quanto alle norme cui attenersi il Comune di Napoli, le ha consegnate e precisate.

In concomitanza con l’iscrizione nella lista UNESCO, l’azione di tutela del Comune di Napoli si è espressa attraverso la formulazione e l’adozione di strumenti di pianificazione e di programmazione.

La stesura della Variante Generale (V.G.) al Piano Regolatore Generale del 1972 iniziata nel 1993, con la “Variante di Salvaguardia “ (1996), si conclude con l’approvazione da parte della Regione Campania nel 2004 del vigente nuovo Piano Regolatore Generale di Napoli che si articola nella normativa di base, nelle tavole e nei seguenti piani di dettaglio, che sono parte integrante del Piano urbanistico:

– Piano comunale dei trasporti approvato;

– Piano generale del traffico urbano (P.G.T.U.) 2004;

– Regolamento Viario allegato al P.G.T.U. aggiornato e approvato contestualmente;

– Piano della rete stradale primaria approvato dalla Giunta Comunale nel 2000;

  • Strumento di intervento per l’apparato distributivo approvato nel 2001;

  • Piano degli impianti pubblicitari;

  • Programma di delocalizzazione degli impianti di distribuzione dei carburanti

La finalità perseguita da questi strumenti urbanistici è quella di tutelare l’integrità fisica e l’identità culturale del territorio, escludendo ulteriori espansioni, salvaguardando le ultime preziose aree verdi e il tessuto storico – sia relativo al centro che a quello dei borghi rurali sei-settecenteschi che formano una corona da est ad ovest – e disciplinando la trasformazione delle aree dismesse, con l’obiettivo di valorizzare la qualità urbana, condizione necessaria allo stesso sviluppo economico.

Questo è quanto approvato dall’Unesco per quanto riguarda la tutela in dimensione urbana e queste sono le Direttive cui attenersi per conservare la classificazione del Centro Storico come patrimonio dell’umanità.

Finora sono stati disattesi documenti e criteri e non è stato documentato né il raggiungimento degli obiettivi né il rispetto dei criteri di sinergia pubblico-privati imposto dall’Unesco.

La controprova è data dalla circostanza che gli Uffici vanno avanti e continuano a simulare l’approvazione di nuove regole per il commercio, le edicole, gli impianti pubblicitari, i dehors, il commercio su aree pubbliche o, piuttosto, gli impianti di distribuzione dei carburanti senza, in realtà, conseguire alcun risultato utile, senza portare a termine amministrativamente alcun procedimento e senza comunicare le varianti urbanistiche agli uffici Unesco!

Ma vi è di più: ipotizzando, come appare dalla stampa, che i piani attuativi siano predisposti dalla Soprintendenza non si rispettano né i principi dell’Unesco né lo stesso regolamento approvato dal Consiglio Comunale di Napoli che, una volta che la Giunta avesse individuato gli ambiti demandava ai privati la presentazione dei progetti, riservando all’ente pubblico solo interventi di particolare rilievo ed escludendo i privati ogni qualvolta l’Amministrazione provveda alla realizzazione di un intervento di riqualificazione dell’intero spazio pubblico dell’ambito.

Quindi, la totale assenza di consapevolezza degli scopi di tutela da raggiungere e la mancata individuazione dei soggetti da chiamare alla progettazione, fanno emergere ancora una volta la natura falsa e strumentale di questa presunta Intesa che, more solito, serve, ancora una volta, a comprimere e mortificare l’iniziativa economica e ad impedire ogni reale rilancio del Centro Storico come luogo di sviluppo e di turismo, a costringere gli esercenti ad investimenti di spesa e a fingere di rilasciare autorizzazioni provvisorie: poi ciascuno faccia come gli pare!

IAV

Gli ambìti àmbiti dall’Assessore Panini non potranno impedire la semplificazione voluta dal legislatore.

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Nella lingua italiana àmbito significa, secondo Treccani: àmbito s. m. [dal lat.ambĭtus-us, propr. «l’andare attorno», der. Di ambire: v. ambire. –1. Giro, circùito, spazio, circolare o no, compreso entro dati limiti, nel quale uno si muove o compie determinate funzioni: nell’a. delle mura cittadine; dentro l’a. delle pareti domestiche. Più com. fig.:nell’a.della propria famiglia;la sua fama non uscì mai dall’a.ristretto dei suoi amici e discepoli;nell’a.delle sue funzioni, la responsabilità delle decisioni è sua; dottissimo nell’a.della sua materia.2. In musica, distanza esistente fra il suono più grave e quello più acuto di una melodia; anche, l’estensione delle varie voci e dei varî strumenti.3. letter. Procacciamento delle cariche elettive; broglio elettorale.

