L’albero di Natale, ovvero “eh che, so’ Pasquale io” di Enrico Martinelli

Uno dei sintomi più gravi di questi “tempi moderni” è la confusione tra l’ essere e l’ apparire. Già stigmatizzata mirabilmente dal genio di Totò nella famosa gag “eh che, so’ Pasquale io” agli inizi degli anni ’60, torna prepotentemente ai giorni nostri: la noncuranza verso gli schiaffi in faccia è riposta nella negazione della propria identità. Dopo tanti commenti su N’albero alla rotonda Diaz, credo sia opportuna qualche altra riflessione. Poiché la denominazione è il primo “segno” destinato a comunicare il significato degli oggetti di cui essa esprime una qualità essenziale, iniziamo dal nome. “N apostrofo albero con l’ articolo indeterminativo in forma contratta dinanzi ad un sostantivo maschile ” è un chiaro riferimento al dialetto napoletano; inoltre, poiché il periodo in cui esso viene “piantato” è quello delle feste natalizie, non vi è dubbio che nelle intenzioni di chi lo ha partorito vi fosse un preciso riferimento ad un l’albero di Natale a Napoli. L’ albero di Natale, tuttavia, ha origine celtica o, più in generale, nordeuropea, dove vi era l’ uso di celebrare il solstizio d’ inverno addobbando alberi “sempreverdi” (abeti o conifere in genere) con festoni o luci colorate e piccoli pacchetti di regali. Ciò accadeva, ed accade, perché l’ immagine dell’ albero è visto in quasi tutte le culture e religioni come simbolo della vita, per cui, insieme alla ben diversa tradizione napoletana del presepe, l’ albero di Natale è una delle più diffuse usanze natalizie, con tutte le connotazioni, usi e conseguenze semantiche che derivano da tale accezione. Il Natale è una festa cristiana e l’ albero di Natale rappresenta uno dei simboli evocatori, sebbene la Chiesa delle origini ne vietò l’ uso per accoglierlo solo più tardi, consacrandolo definitivamente con Giovanni Paolo II, quando si cominciò ad allestire un grande albero, un vero albero, nel cuore del Cattolicesimo mondiale, in Piazza San Pietro a Roma. Sia nelle città come riferimento per la collettività che nelle case quale decorazione della intimità familiare, l’albero di Natale è presente durante i giorni delle celebrazioni liturgiche, ma anche di laiche interpretazioni della natività e del senso di rinnovamento ad essa riconducibile. In genere viene preparato nel giorno della Immacolata concezione e rimosso poco dopo l’ Epifania. Dalle sue origini, dunque, si deducono le caratteristiche peculiari di cosa sia e di cosa rappresenti un albero di Natale per la collettività: segno e significato, riferimento culturale e religioso, rapporti dimensionali con il contesto, autenticità. In quanto “segno” un qualsiasi albero di Natale, dunque, deve comunicare, mediante la propria immagine “esterna” (ma anche attraverso la forma e la collocazione) il suo significato. Un albero di Natale, dunque, non è “penetrabile” se non attraverso il processo mediante il quale esso sia convenzionalmente assunto come rappresentazione di un’ altra cosa con cui abbia una indissolubile connessione ontologica. L’albero di Natale, infine, è da sempre – ed oggi ancor di più alla luce delle parole di Papa Francesco – riferimento ad una ritualità modesta nella forma e nell’apparire, ma ricchissima nel significato: questo per i credenti ed i laici. E veniamo al nostro “n’albero” alto circa 40 metri con un peso proprio di 400 tonnellate oltre le 30 di zavorra, è stato realizzato con il sistema dei ponteggi per l’ edilizia che, in tali dimensioni e configurazioni, richiama le strutture provvisionali a cui si fa ricorso per contenere cedimenti di edifici o elementi naturali in caso di fatiscenza o calamità naturali quali i terremoti ! Esso è illuminato da ben 1.300.000 lampade a led, il piano terra è una galleria commerciale, mentre il primo piano ospita addirittura un ristorante; al piano terra ed al primo piano si accede, ovviamente, gratis, mentre per le terrazze superiori occorre pagare un biglietto di 8 euro a persona. Una sorta, dunque, di Moloch a cui offrire in sacrificio bambini e