
I motivi che rendono urgentissimo un intervento sul commercio su aree pubbliche sono due:
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il primo è quello di evitare che si innesti la “guerra di religione” contro questa forma di commercio, che è intimamente connesso, tra l’altro, all’invasione turistica napoletana che costituisce vanto per l’Amministrazione e i suoi sostenitori, comprendendo che molti Mercati, la Fiera Antiquaria, le “strade dei Pastori”, l’artigianato artistico, i prodotti tipici, i MITI di Napoli, Edenlandia ormai abbandonata per sempre da Piscopo e Panini, sono MOTIVI del turismo e non fenomeni da reprimere e sopprimere.
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il secondo è che la tutela del centro Storico di Napoli, come Patrimonio dell’Umanità, passa, soprattutto, avendo clamorosamente fallito gli interventi di restauro, conservazione, ristrutturazione dei Monumenti e dei Palazzi storici, almeno dalla capacità di intervenire con norme di “tutela” che consentano di preservare le caratteristiche che hanno meritato alla Città l’onore del riconoscimento UNESCO!
E, Panini, che finora non ha pianificato assolutamente nulla, non ha tutelato il Centro Storico in nessun modo, non ha indirizzato la salvaguardia di quanto c’era da tutelare e valorizzare, rischia di assestare il colpo finale, pensando che, anche sul commercio su aree pubbliche, possa valere il giochino dei Regolamenti finti rimandati ad altre pianificazioni!
Tecnica deprecabile e superata anche per molto più complesse scelte urbanistiche, che, certamente, nel commercio su aree pubbliche potrebbe essere foriera di TRAGEDIE!
Il tema, come quello delle case (case abusive, occupazioni abusive, assegnazioni alla camorra etc etc) involge questioni “vitali” e, quindi, va trattato da persone competenti e capaci e non sono tollerabili “errori” e superficialità.
Con ciò non intendo certo dire che altri settori possano essere gestiti da incompetenti ma solo che, se risulta inefficiente una politica di traffico e viabilità, il massimo che accade è che in città si producano ingorghi, gli automobilisti risultino esasperati etc. ma sarà sempre possibile apportare modifiche, correttivi, sovvertire gli indirizzi e le prospettive.
Laddove, invece, la questione è di sopravvivenza……..sarà la realtà a prevalere su indirizzi politici errati e il conflitto può degenerare in maniera molto grave. E così nelle Vele rimane la camorra e nelle strade, gli “abusivi”, come vengono definiti dai giornali i parcheggiatori e i venditori ambulanti, prima “importante settore economico valorizzato da de Magistris” ed oggi quasi assimilati ai mendicanti che infastidiscono i turisti!!!!!!!
Ma perché la stampa napoletana intervista sempre vigili urbani certamente all’oscuro delle complesse normative urbanistico programmatorie per i dehors e il commercio su aree pubbliche? Perché non parlano con gli esperti?
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L’origine degli ambulanti si perde nella notte dei tempi, in quanto anticamente nei borghi agricoli non esistevano negozi stabili e quindi per l’approvvigionamento era necessario che le merci venissero portate ai mercati, alle fiere, per strada.
Per far fronte alle necessità della popolazione i commercianti si spostavano e portavano le loro merci. E’ documentato dall’anno Mille, pur senza escluderne l’esistenza in epoche più antiche, che a piedi, a dorso di asino, o magari con un carretto, gli ambulanti giravano per le campagne e le contrade, portando ogni genere di prodotto potesse servire.
Nei fatti, in tutto il mondo e in tutti i tempi, la vendita in strada costituisce una forma di attività commerciale considerevolmente persistente.
In Italia, con modalità anche diverse e forme mutevoli, è certo che, da tempo immemorabile, la “bancarella” viene utilizzata per esporre mercanzia e vendere ai passanti.
Un caro amico, l’architetto Sergio Di Macco, esperto in mercati pubblici, portava dietro con sé una foto d’archivio del Museo della Civiltà Romana di Roma per mostrare che il fenomeno aveva millenni di storia ed era, quindi, complesso da eliminare “attraverso” norme giuridiche!
