“Il primo segreto di una buona città sta nell’offrire alla gente la possibilità di assumersi la responsabilità dei propri atti in una società storicamente imprevedibile”(Zygmunt Bauman Dentro la globalizzazione : Editori Laterza Bari 2003)
La prima voce ……………..c’era una volta un Gazebo!
Un illustre penalista napoletano, voleva narrare una storia: C’era una volta un gazebo…… , ma venne prontamente interrotto dal Giudice che, sorridendo, proferì assoluzioni perché il fatto non sussisteva !
Eppure se “C’era una volta un gazebo, che non cubava” – come ha scritto l’ avv. Enrico Tuccillo – ci sono oggi centinaia di finti ombrelloni con teli di plastica svolazzanti, malamente allestiti, porcherie di ogni genere, pedane e sopraelevazioni e chioschi e fantasiose strutture.
Cosa è successo?
La domanda andrebbe rivolta a Cozzolino e Garella della Soprintendenza ai monumenti, a Raffa, Esposito e Panini, assessori al ramo ed al Sindaco di Napoli , ma soprattutto, alla Polizia Municipale che sembra saperne molto più di tutti gli altri, pur non avendo precise indicazioni da chi dovrebbe sapere, ma non sa !
Come mai ?
Le ipotesi sono due ma entrambe improbabili: la prima è che la guerra ai gazebo rientri nella normale attività di controllo del Territorio, contro gli abusi edilizi che lo devastano, ma non sembra probabile dato l’abbandono in cui versa la città.
La seconda è che si voglia impedire a cittadini e turisti di sorseggiare una bevanda o consumare una pizza in piena comodità, ma anche questo non è probabile visto che l’Amministrazione Comunale dichiara di volere l’incremento della ricettività turistica nel settore della ristorazione, contribuendo così ad allargare l’occupazione, nonché ad ampliare la diffusione dei nostri prodotti DOC noti nel mondo !
E allora ?
Non può essere un capriccio isterico, perché trattandosi di Pubblica Amministrazione, si deve dedurre che la negazione sia conseguente alla tutela di un altro interesse pubblico, ritenuto prevalente rispetto all’incremento di posti di lavoro, alla diffusione dei prodotti DOC, all’aumento delle entrate per le casse comunali in relazione all’occupazione di suolo pubblico. Un esempio di un tale interesse pubblico prevalente potrebbe essere quello di garantire il passaggio pedonale, sia ai normodotati che ai diversamente abili, laddove questo non sia in alcun modo conciliabile con l’installazione di “gazebo” o di altri elementi simili: ma anche questo non è quasi mai il motivo dei rigetti!
Quali i reali motivi ?
Un fantasma si aggira per Napoli: il gazebo ! forse qualcuno soffre di claustrofobia e vuole tutti all’ aperto …… salvo alcuni “eletti” cui tutto è consentito !!!!!! Quel che si sa è che, salvo che gli “eletti” (o elettori?), tutti gli altri potrebbero ottenere, al momento, solo tavolini, sedie e ombrelloni a sostegno centrale!
La seconda voce: disavventure di Piazzetta Rodinò
E, dunque, raccontiamo la vera storia di Piazzetta Rodinò! scelta come luogo emblematico dello scempio
Esisteva un tempo Largo Garofalo (all’angolo tra via Filangieri e vicolo Cavallerizza), così chiamato per via del palazzotto gentilizio dell’omonima famiglia.
Divenne, nel dopoguerra, piazzetta Rodinò e credevamo fosse stata intestata a Leopoldo Rodinò che a Napoli, nel 1861, fu il fondatore dell’Opera per la Mendicità a sostegno dei mendicanti e, successivamente, di altre opere di beneficenza ed in particolare dell’Istituto Strachan Rodinò dedicato all’assistenza dei minorati di vista con particolare riguardo alle giovani cieche costrette a mendicare .
Vediamo che, invece, è intestata a Giulio Rodinò che fu tra i fondatori del Partito Popolare Italiano (1919-1926) e della Democrazia Cristiana (1942).