Secondo l’Alessio-Battisti dall’etimologia latina indica un “andare in giro”, “brigare” e da nipote di quel Giovanni Alessio che è appunto autore del “Dizionario etimologico italiano in cinque volumi pubblicato tra il 1950 e il 1957” mi sembra che questa indicazione sia quella più attinente al Comune di Napoli rispetto ai tavolini e alle sedie davanti ai bar e ai ristoranti!

Nella legislazione urbanistica non si rinviene un concetto di ambito giuridicamente definito.

Nella variante del Piano Regolatore del Comune di Napoli all’art. 2 delle Norme di attuazione viene precisato che “La parte III raggruppa le ulteriori norme che riguardano gli ambiti del territorio comunale, come individuati nella tavola 8.” precisandosi nei successivi articoli che sono parti del territorio sottoposte a piani esecutivi e per le quali è prevista la modificazione del tessuto urbano mediante interventi di ristrutturazione urbanistica.

E, quindi, nel Comune di Napoli gli ambiti sarebbero 46 e sono puntualmente disciplinati nella Variante Generale.

Meno chiaro è che cosa siano gli “ambiti” negli atti elaborati dagli Uffici che dipendono da Panini. Cattura Panini Soprintendente

Con la delibera di C.C. n. 71/2014 il Consiglio comunale di Napoli si è dotato del Regolamento per l’occupazione di suolo pubblico per il ristoro all’aperto delle attività di somministrazione di alimenti e bevande e di vendita al dettaglio di prodotti alimentari confezionati e/o artigianali (dehors).

Secondo quanto scrive il Comune nel proprio sito istituzionale: ”Il regolamento ha una struttura snella, mira ad accelerare e semplificare il procedimento di rilascio della concessione e, soprattutto, a ricondurlo in linea con il complesso delle norme che governano la materia. La norma, mira, quindi, alla tutela dello spazio pubblico e persegue l’obiettivo di assicurarne le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione, attraverso regole e schemi codificati che ne garantiscano la compatibilità con i luoghi e il decoro pubblico.

Correva l’anno 2014!

Accelerazione e semplificazione, quindi, non hanno atteso i provvedimenti statali ma sono stati codificati da oltre tre anni e, per quanto concerne il tema che ci interessa, troviamo all’art. 5

2. Entro 180 giorni dall’approvazione del presente Regolamento, la Giunta comunale, sentito il Soprintendente, individua le aree pubbliche, aventi valore archeologico, storico, artistico e paesaggistico e le aree da sottoporre a piano attuativo obbligatorio (progetto d’ambito). Il piano attuativo, di iniziativa pubblica o privata, dovrà garantire l’aspetto armonico tra le occupazioni e tra le stesse e il contesto urbano, nel rispetto dell’assetto dei luoghi, delle vedute e dei panorami apprezzabili dalle principali percorrenze e rispetto ai punti di osservazione più significativi.
3. La Giunta Comunale approva i piani attuativi sulla scorta di un percorso amministrativo che tenga conto delle indicazioni e delle prescrizioni fornite dall’Ente preposto alla tutela dei vincoli storico-culturali e paesaggistici e dei pareri dei Servizi interni all’Amministrazione con specifiche competenze in materia, sentite, altresì, le Associazioni Imprenditoriali di categoria maggiormente rappresentative.
4. Il piano attuativo è altresì obbligatorio ogni qualvolta l’Amministrazione provveda alla
realizzazione di un intervento di riqualificazione dell’intero spazio pubblico dell’ambito. In tal caso il piano è predisposto dall’Amministrazione Comunale senza necessità di acquisire l’assenso degli operatori.

5. Nelle more dell’approvazione dei piani attuativi, nell’Area A sono, comunque, consentite occupazioni di suolo con dehors di tipo A e B (con ombrellone esclusivamente a sostegno centrale), nel rispetto della presente disciplina.”

Se ne deduce che, secondo quanto stabilito dal Consiglio Comunale, una volta individuati entro il 10.6.2015, dopo aver sentito il Soprintendente, gli ambiti, la competenza per l’approvazione dei piani attuativi rimaneva alla sola Giunta Comunale e gli stessi potevano essere sottoposti alla Giunta o dagli Uffici o da privati: la Soprintendenza come le Associazioni Imprenditoriali di categoria dovevano essere solo sentite!