Ed in effetti solo i regimi più autoritari hanno cercato di eliminare la vendita su strada, ma i risultati non pare siano stati rilevanti e certamente non duraturi.
Ogni progetto di eliminazione è generalmente fallito.
Nonostante la serietà della questione, la politica non dedica la dovuta attenzione al fenomeno e, quindi, si ritrova in genere a fare i conti con realtà ingovernabili.
Nella realtà italiana, e con particolare riferimento alle città turistiche e grandi della Penisola, il numero dei venditori di strada sale e scende a seconda degli anni e dei periodi dell’anno, della settimana e della giornata, rispondendo alle domande dei consumatori e agli andamenti del mercato del lavoro, ai cicli e alle fluttuazioni dell’economia, ai flussi turistici e all’andamento degli eventi!
E’ molto complesso far sì che l’andamento risponda al tipo di regolazione e di controlli posti in essere dalla Pubblica Amministrazione.
Per farlo occorrerebbe comprendere bene il fenomeno, studiarlo in maniera scientifica, comparare le situazioni, evitare gli scontri frontali, comprendere le esigenze.
Il problema, come quello delle case, è tra l’altro strettamente connesso a quello dei flussi migratori per vari motivi facilmente intuibili: il commercio su strada è attività diffusa in tutto il mondo e da alcuni Paesi il flusso migratorio è costituito da soggetti che esercitano questo mestiere già in Patria da un lato, e dall’altro è il “lavoro autonomo”, l’impresa, che più facilmente gli immigrati possono intraprendere.
Impedire l’ambulantato, quindi, equivarrebbe ad impedire l’immigrazione, a porsi contro ogni possibilità di integrazione e di riscatto degli immigrati nel nostro Paese. E’ evidente, quindi, che l’atteggiamento di favore nei confronti dell’accoglienza e di sincera volontà di integrazione degli accolti, implica atteggiamenti di favore nei confronti dell’ambulantato.
E se lo si consente agli immigrati, nessun atteggiamento ostile sarà possibile nei confronti degli ambulanti nostrani: altrimenti si presta il fianco alle contestazioni di discriminazione al contrario.
E, tuttavia, le Amministrazioni vengono poste sotto pressione in materia, da un gran numero di istanze diverse, dai rappresentanti di diversi interessi e da soggetti con diverse prospettive per cui il pericolo di dare risposte diverse, contraddittorie, poco coerenti e assolutamente inefficaci è enorme.
In molte parti del mondo occidentale, secondo gli studiosi del fenomeno su scala mondiale, il risultato complessivo è “una complessa mistura di persecuzione, tolleranza, regolazione e promozione” che induce a pensare che le politiche pubbliche tendano soprattutto a “contenere” la vendita in strada “respingendola in basso nella scala sociale, assicurandosi che si limiti ai consumatori meno abbienti e ai vicinati più poveri”(Bromley, 2000).
E certamente, la vendita in strada costituisce un’attività economica intimamente connessa ai processi migratori e alle situazioni di precarietà e vulnerabilità sociale.
Per intervenire sulle realtà specifiche è necessario uno studio di carattere particolare, ma lo stesso non può essere disconnesso da uno studio di carattere generale sia per ottenere le categorie interpretative necessarie sia perché si tratta di un’attività economica, diciamo “fluida”, nella quale, intervenendo gli immigrati, vengono introdotti modelli e canoni diversi a seconda del flusso migratorio del momento.
Fermiamo perciò alcuni punti, tutti meritevoli di attenti approfondimenti, ma qui solo per sfatare “luoghi comuni” e affermazioni prive di significato!
A) Il primo aspetto da indagare è quello sulla Natura di questa attività economica,
tenendo presente che si può trattare di una attività che può costituire un ripiego o un’attività di sostegno momentaneo quando si perde un lavoro formale, ma che, invece, in alcune specifiche realtà, è un’attività che consente di coniugare la tradizione, la propensione al commercio e al lavoro autonomo, e le esigenze della vita complessa delle città e delle transizioni, accompagnando le migrazioni rurali-urbane ma anche quelle verso altri paesi, vicini e lontani.