Non sembra avere la piazzetta alcun particolare rilievo finchè il Bar Cimmino e qualche altro locale non chiedono di occupare spazi antistanti i loro esercizi e rendono, di fatto, la piazzetta un luogo di incontro e di svago, l’avvio alla zona che i giovani napoletani chiamano dei “baretti”!
E, così, nell’ALLEGATO B Aggiornamento dell’Elenco Annuale dei Lavori Pubblici 2003.
(Legge 109/94 e s.m.i. – Art. 1 – comma 11) Adottato con Delibera di Giunta Comunale n. 2888 del 29/07/2003 ed approvato con Delibera di Consiglio Comunale n. 182 del 31/07/2003 si apprende che il Comune ha previsto una spesa di mezzo milione di euro per realizzare, sotto la direzione dei lavori del dirigente Antonio Cirillo, la riqualificazione Urbana e l’arredo Urbano di via Cavallerizza a Chiaia e di piazzetta Rodinò!
La realizzazione di questo intervento, entra nell’elenco dei risultati ottenuti da Fabio Chiosi per il programma elettorale dello stesso e del PdL , ma ancora nulla fa pensare ad un altro valore storico, artistico e culturale della piazzetta.
A seguito della riqualificazione della Piazzetta, consistente probabilmente nella pavimentazione, ed avendo curato il progetto pubblico per il Comune di Napoli, l’architetto Massimo Rosi, con suo figlio Riccardo, elaborò un ambizioso progetto di arredo urbano e restauro ambientale per tutta l’area di Chiaia, in collaborazione e d’intesa con l’architetto Benedetto Gravagnuolo. «Avevamo progettato di valorizzare al massimo la storia di questa antica zona di Napoli – spiega Massimo Rosi – in particolare il fatto che proprio il largo Rodinò rappresentava l’ingresso della bimillenaria via Puteolana. Si era pensato anche ai gazebo per inserirli nello scenario della piazzetta, un’insenatura naturale tra Cavallerizza a Chiaia e via Filangieri. Un modo omogeneo ed unitario di concepire l’arredo urbano, naturalmente tenendo conto degli esercizi commerciali esistenti.
Il progetto però, nonostante fosse stato giudicato affascinante, non ebbe tuttavia il placet della Soprintendenza»
Ecco che scatta l’interesse della Soprintendenza e , probabilmente profittando del credito offerto dagli Assessori Raffa e Scotti ad alcuni funzionari della Soprintendenza stessa, iniziano denunce e richieste di intervento alla Procura della repubblica.
il 10 ottobre del 2008 su La Repubblica si legge: Chiaia, chiusi i gazebo fuorilegge
Via i tavolini e le sedie, via i dehors, che danneggiano il decoro urbano. Chiusi i gazebo di quattro notissimi bar della movida di Chiaia: Gran caffè Cimmino, Orange, Coco Loco e Gran bar Riviera. E ora le strutture dovranno essere rimosse. La Procura convalida il sequestro e scattano i sigilli, tra piazzetta Rodinò e la Riviera di Chiaia. Linea dura. I magistrati prescrivono un dispositivo aggiuntivo: nonostante i locali siano in possesso di regolare autorizzazione per l’ occupazione di suolo, devono rimuovere tavolini e sedie. Il nuovo match Comune – Soprintendenza, finisce con uno zero a uno. Palazzo Reale fa sentire la sua voce a suon di sequestri.
Cristina Zagaria intervista qualcuno e scrive :«Le strutture sono in una piazzetta storica e lungo la Riviera di Chiaia – spiega la Soprintendenza, che ha dato il via all’ inchiesta – due luoghi considerati dalla legge come beni storico-artistici e quindi tutelati da rigidi vincoli».
Da Altri giornali si apprende: «Il gazebo che ad agosto abbiamo rifatto — spiega Luciano Tricarico, direttore di Cimmino — è costato 45mila euro che non sono certo una sciocchezza». Ma c’è di più. L’architetto Valentina Ruggiero che per conto delle aziende di piazzetta Rodinò ha seguito l’installazione dei gazebo, carte alla mano, sostiene che non esiste alcun vincolo. Ora però è tutto nelle mani della magistratura che dovrà pronunciarsi in merito al sequestro nelle prossime ore.