L’Assessore Piscopo entro il 10 giugno 2015 ha individuato gli ambiti?

Gli ambiti coincidono con gli ambiti urbanistici della Variante Generale?

Se non coincidono, ci sono altri “ambiti” nel nostro Piano regolatore? Esiste una variante urbanistica? E, soprattutto, i privati, che potevano presentare il loro progetto d’ambito, sono venuti a conoscenza degli ambiti nei quali potevano esercitare tale facoltà, con le forme di pubblicità previste a norma di legge?

Dal sito istituzionale del Comune di Napoli non è dato apprendere niente di tutto ciò e, quindi, non è dato conoscere se esistono progetti d’ambito approvati né chi li abbia presentati né i percorsi amministrativi seguiti né se siano stati rispettate:

  • le leggi dell’ordinamento giuridico italiano
  • le leggi regionali
  • i criteri e le norme collegate alla tutela del SITO riconosciuto dall’Unesco come patrimonio dell’Umanità
  • le prescrizioni fornite dall’Ente preposto alla tutela dei vincoli che dovrebbero essere state rese note ai privati e alle Associazioni Imprenditoriali di categoria maggiormente rappresentative, con le adeguate e ordinarie forme previste per le scelte urbanistiche, per consentire agli stessi di presentare i Piani di iniziativa privata.

Dopo il 10 giugno 2015 attraverso incontri con i vertici di Palazzo san Giacomo preceduti o seguiti da note scritte, ho tentato di comprendere quali fossero le azioni messe in campo dall’Urbanistica ottenendo le seguenti risposte:

1) dal Direttore Generale Attilio Auricchio che il tema non era di interesse dell’Amministrazione Comunale, ma della sola Soprintendenza.
2) dall’Assessore all’Urbanistica Piscopo che il tema non lo riguardava, essendo di stretta competenza della DIRIGENZA del Comune di Napoli.

La questione degli ambiti dal punto di vista giuridico rimane, quindi, a tutt’oggi irrisolta e pare sia stata demandata a Panini, che avrebbe stipulato una intesa con la Soprintendenza.

Panini Garella

Il primo approfondimento da fare è quello di comprendere se Garella e Panini conoscono l’oggetto della tutela e i criteri da seguire per pervenire a questa tutela, nella misura in cui l’oggetto non è un singolo edifico o monumento e i criteri da seguire per la tutela sono contenuti in atti di cui sembra che Panini ignori l’esistenza.

Ora dispiace dover sempre prendersela con Panini e richiamare Piscopo ai propri doveri istituzionali, ma certo le eventuali Intese con la Soprintendenza, per gli aspetti non SOTTRATTI per legge dai poteri della stessa, vanno assunte tra la Soprintendenza stessa e gli Uffici preposti alla tutela paesaggio e dei beni culturali, non certamente da Uffici assolutamente incompetenti in materia, quali tutti quelli legati alla dottoressa Paola Sparano e l’Avvocatura Municipale.

Dopo il 10 giugno 2015 la stampa cittadina ha continuato ad interessarsi della vicenda ma sempre senza riuscire ad apprendere niente di definito.

I Consiglieri Comunali hanno continuato e continuano ad invocare misure repressive e punitive a carico degli esercenti senza, peraltro, chiedersi cosa loro stessi avrebbero voluto che avvenisse e controllare l’operato della Giunta Municipale tra il giugno del 2015 e il 2017!

Gli operatori hanno continuato ad istallare, in un modo o nell’altro, tutto ciò che volevano!

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Le entrate da occupazione di suolo pubblico in bilancio comunale sono vorticosamente diminuite, sebbene on the road si apprende che i costi per gli esercenti risultano aumentati.

Un dato è certo. Il 5 comma dell’articolo 5 del Regolamento di Panini va inteso così:

Nelle more dell’approvazione dei piani attuativi dovranno essere consentite tutte le occupazioni realizzate con installazioni esterne poste a corredo di attività economiche quali esercizi di somministrazione di alimenti e bevande, attività commerciali, turistico-ricettive, sportive o del tempo libero, costituite da elementi facilmente amovibili quali tende, pedane, paratie laterali frangivento, manufatti ornamentali, elementi ombreggianti o altre strutture leggere di copertura, e prive di parti in muratura o strutture stabilmente ancorate al suolo senza alcun parere della Soprintendenza.

Ed intanto Panini e i suoi Uffici faranno gli ambiti! Ma cosa sono??????????????????