Per molto tempo studiosi ed esperti hanno ritenuto che si trattasse di un’attività pre-moderna, destinata a scomparire con la regolazione dei mercati e con le politiche di piano. In realtà non è stato così, ed anzi essa si è venuta intensificando, spesso in connessione con le migrazioni sia interne sia internazionali. Se negli anni ’50 la si inscriveva nella dicotomia tradizionale/moderno, e nel decennio successivo si riteneva che la prevalenza di quest’ultimo l’avrebbe fatta scomparire a breve, dalla fine degli anni ’70 alcuni studiosi ed agenzie come l’ILO (l’International Labor Organization) hanno preso a riconoscere la rilevanza e talora la crescita dell’economia informale e specificamente della vendita in strada, accordando ad essa rinnovata attenzione. In sintonia con le posizioni dell’ILO sul lavoro informale in genere, i maggiori studiosi internazionali di vendita in strada e di politiche pubbliche tendono a considerare la prima come un gruppo occupazionale in se stesso. Si tratta di un gruppo presente in tutti i paesi del mondo, più o meno sviluppati, anche se è più numeroso nei paesi più poveri. (attento Panini).
Nei secoli e nelle diverse parti del mondo, la vendita in strada è stata ed è effettuata nelle maniere più diverse. Può trattarsi di vendita di beni, oppure di servizi, oppure di un misto degli uni e degli altri. Può avvenire attraverso postazioni fisse, come dei chioschi, o semi-fisse, o anche stendendo semplicemente dei teli per terra. La vendita mobile può anch’essa avvenire con molteplici modalità, dall’uso di furgoncini e mezzi simili fino al venditore che trasporta i beni sulla sua persona.
B) Il secondo aspetto da valutare è quello dell’incidenza dell’abusivismo.
Va premesso che si può trattare di una attività economica informale, al di fuori dell’economia regolare, anche di un’attività economica assolutamente legale, legittima e di grande valore economico e sociale.
Il commercio ambulante fa riferimento a quelle attività che possiamo definire “auto-impiego di rifugio”, indipendenti ma marginali, svolte in alcuni casi senza regolari licenze e autorizzazioni e che corrisponde a quei processi di produzione e di scambio che tendono a sottrarsi, per uno o più aspetti, alle norme del diritto commerciale, fiscale e del lavoro.
Per questo motivo, gran parte della letteratura scientifica associa il commercio ambulante all’economia informale, considerandolo sostanzialmente come un settore-rifugio per gli emarginati dal mercato del lavoro o addirittura accostandolo alla pratica della mendicità.
Anche nell’ambito dei settori “informali vanno invece, distinte le situazioni specifiche per la diversa gravità: dal mancato pagamento della tassa per l’occupazione del suolo pubblico all’occupazione di uno spazio diverso o più ampio rispetto a quello assegnato, dall’evasione del fisco alla vendita di prodotti senza autorizzazione o contraffatti. In quest’ultimo caso, l’informalità dell’attività economica sconfina nel reato penale. Non può essere confuso chi vende merce illecita (contraffatta), con chi tratta oggetti leciti, ma svolge la propria attività senza le necessarie autorizzazioni, o ancora con chi, è regolarmente autorizzato ma vive l’irregolarità in relazione alle condizioni dell’occupazione (contratti di lavoro, modalità di retribuzione, orari ecc.) e alle modalità di erogazione della prestazione lavorativa o con chi evade il fisco. Gli illeciti amministrativi non sono reati penali e non comportano sanzioni penali, espulsioni e criminalizzazione indiscriminata.
Quello che va sotto il nome di “abusivismo commerciale” è dunque un insieme complesso di situazioni e di attività, alcune delle quali sono certamente da reprimere ai sensi delle leggi vigenti, mentre altre si configurano come più o meno irregolari e interpellano variamente le autorità preposte a disciplinarle ed eventualmente a favorirne il riconoscimento.
Infine non va dimenticato che il commercio ambulante assume spesso le caratteristiche di un’attività svolta in maniera assolutamente regolare. e redditizia, attraverso importanti interventi pubblici.