I VINCOLI, OVVIAMENTE, NON ESISTEVANO perchè il valore della piazzetta era stato dato dagli “ombrelloni” e, quindi, si pensò bene di apporre i sigilli per violazione delle norme del codice dell’edilizia, trattando i gazebo, le pedane i tavolini, come opere edilizie abusive!
Per questo motivo nonostante il placet dato dalla Soprintendenza nel dicembre del 2008 al progetto di arredo dell’architetto Valentina Ruggiero, gli spazi ottengono dissequestri provvisori per la sola rimozione delle opere edilizie abusive
La stampa cittadina che non comprende o non vuole ammettere che la Sovrintendenza non aveva ruolo, osserva “ Erano poi seguiti tanti colpi di scena: prima il nulla osta della Soprintendenza ai Beni Architettonici, una decisione che aveva aperto il cuore alla speranza dei commercianti, poi il parere negativo dei magistrati inquirenti e ora il dispostivo di dissequestro temporaneo dei gip. “ (DECORO: gazebo di piazzetta Rodinò : abbattere per ricominciare. (Asprone 30/12/2008 il mattino).
Ed inizia il 2009. Pare assodato che sulla piazzetta non esistano vincoli paesaggistici, ma la stessa è un bene culturale?
Il Comune ha deciso di si, e se piazzetta Rodinò non era un monumento, si provvederà a classificarla come tale!
E poi ormai ci si è convinti che occorre il permesso a costruire! E quindi, la CE, la Commissione edilizia integrata, i dirigenti, i funzionari e i segretari della CEI hanno la loro “voce in capitolo”
E poi la Soprintendenza deve dare TRE PARERI o 4 o 5 (art.20,21,106 e 46 del Codice Urbani), ma forse è meglio anche fare l’Alta Sorveglianza!
E poi c’è Pulli…….che, essendo in cielo, in terra ed in ogni luogo,ha il compito di trasmettere le pratiche uscite dalla CEI alla Soprintendenza
E poi ci sono gli ambiti!
E poi ormai la Soprintendenza vuole decidere anche i colori!
E perchè no? I materiali da utilizzare….
E poi ormai sarebbe opportuno che lavorassero le archistar per il progetto e che il tutto venisse rappresentato con i rendering…
E poi non sarebbe meglio che i dehors venissero realizzati da imprese accreditate in restauro architettonico, trattandosi in fin dei conti, di operare su monumenti ? (i marciapiedi napoletani TUTTI anche quelli in buffer zone!)
E poi servono 12,16,14 copie e decine e decine di pareri
E poi la ASL vuole la realizzazione di altri bagni per soddisfare le esigenze di coloro che sono seduti fuori….
E poi Esposito vuole Napoli semplice e l’occupazione suolo pagata in NAPO!?!
E, poi, per il momento ( 2010-2020 ??????) si possono avere subito solo ombrelloni a sostegno centrale per 4 mesi ……. come mai li vediamo da anni?
perchè….si devono fare gli “ambiti” (bisogna chiedere a marco polo anche una ricerca sugli ambiti? O è opportuno rivolgersi ad uno psicoanalista considerato che, a quanto sembra, il concetto è ben nascosto nella “mente” di qualcuno?????
E, poi,
facesse ognuno ciò che vuole ….tanto ci penserà la polizia Municipale a decidere chi abusa e chi…..non abusa!!!!!! e sempre la Polizia Municipale conosce i tempi ( non elettorali) e i modi ……per colpire!!!!!!