IAV

Tende, pedane, paratie laterali frangivento, manufatti ornamentali, elementi ombreggianti o altre strutture leggere di copertura, e prive di parti in muratura o strutture stabilmente ancorate al suolo devono essere autorizzate per l’estate 2017.

vignetta fatalismoL’Architetto Giancarlo Graziani scrive su Fb :

Oggi sarebbe stato sottoscritto il protocollo d’intesa tra Comune e Soprintendenza per semplificare il rilascio in via transitoria delle occupazione di suolo pubblico, valevoli solo fino al 31.10.17, nelle more il comune dovrà predisporre tutti i piani d’ambito delle zone individuate con la vecchia delibera di giunta n. 911/2015. Purtroppo quanto esplicitamente riportato dal recente DPR 31/17 non vale per le aree interne alla cosiddetta zona UNESCO dove per la Soprintendenza vige un valore culturale da preservare! 
Chi vivrà vedrà …

E no, Architetto! Non le è consentito!

Una frase così la può dire  chi non conosce la normativa ed è francamente disinteressata alle sorti dei dehor.pecore2

La possono dire gli esercenti del pubblici esercizi cui, forse, non conviene intraprendere l’ennesima lotta.

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La possono dire gli impiegati comunali senza qualifica dirigenziale che devono solo curare di ricevere per iscritto  dai loro Dirigenti direttive contra legem.

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Ma non possono dirla i Dirigenti, (quelli veri, ovviamente, non quelli che hanno accettato di svolgere, in cambio di lauti guadagni, lo scomodo ruolo di prestanome) perchè loro sono tenuti a rispettare la legge.

Non possono dirlo gli intellettuali napoletani, tecnici, giuristi e cultori dei centri storici e delle città, se non rinnegando se stessi e la propria cultura, convalidando con ciò l’idea che i napoletani sarebbero affetti da un “fatalismo plebeo e sanfedista che ancor oggi impedisce loro di essere un popolo” e smentendo grandi tradizioni culturali e giuridiche che, invece, senza alcun dubbio, i Napoletani hanno!

Il legislatore, proprio perché sul testo sono intervenuti consessi autorevoli che si sono anche accuratamente documentati e sono intervenuti con la piena consapevolezza di dover “costringere” la “burocrazia” ad attenersi, ha stabilito:

Art. 14

Prevalenza del regolamento di delegificazione e rapporti con gli strumenti di pianificazione

1. L’esclusione dell’autorizzazione paesaggistica per gli interventi di cui all’Allegato «A» prevale su eventuali disposizioni contrastanti, quanto al regime abilitativo degli interventi, contenute nei piani paesaggistici o negli strumenti di pianificazione ad essi adeguati. Sono fatte salve le specifiche prescrizioni d’uso dei beni paesaggistici dettate ai sensi degli articoli 140, 141 e 143, comma 1, lettere b), c) e d), del Codice.

I cittadini napoletani DEVONO SAPERE che la Soprintendenza NON PUO’ PIU’ essere utilizzata come alibi e copertura e, quindi il Comune, dovrà evadere le richieste di occupazione suolo già depositate e “sospese” con le più svariate motivazioni ( di norma verbali e giornalistiche) nei termini di legge.

In caso contrario siamo all’omissione di atti d’ufficio.

Certo il Comune può inviare il rigetto delle istanze motivando, ma non può far discendere le successive difficoltà, i rigetti, i ritardi da presunte richieste di Garella e dei suoi funzionari.

Tra l’altro va anche detto che il Centro Storico Patrimonio dell’Unesco , delimitato da anni ed anni, ha anche già avuto la propria disciplina e, quindi, le istanze proposte dai privati andranno senz’altro esaminate alla luce dei principi fissati nel Programma elaborato e proposto dal Mibact, dal Comune di Napoli e dalla Regione Campania.

Si tratta di un Programma molto complesso che viene gestito dalla Direzione Centrale Pianificazione e Gestione del Territorio- Sito Unesco e che è del tutto sconosciuto a Panini e a tutti i suoi Uffici: gli stessi, pertanto, in caso di dubbi, potrebbero avvalersi di un parere degli Uffici della citata Direzione Centrale, ma NON POSSONO avvalersi né, tanto meno, attenersi ai Pareri della Soprintendenza.

Certamente NON POSSONO sospendere le istanze in attesa di una disciplina di Ambiti che, ove mai dovesse subentrare, e se ne dubita, non potrebbe avere ad oggetto gli interventi ESCLUSI dalla valutazione della Soprintendenza.