E non va dimenticato che la crisi economica ha di nuovo creato quella funzione di spugna di assorbimento per l’irrisolto problema occupazionale di cui si parlava negli anni sessanta settanta!
- Il terzo problema da valutare è che il fenomeno è molto collegato ai flussi migratori.
In Italia del Nord questo fenomeno è ben noto fin dagli anni ’60, quando in concomitanza con la ristrutturazione industriale e le politiche connesse, si aveva pure l’arrivo di migranti dal Sud Italia che si dedicavano alla vendita in strada o in spiaggia .
Allora i venditori in strada o in spiaggia provenivano dalle regioni del Sud Italia; oggi sono perlopiù migranti internazionali.
La vendita ambulante nei primi anni novanta si è sviluppata in particolare per iniziativa di chi si trovava in Italia da poco e non trovava nulla di meglio, e ha rappresentato la principale strategia di sussistenza per numerosi immigrati clandestini dediti al commercio ambulante (generalmente abusivo) di articoli made in China. Il loro lavoro era uno dei più stressanti. Il continuo gioco a rimpiattino con i vigili costringeva l’ambulante ad una routine quotidiana estenuante, spesso poco remunerativa. Successivamente si sono gradualmente sviluppati percorsi evolutivi positivi: vi sono ambulanti che sono riusciti nel giro di alcuni anni ad ottenere la licenza di venditore ambulante, entrando a pieno titolo nel giro dei mercati rionali, frequentando le maggiori fiere e trasferendosi sulle spiagge in estate, altri che si sono inseriti in imprese italiane come forza lavoro a bassa qualifica ed altri ancora che, investendo i propri risparmi, hanno creato altre forme di impresa-rifugio nel commercio in sede fissa, nella ristorazione e nel commercio all’ingrosso.
Sembrava quasi che il fenomeno fosse in via di estinzione o di forte contenimento. Mentre anche tra gli immigrati , oggi la rinascita dell’ambulantato è soprattutto una conseguenza della progressiva saturazione dei settori tradizionali di primo inserimento e della contrazione delle risorse disponibili in seno alle reti parentali-amicali provocata dal rapido aumento degli arrivi clandestini.
Per saper intervenire, andrebbero comprese le dimensioni del fenomeno in altri paesi, spesso quelli da cui provengono anche i migranti.
Andrebbero studiate le condizioni di questa attività in Cina, in India, ad esempio, si calcola che i venditori in strada siano più di 10 milioni, nel Senegal, nei Paesi africani etc. per volgersi all’esperienza degli altri paesi, dove spesso si è studiato ed approfondito in materia, sia per meglio comprendere la sorprendente sopravvivenza di un fenomeno che sembrava destinato a scomparire, sia per cominciare a rendersi conto di quale bagaglio di esperienze e conoscenze molti immigrati che si dedicano a questo tipo di attività portino con sé.
Sarebbe significativo, infine, comparare l’andamento dell’imprenditoria straniera sul totale dell’imprenditoria nei singoli comuni e comparare ulteriormente il rapporto tra imprenditoria straniera e imprenditoria italiana.
E ci sarebbe da valutare che le condizioni di vita e di integrazione degli ambulanti sono molto migliori di quelle di coloro che svolgono la loro attività in settori manifatturieri o agricoli, sia perché gli ambulanti sono meno assoggettati allo sfruttamento selvaggio, sia perché vivono in strada sia perché apprendono la lingua molto prima di coloro che per 10/14 ore o più lavorano isolati in luoghi specifici,
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Queste le tre “realtà” da considerare nell’esame dei singoli casi e nella scelta degli indirizzi normativi e regolamentari da applicare: occorre comunque indagare la composizione interna, le dinamiche e gli effettivi andamenti di ogni parte distinta del commercio su aree pubbliche.
Un tema di grande significato, ma da non confondere con le tre problematiche principali fin qui illustrate, è quello del legame tra la vendita su strada ed il turismo.