La vera regola è: chiedere il permesso quadrimestrale, attendere una novantina di giorni, pregare che il permesso rilasciato non venga revocato per sopravvenute esigenze di pubblico interesse, sistemare i tavoli la mattina e ritirarli al coprifuoco……. altrimenti si va dall’olio di ricino alla definitiva chiusura del Pubblico Esercizio……
E in tutto ciò Garella ha deciso che non gradisce la situazione e che …..occorre “rifare” il Regolamento?????? ma forse non sa che per rifare quello della Vernì del 2000 (15 righi con i criteri, senza permesso a costruire, ambiti etc etc etc! Per un rilascio contestuale all’istanza e con durata anno solare rinnovabile!), gli Uffici, la task force, i plotoni di esecuzione hanno lavorato dal 2008 al 2014 e che, nelle more, i ristoratori napoletani hanno steso un drappo nero per tutto il lungomare “liberato, il Comune di Napoli non ha più ottenuto entrate da occupazione di suolo pubblico, qualche tecnico ha guadagnato un po’ di soldi, ma decine di bar e ristoranti hanno chiuso o hanno licenziato il personale che era addetto al pubblico seduto all’esterno….
E certo oggi lo spettacolo finale è veramente POCO EDIFICANTE!
Ma attenzione, perchè ogni intervento si risolve in altri progetti, altri rendering, altri pareri altre autorizzazioni, altri “interventi”…….e tutto ha un costo …….meglio licenziare e rinunciare!
La terza voce……………….Dal Gazebo all’ ombrellone alla zuava
Marco Polo, durante i suoi viaggi, approdò anche a Napoli nel lontano 2009 ed aggiunse una postilla al suo più famoso “Milione”. In via preliminare per individuare elementi condivisi al fine di una corretta comunicazione tra coloro che partecipano alla discussione, va analizzato il termine “gazebo”.
La definizione di gazebo, ricavata da Il dizionario della lingua italiana di De Mauro, è: “chiosco da giardino, costituito da un piccolo padiglione in muratura o in ferro battuto, a volte ricoperto di piante rampicanti” – Sinonimi: chiosco, padiglione. Pare che la parola sia una creazione linguistica scherzosa generata da un incrocio tra l’inglese ed il latino. A partire dall’ inglese “to gaze” (guardare, ammirare) si è formato un verbo latino inesistente, gazere, da coniugare al futuro con la desinenza latina -ebo: “guarderò, ammirerò”. Il nome è attestabile già dal XVIII secolo, ed è riferito al gazebo come luogo dove fermarsi ad osservare un panorama.
Il gazebo è una struttura architettonica coperta, ma aperta verso l’ esterno; di fattura leggera, si ritrova soprattutto in parchi e giardini. Difatti, il gazebo è una costruzione di carattere decisamente ludico e decorativo, anche se questa particolarità si è accentuata soprattutto a partire dai primi anni del XX secolo. La voce correlata più prossima sembra essere “chiosco”. Il chiosco, tuttavia, nella accezione corrente è un piccolo esercizio commerciale che in luoghi pubblici somministra alimenti, vende giornali ed altro.
Dalla lettura di quanto sopra appare evidente che il “gazebo” non ha nulla a che vedere con le strutture poste all’ esterno di bar e di ristoranti per aumentarne la superficie di vendita e per rendere più godibile il pranzo o la cena. Ad un viaggiatore attento, che abbia visitato le principali città europee, è noto che simili strutture sono diffusissime a Barcellona lungo le “Ramblas, a Parigi lungo i Boulevard, a Roma in Via Veneto, emblema di quella “dolce vita” attraverso la quale si cercava di allontanare dalle città i fantasmi della guerra – ancora presenti nel neorealismo – nel tentativo di ricostruire una continuità storica con la città dell’ottocento. Ed in nome di quella capitale che fu Napoli nell’ottocento, si è del parere che, per affrontare il problema, il termine più corretto da utilizzare sia dehors, ovvero uno “spazio esterno di un pubblico esercizio” (Sabatini Coletti Dizionario della Lingua Italiana).
Salvo che a volersi complicare l’esistenza con strumentali ed inutili bizantinismi, il buon senso fornisce una chiarissima ed esaustiva lettura del regolamento. Eppure è nato il problema. La genesi di questo problema, tuttavia, non è nei dehors, bensì nella mente di oscuri funzionari e politici, i quali individuano le ragioni di un “no” nella presunta difesa di una improbabile legalità e del pubblico interesse, laddove si tratta di garantire esclusivamente la loro certa stupidità e conseguente perdurante cecità.