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Persa definitivamente ogni speranza di riordino, normalità, decoro per i tavolini e le sedie di bar e ristoranti: la speranza è durata solo 4 giorni. Vigili urbani, Uffici e giornalisti possono iniziare nuovamente la filastrocca primaverile!

Autorizzazione-paesaggistica-semplificata-2-843x321IL 6 APRILE 2017 E’ ENTRATA IN VIGORE LA SEMPLIFICAZIONE PAESAGGISTICA.

IL 10 APRILE PANINI E GARELLA HANNO FIRMATO UN PROTOCOLLO PER IMPEDIRE L’APPLICAZIONE DELLA LEGGE A NAPOLI E CONTINUARE L’ORDINARIA ATTIVITA’ SUI RISTORANTI E I BAR.

RIUSCIRANNO GLI INTERESSATI A

FERMARE

ENRICO PANINI , LUCIANO GARELLA, CATERINA CEDRANGOLO & CO.

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????

items_storia_mLa Soprintendenza è ESCLUSA IN MANIERA DEFINITIVA E IRREVERSIBILE DA

A.17. installazioni esterne poste a corredo di attività economiche quali esercizi di somministrazione di alimenti e bevande, attività commerciali, turistico-ricettive, sportive o del tempo libero, costituite da elementi facilmente amovibili quali tende, pedane, paratie laterali frangivento, manufatti ornamentali, elementi ombreggianti o altre strutture leggere di copertura, e prive di parti in muratura o strutture stabilmente ancorate al suolo;

Forse era meglio pensarci prima ed organizzare Tavoli tecnici per seguire l’evoluzione della tutela paesaggistica, ambientale e culturale che si stava determinando in Italia.

Ma forse era troppo sperare in questa consapevolezza.

In ogni caso da giovedì scorso la Polizia Amministrativa E’ TENUTA PER LEGGE A riscontrare le richieste di occupazione suolo alla luce della sopravvenuta normativa e non può più avvalersi dell’alibi della Soprintendenza.

E, quindi, da oggi devono cessare le grandi manovre e si deve mettere mano all’immediata revisione di regolamenti e delibere difformi dalla nuova normativa.

Al fine di evitare che si dia l’avvio alle richieste di parere all’Avvocatura Municipale che, tra l’altro, non sempre conosce la normativa in vigore, e certamente non conosce quella relativa alla tutela ambientale e paesaggistica, o, peggio, a tavoli tecnici con esperti/e della Soprintendenza dagli incerti confini, si precisa che parliamo di :

DECRETO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 13 febbraio 2017, n. 31 Regolamento recante individuazione degli interventi esclusi dall’autorizzazione paesaggistica o sottoposti a procedura autorizzatoria semplificata. (17G00042)

(GU n.68 del 22-3-2017)

Vigente al: 6-4-2017

si precisa ancora che ai sensi dell’art. 13 nel territorio del Comune di Napoli la normativa trova immediatamente applicazione:

Art. 13

Efficacia immediata delle disposizioni in tema di autorizzazioni semplificate

1. Ai sensi dell’articolo 131, comma 3, del Codice le disposizioni del presente decreto trovano immediata applicazione nelle regioni a statuto ordinario.

E si precisa ancora che , ai sensi del 3° comma

  1. L’esonero dall’obbligo di autorizzazione delle categorie di opere e di interventi di cui all’Allegato «A» si applica immediatamente in tutto il territorio nazionale,…..

Non si ritiene necessario fornire altri elementi in quanto, la normativa ha pienamente e completamente recepito tutte le interpretazioni che, per un decennio, ho trasmesso a Francesco Rutelli, Lorenzo Ornaghi, Massimo Bray, Dario Franceschini e che sono ben note all’interno del Comune di Napoli.

Inoltre va chiarito che l’iter della normativa entrata in vigore il 6 aprile ha avuto inizio con una deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 15 giugno 2016;

Sul testo è stata acquisita l’intesa della Conferenza unificata e ha espresso un proprio parere Il Consiglio di Stato nella Sezione consultiva per gli atti normativi, nell’adunanza del 30 agosto 2016;

Successivamente sono stati acquisiti i pareri delle competenti Commissioni parlamentari della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica e finalmente, è stato adottato il testo definitivo con la deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 20 gennaio 2017.

E dopo tutto questo lavoro per ritornare alla normalità………Panini e Garella hanno firmato oggi un Protocollo d’Intesa per sottoporre alla Soprintendenza tutto quello che era stato liberalizzato. Mentre monumenti e beni culturali…….. continuano ad essere abbandonati!

Ittico dormitorio

IAV