Napoli, culla del diritto? Dall’interpretazione al puro arbitrio!

005-dohrn-a-viale-da-piazza-della-repubblica-per-via-f-caraccioloLa morte del professore Abbamonte, indimenticabile maestro e Uomo, e il fatto che molti suoi colleghi e alunni, clienti o amici, individuino il legame profondo tra il Professore e Napoli, induce stamattina una triste riflessione: sarà un altro segno del declino?

Una città che ha dato i natali ad insigni giuristi, che è stata culla del diritto e che ha formato generazioni e generazioni di professionisti sempre capaci di emergere in ogni altra città d’Italia, ridotta oggi a simbolo di pressappochismo, mancanza di professionalità, mancanza di cultura, mancanza del senso di giustizia che caratterizzava la formazione giuridica “napoletana”!

Oggi, nell’indifferenza e nella tracotanza più violenta, si consumano nelle stanze pubbliche degli uffici e dei tribunali e in quelle private delle aziende e degli studi professionali, il tradimento del solenne principio di uguaglianza , già contenuto nelle carte rivoluzionarie del Settecento e riconosciuto in sede internazionale con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del principio della certezza del diritto.

Si diffondono disparità di trattamento, ingiustizie manifeste, mancanza delle garanzie di uguaglianza formale e sostanziale, assenza assoluta della “certezza del diritto” che dovrebbe assurgere a sacro principio della società civile . perché, specularmente, dovrebbe consentire di individuare i contorni dei doveri: in una parola un malcostume che avrebbe profondamente indignato persone come il prof Abbamonte, il grande ed indimenticabile Maestro Capozzi, il prof Capograssi e il prof Antonio Guarino…………………i nomi potrebbero continuare.

La tristezza è ancor più grande in chi tutto ciò non lo vede solo dalla “Strada”, su cui si individuano gli aspetti macroscopici e , tutto sommato, visibili, noti e conclamati, ma lo vede nelle oscure stanze di oscuri uffici, dove, forse neanche per scopi delittuosi, si consumano crimini quotidiani perché la discrezionalità diventa arbitrio, la scelta interpretativa diventa strumento per feroci disparità di trattamento, l’autonomia diventa tracotanza!

Ricordino coloro che sono ormai soliti agire secondo questi principi che il danno d’immagine alla Città è consumato, il disgusto per la “cosa pubblica” si va radicando, la scelta di prescindere dal rispetto della presunta “legalità” si impone, e che, se poi si trovassero i motivi reali di alcune presunte “scelte interpretative”, le discriminazioni effettuate assurgerebbero a reati veri e propri ben superiori a quello, banale e difficilmente dimostrabile, del mero “abuso d’ufficio”.

IAV

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