Così si può assistere, volendo anche senza biglietto, a gustose riunioni in cui la decisione è procrastinata all’infinito, ritenendo di porre in essere quello che impropriamente viene chiamato “monitoraggio” ed è proprio qui, paradossalmente, che la città diventa, agli occhi di chi monitora e governa, invisibile. Filosofiche interpretazioni del concetto di temporaneo, di volume infisso o meno al suolo, di valori estetici dell’opera rispetto alla tutela del paesaggio, nascono da inverosimili interpretazioni autentiche, che, funzionari o politici, operano di se stessi.
Ma siamo onesti, si può ritenere che temporaneo equivalga, nella fattispecie dei dehors, ad una sorta di struttura che “si installa la mattina e si rimuove la sera”ovvero che la ristorazione, poiché esterna, diventi una funzione temporanea come se fosse il carrettino del brodo di polpo, o il paninaro con il camper in fondo alla piazza ? E ritenere, pertanto, perseguibile in tutte le sedi, penale ed amministrativa, chi temporaneo non è ? Non è più agevole ipotizzare, una volta pagata la tassa per occupazione di suolo pubblico, che la temporaneità e, di conseguenza anche la forma e le caratteristiche strutturali di elementi di arredo urbano, dipendano da un fatto naturale come il clima, ovvero dalle condizioni atmosferiche e dalla stagione di riferimento ? Vale a dire che d’estate avremo bisogno solo di ripararci dal sole e di favorire la ventilazione, mentre d’inverno provvedere a coprirci per la pioggia e per il vento. Tutto qua. Sole, o vento, o pioggia: un processo naturale e, di fatto, temporaneo !
Marco Polo, incuriosito dalla vicenda, è tornato a Napoli dopo sette anni per sincerarsi che la Città non fosse stata distrutta dagli ombrelloni. È utile convenire sul significato del termine “ombrellone” analizzandolo sotto diversi aspetti, atteso che esso appartiene a quell’ insieme di parole della lingua italiana il cui significato è determinato dalla realtà in cui si colloca.
Inizialmente e per faciltà di esposizione ci attestiamo sul significato immediato di “grande ombrello” la cui etimologia è in tutta evidenza connessa alla parola “ombrello” comunemente intesa e così come definita nel dizionario della lingua italiana (Treccani) : “Arnese usato per ripararsi dalla pioggia o anche dal sole, costituito essenzialmente da un’ asta con impugnatura di vario materiale e variamente conformata secondo l’uso e la moda, e da una copertura di stoffa – formata da triangoli riuniti in modo da assumere, all’ apertura, forma di calotta sferica – la quale, per mezzo di stecche (o bacchette) fissate ad un anello che scorre lungo l’asta, può essere tenuta aperta e distesa o essere ripiegata e avvolta intorno all’ asta stessa” Una definizione in cui c’è tutto quanto: forma, funzioni, origine !
Il primo “ombrellone” si ritrova in Natura ed è quello formato dal fogliame di grandi alberi che, strutturato dai rami disposti, proprio come si suol dire ad ombrello, forniscono ombra e frescura per riparo dal sole. Sempre dalla Natura deriva il generico sistema strutturale composto essenzialmente da elementi portanti e da diversi elementi “riempitivi” . La articolazione di questi due elementi principali deriva dalla funzione da assolvere, la quale ne definisce la forma, senza, tuttavia, che ne venga modificata l’ essenza strutturale e strutturante fornita dall’equilibrio di forze contrastanti, regola madre a cui si ispira la Natura.
Sempre dalla Natura l’ uomo ha mutuato, in base ai propri bisogni, l’ arte del “costruire” e dunque l’Architettura, la cui evoluzione è conseguenza del progresso e dello sviluppo tecnologico. A partire dal primo manufatto per copertura (nato dalla tessitura delle stoffe, allorquando al pari dei fili si intrecciarono canne che, con l’ ausilio di grosso fogliame secco, formarono il tetto) fino alle tensostrutture che l’ architetto Otto Frei utilizzò per lo Stadio alle Olimpiadi di Monaco nel ’72, sono state realizzate forme anche molto differenti, restando tuttavia identiche sia la funzione del “coprire o riparare” che l’ essenza della struttura composta sempre da elementi portanti e da membrane ! In riferimento a ciò, l’esempio più significativo in Architettura resta, a mio avviso, quello delle grandi cattedrali gotiche nelle quali il “segno” costitutivo ed elemento minimo di base è rappresentato dalla “volta” tra le cui differenti configurazioni vi è quella detta proprio “ad ombrello” che è composta dalle nervature strutturali a raggiera e dagli “spicchi” (vele) di raccordo e copertura senza funzione portante.