Ovviamente non ci si riferisce al turismo organizzato, d’elite e di “qualità” culturale, assolutamente impermeabile al fenomeno, ma alle masse turistiche che si “riversano” in maniera occasionale e senza servizi né controlli in alcuni luoghi, come di recente sta avvenendo a Napoli/Pompei.
Può essere immediatamente colto il nesso tra commercio ambulante irregolare ed abusivo di questo tipo e fenomeni turistici di questo tipo occasionale e di massa.
In questo settore più della realtà conta la “percezione”: la realtà è che queste masse turistiche attraggono immediatamente masse di venditori su strada/spiagge/ piazzali antistanti i luoghi di attrazione turistica.
La percezione è molto diversa a seconda delle categorie intervistate. Numerosi studi sono stati condotti in proposito ed in essi si è sottolineato come da un lato il fenomeno dell’ambulantato abusivo venisse considerato come fonte di concorrenza sleale per i commercianti in regola , per gli abitanti del luogo apparisse un aspetto particolare delle più vaste difficoltà derivanti dall’assorbimento di un’immigrazione non regolata e non regolare, ed invece per per i turisti veniva riconosciuto-percepito come un fenomeno connaturato alla località turistica e al tempo stesso funzionale.
In sintesi per i turisti per lo più gli ambulanti abusivi svolgono un lavoro come tanti altri e sono motivo di attrazione, mentre tra i residenti e tra gli imprenditori turistici prevale l’idea che siano comunque “troppi” e spesso che siano fastidiosi e insistenti, per nulla simpatici e folkloristici.
Per fronteggiare la situazione, secondo i residenti bisognerebbe soprattutto volgersi ad azioni di tipo preventivo e a politiche di integrazione sociale mentre gli imprenditori turistici e commerciali specificano che occorrerebbe colpire duramente perché richiamano, nelle loro osservazioni, la concorrenza sleale nei confronti del commercio regolare ed autorizzato: l’abusivismo in quest’ottica, offrendo prodotti a prezzi convenienti, sottrae quote di mercato agli esercenti locali ed arreca loro un danno economico. La slealtà della concorrenza aumenta se le merci sono di provenienza illegale o contraffatte: in questi casi, il commercio di prodotti griffati a prezzi decisamente più bassi rispetto agli originali, oltre a riflettersi sulle aziende private in termini di riduzione delle vendite e di diminuzione del fatturato, agisce a livello di costi sociali, dato che i risparmi effettuati riguardano sia i costi del prodotto, sia i costi del lavoro (con la totale evasione delle spese previdenziali e contributive dei propri dipendenti, nonché dell’imposizione fiscale).
Quindi la non marcata insofferenza da parte dei turisti verso la vendita abusiva su strada, percepita in realtà come una valida opportunità per l’acquisto occasionale di beni a basso prezzo, in una visione degli ambulanti come folcloristici animatori delle visite turistiche o addirittura la visione dell’immaginario collettivo che vede i venditori come parte integrante dell’offerta turistica, vengono contrastati da chi subisce la “concorrenza” come un grave problema di ordine pubblico e di sicurezza, tanto da suscitare sempre più forti richieste di intervento: se non adeguatamente contrastate – si sostiene – le attività di vendita senza licenza rischiano infatti di fungere come fonte di istituzionalizzazione di una vasta area di illegalità.
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Temi delicati e complessi sui quali è lecito dubitare che Panini sia in grado di intervenire, ma sui quali si spera che politici più attenti a livello nazionale e gli stessi operatori economici del settore, non ritengano di “lasciar fare”
E si spera che chi tiene veramente alla tutela del Patrimonio dell’Umanità e alla cultura, comprenda che per intervenire in questo settore non si può perdere un minuto!
IAV

Il Regolamento SEMPLICE E SNELLO di Panini è stato approvato nel 2014, il Documento di orientamento strategico per il Centro Storico Patrimonio dell’Unesco ribadito nella Programmazione economica e strategica del Comune di Napoli, i finanziamenti rinnovati nel 2016………..


L’Architetto Giancarlo Graziani scrive su Fb :


La Soprintendenza è ESCLUSA IN MANIERA DEFINITIVA E IRREVERSIBILE DA 