Dalla lettura dei giornali, dalle risposte di Piscopo (gli Uffici daranno i chiarimenti) e di Garrella (sarà stata una dimenticanza), dagli attacchi che su FB e altri social vengono gettati sul Comune e dalle difese che, invece, i sostenitori di de Magistris articolano, mostrando il numero immenso dei turisti che Napoli avrà, potrebbe sembrare una questione di gusto o una scelta tra il conservatorismo di coloro che vogliono mantenee tutto immobile e la modernità di coloro che pensano a far arrivare turisti e a muovere l’economia della Città: così albergatori, ristoranti e titolari di AirBnB inneggiano e i vecchi “tromboni” demonizzano e in Città si formano due “partiti” quelli del SI e del NO, non alla riforma costituzionale ma a n’Albero…. e a Monumentando!

Sembra quasi che a Napoli non si abbia altro a cui pensare…………che al montaggio di bancarelle nel parco di Edenlandia, mentre in pieno centro storico, guardando sullo sfondo i grattacieli del progetto Tange, su strade classificate come beni culturali abbiamo un campo pieno di topi, malattie e rifiuti!
E allora? Il problema è che, simulando una ignoranza assoluta, si continuano a commettere gravi reati !
Tentiamo perciò di inquadrare il problema.
Sui beni culturali esistono ovviamente diverse concezioni.
C’è che ritiene che vadano solo “tutelati” e conservati e non ha riguardo alcuno al loro possibile rendimento economico: “Ma noi, tutti noi, cosa stiamo rischiando? Lo dice Argan: “Solo il patrimonio culturale e ambientale potrà salvare l’individuo e la collettività dalle conseguenze fisiologicamente e psichicamente nefaste dello stato di alienazione, di non-adattamento, in cui lo pone l’uso che la borghesia capitalistica ha fatto e fa delle cose della cultura e dell’ambiente.” Se permettiamo quindi che l’ambiente e la cultura vengano considerati solo per quel che producono, ci rassegniamo a fare la stessa fine: l’individuo è parte indissolubile del territorio e del sistema culturale, di cui è nello stesso tempo creatore e fruitore, e se la cultura è una merce, chi la produce è una macchina. Giovanna Baer
All’opposto ci sono coloro che, valutando la scarsa redditività dei nostri 60.000 beni culturali e valutando che negli Stati Uniti un unico Museo produce più soldi dei nostri oltre 30, dichiarano:
Il punto è, dunque, che la ricchezza economica non è generata dalla quantità o dall’importanza dei beni culturali. Se così fosse, l’Italia non si troverebbe in piena recessione. Il nodo è che questo nostro patrimonio, che è un vero capitale non solo culturale ma economico, non è utilizzato bene. Anzi, rispetto agli standard europei abbiamo indici di produttività decisamente sconsolanti. Quanto poi all’indotto generato (turismo, attività economiche collaterali, occupazione) ricaviamo, secondo uno studio del network PwC, meno della metà rispetto a Francia e Germania. Forse non è un caso se siamo precipitati dal primo posto al mondo per incoming turistico al quinto posto in poco più di trent’anni. E il motivo sta nell’assenza, ormai da troppo tempo, di una visione strategica dello sviluppo entro cui attuare programmi di sostegno e un quadro di riforme capace di garantire un’offerta culturale di qualità e sistemi di gestione autonomi dallo Stato e più efficienti. Il Bel Paese è meno competitivo e, in assenza di politiche coordinate e forti, anche nell’ambito della cultura e del turismo rischia di perdere opportunità importanti a livello internazionale
E’ necessario ripartire dal nostro capitale più importante. Abbiamo uno straordinario brand, che è ancora forte nell’immaginario internazionale e nella capacità di penetrazione commerciale. I nostri concorrenti si sono già mossi in questa direzione da anni. Come evidenziamo più avanti nei casi internazionali analizzati in questa ricerca, il marchio dei Castelli della Loira ha ormai quasi 40 anni e ha funzionato perfettamente per attrarre i turisti, far conoscere luoghi minori e cittadine sconosciute, riempire gli alberghi. Dobbiamo rapidamente colmare questo ritardo creando distretti culturali e tematici, sviluppando le reti, come le città del vino e i circuiti teatrali. Promuovendo, anche con facilitazioni, l’export di prodotti e servizi: non solo la moda e l’enogastronomia, ma anche l’artigianato artistico, l’opera e il bel canto, le competenze dei restauratori e i sistemi di tutela dei beni culturali. Questo ci chiede il mercato internazionale. Dobbiamo essere capaci di organizzare e promuovere i nostri punti di forza se non vogliamo scivolare ancora nella classifica turistica. Cultura, turismo, ambiente non possono essere considerati semplici comparti dell’economia, ma al contrario devono essere posti al centro della programmazione della gestione dei territori e oggetto di politiche trasversali. Se non attiviamo una strategia alta e forte che punti al lungo periodo in un’ottica di sviluppo del Paese, difficilmente risaliremo la china. (Banca Intesa)
E, quindi, l’Italia, con la legislazione più recente, ha superato la concezione della semplice tutela del legislatore del ’39, ed ha prima introdotto il concetto di fruizione pubblica dei beni culturali disponendo nella Costituzione: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, poi con il Codice Urbani consentito anche l’uso “privatistico” e “redditizio”.