Ciò detto e rientrando nel tema, appare evidente che la volta gotica non verrà mai designata con il termine “ombrellone” ma, al massimo, verrà associata ad esso per analogia: non si dirà, entrando in una di queste cattedrali, “camminate sotto gli ombrelloni” ma verrà detto “camminate lungo la navata, sotto le volte” Parimenti su una spiaggia una mamma non griderà a propri bimbi “ora mettetevi un poco sotto la “volta” ma dirà “sotto l’ ombrellone” e, analogamente ma con significato differente, un cameriere al bar chiederà al cliente se preferisce un tavolo dentro oppure fuori “sotto l’ombrellone” in qual caso il cliente non immaginerà, uscendo all’ aperto, di trovarsi su una spiaggia della costa adriatica!
Il motivo di questo variegato rapporto tra la parola ed il suo riferimento concettuale è conseguenza della specificità della stessa parola “ombrellone” il cui “significato” – come detto all’inizio – è determinato dalla realtà in cui si colloca, laddove non è la parola ad identificare il luogo, ma, al contrario, è il contesto che fornisce il senso alla parola. Oltre quello semantico, vi è un altro motivo di pari importanza che è di natura dimensionale. Il rapporto tra la dimensione di un uomo ed una volta gotica è tale che essa lo contenga e lo avvolga: in un insieme di volte a navata si entra ed immediatamente si percepisce lo spazio come “chiuso” e dunque capace di modificare la realtà sensoriale e di sollecitare sensazioni del tutto differenti di gradevolezza o meno.
Un ombrellone, ahimè, non solo non avvolge l’ uomo in un “chiuso” ma certamente non solleciterà sensazioni mistiche, al massimo, infatti, potrà ripararlo dal sole, ma fino a quando egli sarà capace di rimanervi sotto con la sdraio, inseguendo l’ andamento del sole stesso. Un solo ombrellone inoltre non modifica il contesto in cui viene “infisso” salvo che non si faccia riferimento ad azioni artistiche e ad un linguaggio fatto di immagini, finalizzate, per esempio, ad indicare solitudine o l’approssimarsi della stagione estiva. Una moltitudine di ombrelloni invece, affiancati ed ordinati in linea fino a coprire l’intero spazio della spiaggia, modifica il paesaggio e restituisce immagini iconografiche tipiche degli anni ’60 da “tutti al mare”
Vi è poi un altro “ombrellone” che parimenti assurge a simbolo non solo di un’ epoca, ma soprattutto di un vero e proprio stile di vita in evoluzione: esso è il “grande ombrello” che i bar o i ristoranti posizionano di fronte ai propri ingressi. Un’ antica abitudine di utilizzare lo spazio esterno antistante al locale chiuso, comune sia alle vecchie trattorie di campagna con il rustico pergolato, che ai lussuosi bar di città con i grandi ombrelli “tirati” dall’ alto a mezzo di un sostegno laterale. Nelle città in particolare, ciò è dovuto non tanto alla pur legittima esigenza di allargare in comodità lo spazio di vendita, quanto principalmente ai frequentatori che, oltre al piacere dello stare all’ aperto, amavano, ed amano, mirare e farsi mirare, come su una sorta di “red carpet” della mondanità, celebrata nei luoghi urbani riconosciuti e riconoscibili, nonché particolarmente significativi e rappresentativi
Finita la seconda guerra mondiale, grande spartiacque tra due epoche completamente diverse, occorreva ricostruire edifici e coscienze ed il Cinema fa la sua parte, dapprima con il neorealismo rappresentando la cruda “realtà” e poi iniziando a sognare con il grande “regista del sogno” Federico Fellini. Dopo i temi a carattere neorealistico come “I vitelloni” Fellini comincia a rappresentare le componenti morali della società in trasformazione e realizza “La dolce vita” – uno dei suoi capolavori – per approdare poi alla autenticità del sogno e di quanto perduto. Ed è proprio ne “La dolce vita” che i “grandi ombrelli” fanno la loro apparizione e, unitamente ai veri protagonisti dello “spettacolo” rappresentato e da rappresentare, assurgono, quale insieme complesso e vociante, a simbolo delle serate, caotiche allegre e scintillanti, in via Veneto e di quel mondo che andava a passeggio lungo i suoi marciapiedi.
