L’urbanistica è una scienza esatta se l’Uomo viene posto al centro delle scelte, diversamente è una jattura !!!

tutto sta a scegliere come concepire la città: se la città viene intesa come luogo del piacere e le regole sono finalizzate a ciò, ovvero a rendere possibile un godimento diffuso, allora la vivibilità è garantita e reale ed i cittadini condividono storia, tradizioni, memoria comune e collettiva..”(arch. Enrico Martinelli)

Chi scrive ritiene di aver titolo a parlare di URBANISTICA E DI TUTELA DEL PAESAGGIO E DEI BENI CULTURALI, più di altri Cultori della materia che, in ogni caso, sulla stessa basano la propria attività professionale e lavorativa, in quanto, per motivi a tutt’oggi non del tutto noti, è da tempo lontana professionalmente dal settore e, quindi, sostanzialmente e fondamentalmente disinteressata e neutrale rispetto ai cavilli e ai “preziosismi” degli addetti ai lavori!

Chi scrive, però, ha riflettuto a lungo, ha studiato, non ha trascurato di seguire l’evoluzione legislativa dei vari aspetti del tema “organizzazione del territorio” nell’ultimo ventennio, per puro diletto!

E chi scrive ritiene che il vero limite degli interventi degli urbanisti sia quello di ripercorrere schemi di ragionamento impostati tra gli anni 40 e il 1968 e fondati su concetti schematici e desueti che, forse già tra il 1944 e il 1968 avevano mostrato dei limiti, ma che dal 1968 ad oggi sono stati stravolti, inapplicati, ignorati, mistificati, utilizzati per detenere il potere, mistificare la realtà e discriminare i cittadini, violare i diritti umani senza neanche tentare di pervenire allo scopo presunto dell’”organizzazione” del territorio: gestita nelle forme che abbiamo verificato negli ultimi decenni, l’urbanistica è stata strumento essa stessa di scempio delle città, dei territori e dei beni paesaggistici e culturali.

Per elaborare un piano urbanistico occorrerebbe partire dai bisogni dei cittadini e fare in modo che gli stessi trovino soddisfazione nel migliore dei modi possibile: prescindendo dalle esigenze ed imponendo inutili vincoli, omettendo di individuare gli interventi di edilizia residenziale pubblica, gli interventi di edilizia agevolata e di housing sociale, disconoscendo i bisogni degli abitanti, dei soggetti che nel territorio avrebbero voluto vivere ed esercitare una attività, degli stranieri che scelgono di fissare la loro residenza in Italia, dei giovani che non riescono ad accedere al mercato privato delle abitazioni ed ai mutui bancari, del popolo che avrebbe desiderato lasciare la promiscuità e l’insalubrità dei “bassi” senza essere deportato, evitare l’adattamento nei sottoscala e negli scantinati senza lasciare il proprio quartiere di origine, costruire con i necessari permessi una piccola abitazione nella propria terra senza lasciare il fondo agricolo o l’attività economica commerciale o artigianale gestita nel quartiere, si “disegnano” solo quadri destinati a rimanere illusorie prefigurazioni di luoghi inesistenti e che mai esisteranno.

Nella pianificazione della città l’ignorare la realtà economico sociale non ha solo portato ai fenomeni di “illegalità” dell’abusivismo edilizio e delle occupazioni abusive degli immobili pubblici, ma anche all’assegnazione illegittima a trattativa privata degli immobili destinati ad uso non abitativo, all’incapacità di utilizzare manufatti pubblici, alla non realizzazione del completamento del centro direzionale con il project financing dopo aver sradicato, a tale presunto fine, il commercio all’ingrosso e delocalizzato il mercato ortofrutticolo al CAAN, alla mancata utilizzazione di Bagnoli e degli spazi abbandonati dall’Italsider, alla mancata utilizzazione di una serie di contenitori dismessi dall’ex Cirio all’Area Corradini, dal piano di recupero di iniziativa privata di Pianura, al mancato completamento dei quartieri di ERP, delle relative urbanizzazioni e degli interventi di carattere commerciale e di terziario.

Le condizioni reali delle città dovrebbero far riflettere sulla possibilità di continuare a demandare ai cavilli di pianificazione urbanistica, delimitazione del perimetro, perequazione, volumetria, classificazione delle varie tipologie di suoli edificati, agricoli, industriali, centri storici di varia natura…….., standard, scia, cil…….. il destino di migliaia e migliaia di famiglie, giovani, bambini!

E se tutti questi studi, cavilli, piani, normative sempre più complesse e irragionevoli, normative statali e regionali da valutare in team composti da avvocati, giuristi e architetti, esperti di pianificazione territoriale, soprintendenti e politici, codici della cultura e dell’ambiente, testi unici dell’edilizia, leggi regionali, piani casa di destra e di sinistra, sanatorie edilizie ed abbattimenti avessero salvato almeno una parte del nostro territorio, si potrebbe ritenere che tanti sforzi legislativi ed ermeneutici siano stati giustificati: ma così non è…..lo scempio è da tutti constatato e condiviso!

L’unico politico che ha compreso, nel senso più profondo del termine, la necessità di partire dai “bisogni”, di programmare con attenzione al rispetto dei diritti reali delle persone, di chiedere la “partecipazione” delle persone è stato Pier Luigi Bersani che avrebbe potuto, e forse potrebbe ancora, innestare processi virtuosi che supererebbero di gran lunga e nel cuore dell’Europa, le esperienze partecipative latino americane.

In Brasile ed in analoghe realtà sono “dichiarazioni di principio”, fatti un po’ rituali, applicazione di meccanismi di bilancio poco complessi….in Italia potrebbero diventare ben altro e segnare un indirizzo e un orientamento per il superamento dei “limiti” del presunto rigore europeo!

Caro Bersani le modalità di applicazione della tua riforma, quando, logicamente e normalmente (perché per tua fortuna non sei un urbanista) hai detto, che i Comuni dovevano decidere dove consentire di collocare la media e grande distribuzione e chiarirlo nei loro piani urbanistici generali ed attuativi e sei “finito” in “infinite” diatribe se erano varianti o non erano varianti, se si poteva dichiarare che non variavano o non si poteva dichiarare che non variavano, dovrebbe far riflettere sulla possibilità di continuare a demandare ai cavilli della presunta pianificazione urbanistica, così retrivamente intesa, le sorti del Paese, lo sviluppo economico, turistico, le capacità ricettive, le decisioni reali e necessarie per riconoscere e tutelare il diritto al lavoro, il diritto alla casa, la sicurezza e la salute, il benessere in senso lato dei cittadini!

E allora? Allora si deve ripartire dal Diritto, dai Diritti dell’Uomo, dai Diritti Costituzionali , dai Diritti alla vita, alla salute, alla libertà, alla dignità e al lavoro!

Alla luce della tutela di tutti questi diritti irrinunciabili, bisogna rimeditare su tutto, rielaborare il concetto di rispetto della legalità, conoscere e riconoscere il territorio, articolare le scelte, le decisioni, le normative non contro gli interessi dell’uomo ma nel rispetto delle sfaccettature e degli interessi della collettività, con attenta considerazione degli equilibri, del rispetto dei limiti, della considerazione delle diverse realtà e condizioni umane.

Il diritto eguale in condizioni profondamente diseguali……….può generare mostri: l’urbanistica, se diventa la scienza per analizzare e conoscere i territori, se diventa la scienza che consente di scegliere ed indirizzare il destino dei territori, se è pensata per l’uomo e non contro l’uomo, può diventare la chiave di lettura delle società complesse.

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