illusi avventori affamati di “novità” i quali si inebriano nel tentativo di compensare la vacuità di una città progressivamente privata di capacità intellettuale e di contenuti. Un “albero di Natale” dunque il cui valore va verificato in termini di profitto: non c’è che dire una interessante interpretazione del rinnovamento e della rinascita: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, perché pulite l’ esterno del bicchiere e del piatto, mentre dentro sono pieni di rapina e d’intemperanza.” (Bibbia – Matteo 23) E c’è persino l’ ascensore: non sono credente, ma mi immagino quanto avrebbe fatto comodo a Gesù un impianto elevatore nel suo cammino con la croce verso il Golgota ! Un ascensore per salire dove ? Sullo specchietto per le allodole: il panorama ! Il panorama di norma è un’ampia veduta generale di un territorio, di una città o di una parte significativa di essa. Il panorama di Napoli, quello nella sua più semplice accezione di puro riconoscimento dell’ immagine godibile alla vista, quello caro e noto a tutti, turisti e non, è composto dall’ ansa del golfo – la parte che contiene il Castel dell’Ovo e si “chiude” su di esso – e dal Vesuvio digradante verso il mare, Capri e punta Campanella in lontananza. Orbene questa veduta che la si guardi dal livello del mare o da qualche decina di metri più su, rimane la stessa per evidenti motivi di rapporto dimensionale tra lo spettatore ed il contesto. Essa varia unicamente se ci si “arrampica” – magari mediante una delle quattro funicolari – sulla collina del Vomero o di Posillipo: dal belvedere della certosa di San Martino è possibile spaziare su entrambe le anse del golfo di Napoli, da Capo Posillipo alla Punta Campanella. Ma c’è di più. La particolare configurazione territoriale che la città ha storicamente assunto, tra la parte pianeggiante e quella collinare, consente alcuni scorci mirabili semplicemente passeggiando tra le sue strade o scendendo le sue scale: da via Toledo, ad esempio, guardando verso la collina attraverso i vicoli dei famosi “quartieri spagnoli” capita di cogliere una immagine della Certosa di San Martino così grande che sembra quasi di toccarla; oppure scendendo lentamente le scale del Petraio, antico borgo che ricalca il tracciato di uno dei tanti alvei alluvionali del Vomero, tra i vecchi palazzi, il “panorama” fa capolino all’ improvviso mostrandosi diverso di volta in volta, pur essendo sempre lo stesso ! Anche questa è Napoli ed i soppalchi per “ammirare” le cime degli alberi della Villa Comunale, già martoriata per altra via, non le appartengono. L’ albero di Natale è una cosa seria, molto seria e mai può essere ricondotto ad un luna park ! Ma anche il luna park è una cosa seria. Esso è un luogo, articolato e complesso per la molteplicità e diversità delle sue componenti, dove la dinamicità del movimento produce divertimento ed emozioni, contrapponendosi alla “banalità dell’ insignificante” che è proprio della staticità dell’ apparire. Un mirabile esempio di “luna park” è l’area della Riesenradplatz a Vienna, all’ interno del grande parco del Prater, dove si trova la famosa “ruota panoramica” dalla quale, mentre si percorre l’ intera circonferenza raggiungendo 65 metri di altezza, è possibile godersi la vista della Città. Nel Prater poi vi è uno storico ristorante, lo Stadtgasthaus Eisvogel, che, sin dal 1805, offre una cucina viennese ad alto livello. Qui a Napoli per alzare il livello di un ristorante – attrezzatura mancante a Mergellina e dintorni e che offre uno dei piatti tipici della tradizione napoletana, la chianina ! – lo alziamo materialmente di livello, ponendolo a sei metri da terra ! N’albero, un ristorante, ecco cosa è: nulla contro i ristoranti, ovviamente, ma l’ importante è chiamare le cose con il loro nome. Un ristorante, dunque, rispettoso di tutta la normativa di settore, ma con la caratteristica di essere provvisorio, caratteristica specifica delle bancarelle di panini di hot-dog, con buona pace di tutta la cucina napoletana.

 

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