Via Veneto ed il Lungomare di Napoli sono due esempi, e se ne potrebbero citare a migliaia, la cui riconoscibilità nel mondo li ha inseriti di diritto in quell’ immaginario collettivo, più autorevolmente detto “spirito del tempo” costituito di immagini, mitologie e simboli, divenuti patrimonio genetico di un sistema sociale e culturale: un patrimonio che si riconosce, riconoscendoli, in “luoghi” specifici e nei relativi modi di esprimersi e rappresentarsi.
A differenza dei “grandi ombrelli” di Fellini, la parola “ombrellone” nell’immaginario collettivo corrisponde all’ idea delle spiagge affollate e dell’estate al mare, delle sdraio all’ombra, dalle quali godersi, a seconda della fila conquistata rispetto al bagnasciuga, la vista del mare con la “rotonda” in lontananza: l’ombrellone dunque è, per antonomasia, quello che evoca il mare e l’estate, non già Via Veneto o il Lungomare di Napoli.
Nel paesaggio di Napoli, dunque, il famoso “ombrellone” non rileva in alcun modo: né sul piano semantico, né su quello iconografico, né su quello, per così dire, dimensionale !
L’ analisi, pertanto, del rapporto tra paesaggio napoletano e “ombrellone” si sposta alla scala di luogo urbano, concentrato in alcune centinaia metri, in cui il senso del termine “grande ombrello” è proprio quello indicato per Via Veneto a Roma. E’ soltanto alla scala di questa contenuta dimensione cittadina che il “grande ombrello” diventa inscindibile elemento di un insieme complesso, il quale è il solo che possa assurgere a rango di “simbolo” ed evocare quell’immaginario collettivo – o spirito del tempo – caro ai napoletani e famoso nel mondo.
La forma del grande ombrello scaturisce da queste considerazioni e circostanze ed è veramente risibile, grottesco e pacchiano, dedurre differenze in funzione della collocazione dell’ asta di sostegno rispetto alla “cupola” di protezione, così come pare faccia la Sovrintendenza ai Beni Culturali di Napoli, nella assurda, anacronistica ed errata valutazione per cui l’ asta centrale sia ammissibile e non in contrasto con la “tutela del paesaggio” mentre quella laterale no ! In verità è vero esattamente il contrario, visto che l’asta centrale è propria dell’ ombrellone da spiaggia che, appartenendo ad un contesto completamente diverso, risulterebbe incongruo e fuori luogo. Ritenere poi che l’ asta centrale sia “più provvisoria” di una laterale è una piccineria da “basso impero” ! L’ attuale “spirito del tempo” purtroppo, è proprio quello da “basso impero” dove è l’ignoranza che regola la vita quotidiana e determina la forma urbana da “lungomare liberato” laddove il litorale marino della città di Napoli, uno tra i più belli del mondo, meriterebbe un Progetto, nel vero e pieno senso della parola, capace di esaltarne la bellezza e la funzionalità, per trasformarlo in risorsa culturale e, in definitiva, in ricchezza comune, economica e collettiva: un Progetto in cui collocare armonicamente ogni componente ed ogni elemento, “ombrellone” compreso ! Ma questa è un’ altra storia.
(Marco Polo)
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“Il primo segreto di una buona città sta nell’offrire alla gente la possibilità di assumersi la responsabilità dei propri atti in una società storicamente imprevedibile”, ma allora non siamo in una buona città!
AA.VV.