Con la Costituzione, la Repubblica Italiana ha scelto di assumere tra i compiti essenziali dello Stato la promozione, lo sviluppo e l’elevazione culturale della collettività, nel cui quadro s’inserisce come componente primaria la tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico (che, quindi, è protetto al di là di valutazioni prettamente e esclusivamente patrimoniali) ed ha innovato la precedente concezione puramente conservativa dei beni culturali, proponendone una visione dinamica, orientata al pubblico godimento.
In questo modo la Costituzione assegna alla tutela un ruolo che non è di pura conservazione, ma diviene mezzo per la crescita della società attraverso la pubblica fruizione e la valorizzazione del patrimonio culturale nazionale, nel cui sono ricompresi i beni culturali in senso stretto e i beni paesaggistici.
Il Codice Urbani è andato molto oltre consentendo alienazioni, eliminando vincoli, prevedendo sdemanializzazioni e autorizzando anche l’uso privatistico dei beni culturali.
E tuttavia, a onor del vero e nonostante la non sempre condivisibile “apertura” ai “privati”, si è preoccupato di garantire le risorse al pubblico, sancendo che il Ministero vigili sulla congruità dei “rientri economici” degli enti pubblici, sulla loro reale utilizzazione per la conservazione e la tutela dei beni culturali, e che non venga compromesso, comunque, il monumento.
Gli articoli 106 e seguenti del Codice Urbani non sono il proseguimento degli artt 20 e 21 o un’altra “carta burocratica da aggiungere” ma dispongono che il Ministero si esprima su due aspetti diversi da quelli che si esaminano per la realizzazione di OPERE sui beni culturali:
- Se la concessione all’uso privato non compromette il monumento
- Se il corrispettivo che se ne ricava è adeguato
- Se il corrispettivo (i proventi) viene poi vincolato “all’incremento ed alla valorizzazione del patrimonio culturale.”
Pertanto la Soprintendenza non può aggiungere il numero 106 all’elenco degli articoli sui quali fornisce il parere (come talvolta fa scrivendo “favorevole ex artt. 20,21,106, 52……!) ma deve fare una autonoma valutazione non sul manufatto, non valutando se è infisso o meno al suolo e quanto dura, ma SULL’USO PRIVATISTICO DI UN BENE CULTURALE CHE E’ BENE COMUNE TUTELATO, sui corrispettivi (CHE DEVONO ESSERE ADEGUATI) E SULLA UTILIZZAZIONE FUTURA DEI PROVENTI, (che devono essere destinati ai BENI CULTURALI).
Il Ministro Urbani del Governo Berlusconi, volendo autorizzare il privato ad usare beni culturali si è preoccupato di sancire che comunque l’uso privato dovesse essere sempre negato ogni qual volta sia messo in stato di pericolo reale il bene o la sua permanente destinazione culturale, con riguardo sia all’oggetto delle manifestazioni che ai soggetti proponenti, che potesse essere assicurata la vigilanza e che i proventi venissero poi effettivamente usati per la valorizzazione.
Il pensiero del legislatore era in sostanza: L’auspicato e legittimo uso del bene culturale ad opera dei privati, che scaturisce dagli artt. 106 e segg., ma anche previsto dai successivi artt. del capo II – Principi della valorizzazione dei beni culturali (111 e segg.) – deve pertanto interagire con la gestione diretta della pubblica amministrazione, che mai deve venir meno, anche in forma concorrente con quella proposta di volta in volta dai privati.
L’azione per la gestione e l’uso ad opera dei privati va comunque supportata e agevolata da parte degli istituti che hanno in consegna i beni, soprattutto quando risponde ad esigenze di vera valorizzazione del sito e, in qualche modo, procura un vantaggio economico per l’amministrazione.
A tal fine è necessario che si evitino dunque forme ostruzionistiche – retaggi di antichi pregiudizi – non facendo venir meno, soprattutto se richiesto, l’apporto della pubblica amministrazione in termini di suggerimenti e consigli, parallelamente agli istituzionali compiti di vigilanza e controllo, affinché l’uso dei beni concessi venga espletato nel rispetto delle prescrizioni contenute negli atti autorizzativi.
In questo quadro è ovvio che i relativi canoni, corrispettivi, proventi e diritti, comunque dovuti, devono essere adeguati al profitto conseguito mediante l’uso temporaneo del bene e vincolati ai beni culturali.
E, quindi, in caso di esenzioni, agevolazioni, mancanza di proventi, evidenza di ritorno economico solo in favore dei privati, mancanza di entrate per l’ente pubblico da destinare alla tutela, valorizzazione e incremento del patrimonio culturale, il parere ex art. 106 deve essere NEGATIVO anche per l’organizzazione di una festa solo per un giorno e senza opere infisse al suolo!
La concessione con esenzioni, il mancato controllo dei proventi conseguiti dai privati, i pareri favorevoli ex art. 106 e ss del Codice Urbani potrebbero, in determinate condizioni, concretare condotta punibile con riferimento ai proventi non percepiti e non destinati alla valorizzazione del patrimonio culturale!
IAV